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Psoe e Podemos

Spagna: le parabole possibili della sinistra

26 Feb 2017 - Elisabetta Holsztejn Tarczewski - Elisabetta Holsztejn Tarczewski

Mentre il 18o congresso del Partito Popolare spagnolo, svoltosi a inizio febbraio, ha riflesso l’immagine di una destra senza correnti interne, unita e compatta attorno al leader Mariano Rajoy, la sinistra spagnola è oggi uno spazio malleabile e diviso, ove competono due attori principali – Psoe e Podemos – a loro volta impegnati in battaglie interne per quote di potere.

La relazione di forza tra i due, separati alle ultime elezioni da appena 400.000 voti, determinerà la capacità della sinistra spagnola di tornare ad essere motore di trasformazione politica e sociale.

Iglesias recupera il Podemos delle origini
Che Podemos sia entrato nella politica spagnola per rimanervi sembra ormai un dato di fatto. Resta ancora da vedere se abbia già toccato il suo tetto massimo o possa ancora crescere. Al netto della capacità di recupero del Psoe, l’esito del recente Congresso di Podemos – che si chiama Asemblea Ciudadana – offre alcuni indizi.

La strategia e il progetto di partito proposti da Pablo Iglesias, sottoposti al voto dei simpatizzanti (iscritti al sito web) lo scorso 12 febbraio, si sono imposti inequivocabilmente a quelli del suo ex numero due e co-fondatore Íñigo Errejón, sostenitore di un Podemos più moderato e trasversale, capace di superare la logica “contro” e aperto al dialogo parlamentare, ma, evidentemente, meno seducente per la base.

Che ha premiato la carica ideologica e più marcatamente antisistema di Iglesias, fautore di un ritorno al Podemos delle origini, legato ai movimenti sociali e in permanente “stato di agitazione”, che vede le istituzioni come amplificatore della protesta più che come luogo per costruire consenso.

Un Podemos che si considera senza complessi “populista”, nel senso (privato della sua accezione negativa) di rappresentante autentico della voce e della volontà popolare.

I pro e i contro di una scelta
Nella vittoria di Iglesias in molti hanno dunque visto l’interruzione di quel processo di “maturazione” di Podemos voluto da Errejóne volto ad aumentarne la credibilità istituzionale. La leadership di Iglesias ne è uscita notevolmente rafforzata, così come i suoi poteri all’interno del Partito, cui il riconfermato segretario generale ha voluto dare una struttura fondamentalmente presidenziale.

E mentre Errejón e gli “errejonisti” vengono allontanati dalle posizioni chiave vi è da chiedersi se Iglesias non rappresenti allo stesso tempo la forza e, nel medio termine, il limite di Podemos. E, dunque, un’opportunità per il Partito socialista. Quella di recuperare interamente lo spazio di centro sinistra, nel momento in cui Podemos si ricolloca verso l’estremità dello spettro politico.

La vittoria di Errejón avrebbe forse significato per il Psoe un Podemos più dialogante, con cui costruire oggi un’opposizione coordinata e magari, domani, un’alleanza di Governo progressista. Ma, paradossalmente, più pericoloso in termini elettorali, perché potenzialmente più attraente per l’elettore moderato socialista deluso dalla politica tradizionale. Il dialogo con Iglesias si prospetta invece teoricamentepiù difficile per il Psoe. Ma per quale Psoe?

Il Partito socialista tra divisione e ricostruzione
I prossimi mesi saranno decisivi per il futuro del Partito socialista, in piena fase di ricostruzione del proprio progetto politico in vista del Congresso che è previsto il 17-18 giugno e che sarà preceduto di un mese dalle primarie per l’elezione del nuovo segretario generale, aperte ai circa 190.000 militanti.

È di qualche settimana fa l’annuncio dell’ex segretario generale Pedro Sánchez di volersi ricandidare, con l’obiettivo dichiarato di riscattare quei militanti che si sono sentiti traditi dal ‘golpe’ della dirigenza socialista che lo scorso ottobre lo ‘defenestrò’ per facilitare, con il voto di astensione, un Governo Rajoy-bis e che ora – in nome di una “opposizione utile” – stringe accordi con i Popolari (se pure prevalentemente su misure sociali), prolungandone la legislatura.

Una scelta che fu difficile ma responsabile, in quanto necessaria per superare lo stallo istituzionale, sostiene la Commissione provvisoria che da allora sta gestendo il Partito, considerata molto vicina alla candidata in pectore dell’establishment socialista, Susana Díaz, presidente dell’Andalusia (il ‘granaio’ del voto socialista).

La corsa alla segreteria
La corsa di Pedro Sánchez appare dunque difficile, dato lo scarso sostegno di cui gode tra i quadri organici del Partito, ma ad oggi non impossibile, a giudicare dal numero di militanti che hanno affollato i suoi più recenti interventi pubblici.

E proprio sul distanziamento tra attuale dirigenza e militanza punta Pedro Sánchez, sfruttando il fatto che la seconda si collochi più a sinistra della prima e memore, forse, di quanto successo nelle primarie laburiste britanniche e socialiste francesi.

C’è da attendersi pertanto una polarizzazione della campagna tra “sanchisti” e “susanisti”, che lascerà probabilmente al margine la presunta “terza via” del candidato basco ed ex presidente del Congresso Patxi López, a suo tempo molto vicino a Sánchez. López vorrebbe presentarsi quale soluzione di consenso capace di superare i conflitti e le divisioni intestine, ma non sembra, per il momento, riuscire a “riscaldare gli animi”.

La triangolazione Pp-Psoe-Podemos
Mentre Sánchez si propone di recuperare l’identità di sinistra del Psoe e già strizza l’occhio a Iglesias, suggerendo la possibilità di un’alleanza delle sinistre contro Rajoy, Susana Díaz gestisce accuratamente i tempi e non ha ancora ufficialmente annunciato la sua candidatura.

La lideresa non entra nel terreno della relazione con Podemos, per il quale sembra nutrire profonda sfiducia, e appare consapevole della necessità di un discorso più articolato con il Pp, che tenga anche conto degli interessi dei ‘baroni regionali’ del Psoe che governano in diverse Comunità Autonome (e che la appoggiano).

Del resto proprio il binomio Díaz-Iglesias è quello che potrebbe maggiormente favorire l’attuale presidente Mariano Rajoy: perché allontana il pericolo di un coordinamento tra le sinistre e perché il Podemos radicale di Iglesias gli permette di insistere sulla retorica della minaccia populista (che ben ha funzionato elettoralmente), mentre il Psoe di Susana Díaz meglio si presta – in tempi di anti-politica, pluripartitismo e governi di minoranza – al ruolo di alleato responsabile che il Pp vorrebbe attribuirgli. O almeno questo spera Rajoy.