IAI
Negoziati a Ginevra

Siria, com’è difficile uscire dalla palude

27 Feb 2017 - Francesca Cocomero - Francesca Cocomero

I protagonisti del conflitto siriano sono tornati a Ginevra per riaprire il quarto round di negoziati di pace, a poco meno di un anno dalla fine dell’ultimo tentativo – conclusosi nell’aprile 2016 – e dopo i colloqui di Astana del mese scorso.

Il 23 febbraio, sotto l’egida delle Nazioni Unite e guidati dall’inviato speciale per la Siria Staffan de Mistura, i rappresentanti del governo di Damasco e numerosi gruppi dell’opposizione siriana hanno deciso di riprovare a porre le basi per una soluzione politica di lungo termine ad una guerra che in sei anni ha mietuto più di 450mila vittime, disperso quasi 5 milioni di rifugiati, devastato il paese e contribuito ad una grave instabilità regionale.

Tutte le crepe nell’opposizione
I delegati di Assad siedono, per la prima volta in tre anni, allo stesso tavolo dell’High Negotiation Committee (Hnc), ombrello sotto cui oggi si riunisce un’opposizione internamente divisa, e da cui si sono chiamate fuori le due più grandi fazioni di ribelli presenti sul territorio siriano (il Tahir al-Sham e il Ahrar al-Sham).

A far parte di una diversa delegazione anche il gruppo d’opposizione Cairo Platform, capeggiato dall’ex portavoce del ministero degli Esteri siriano Jihad Makdissi, e a favore della creazione di un governo di transizione che non preveda la presenza di Assad al posto di comando.

Presente anche la Moscow Platform, formata da ribelli che sostengono la visione russa di Assad al potere ma che, tuttavia, ha boicottato all’unanimità l’intero processo di pace, dopo essere stata respinta dalle fila dell’Hnc per mancanza di posizioni condivise.

A minare le aspettative di un esito positivo per quest’ultima serie di negoziati sono anche i risultati dei tre precedenti processi di pace avvenuti nel 2012, 2014 e 2016 che, proprio a Ginevra, hanno visto dissolvere le speranze di una soluzione pacifica al conflitto.

Le inconciliabili visioni politiche, le divisioni interne alle rispettive fazioni, il generale disimpegno rispetto alle tematiche umanitarie e il non riconoscimento reciproco avevano condannato sul nascere gli sforzi dei due mediatori internazionali, Lakhdar Brahimi prima e de Mistura poi, ad evaporare in un nulla di fatto. Esiti inconcludenti, che neanche il tentativo di trasformare il processo diplomatico di Ginevra III in una serie di colloqui “informali” focalizzati su un numero limitato di punti in agenda è riuscito a ribaltare.

Il loro insuccesso ha infatti spinto de Mistura a dirsi profondamente scettico rispetto alla riuscita del processo attualmente in corso. In più, l’insuccesso dei colloqui di pace di Astana dello scorso gennaio, sponsorizzati da Russia, Iran e Turchia (incapaci di dare vita a un documento ufficiale degli obiettivi raggiunti, né di implementare una tregua di lungo termine) rappresenta un ulteriore fattore di instabilità di cui ciascuna fazione dovrà tenere conto nella ricerca di un compromesso rispetto ai temi caldi degli attuali negoziati.

Assad saldo al timone
Negoziati che si differenziano, rispetto ai precedenti, per la composizione stessa delle delegazioni presenti a Ginevra, nonché per il peso strategico che ognuna di esse ha sull’attuale bilancia dei poteri. L’opposizione appare infatti divisa e fortemente provata dagli ultimi sviluppi in campo militare, che hanno visto Aleppo cadere nuovamente nelle mani delle forze governative nel dicembre 2016.

Le lotte intestine che ne hanno minato l’equilibrio hanno infine spostato l’ago della bilancia a favore dei gruppi più estremisti, la cui crescente influenza potrebbe di fatto spingere l’occidente a trasferire il proprio sostegno in favore di Assad.

Al contrario, il governo di Damasco sembra rinvigorito, tanto da spingere l’ex ambasciatore americano in Siria Robert S. Ford ad affermare che c’è un motivo per cui la voce “governo di transizione” manca fra i punti in agenda. Il “disastro politico” che la perdita di Aleppo ha rappresentato per l’opposizione porge dunque ad Assad il coltello dalla parte del manico, e gli assicura un cospicuo spazio di manovra per imporre la propria visione sul futuro politico del Paese.

Più percorribile, da questo punto di vista, sembra essere il programma di lavoro proposto per la nuova tornata negoziale, che prende slancio dalle disposizioni della risoluzione Onu 2254/2015, secondo cui, alla formazione di un governo di transizione che vanti “pieni poteri esecutivi”, va preferita quella di un gabinetto “credibile, inclusivo e non settario”, che proceda alla stesura di una nuova Costituzione e all’indizione di elezioni “libere e giuste” sotto l’egida delle Nazioni Unite.

I nodi sul tavolo
Ciononostante, buona parte del risultato finale di questi negoziati dovrà basarsi, nell’opinione di più di 40 organizzazioni umanitarie, sul raggiungimento di cinque obiettivi fondamentali: la fine degli attacchi a danno dei civili, la creazione di nuovi corridoi umanitari, indagini mirate sui crimini perpetrati tanto dalle forze governative quanto dall’opposizione, e una riforma a tutto tondo del settore della sicurezza.

Tuttavia, le tensioni fra le parti coinvolte continuano a minare il raggiungimento di una soluzione condivisa e inclusiva al conflitto siriano, colpevole anche il recente raffreddamento tra Nato e Turchia, che risente dell’appoggio occidentale a favore delle fazioni curde. In più, il recente riavvicinamento tra Mosca e Ankara pone nuovi interrogativi sul futuro ruolo in Medio Oriente degli Stati Uniti di Trump, che non hanno ancora chiarito le loro posizioni.

Infine, finché le parti non accettano la possibilità di assumere una posizione comune in merito alla questione siriana, sarà impossibile prevedere la fine di un conflitto di carattere ormai pienamente internazionale, tanto per la composizione delle fazioni contrapposte e dei rispettivi sostenitori stranieri, quanto per gli effetti che tale lotta continua a propagare oltre i confini lacerati di una regione politicamente, economicamente e ideologicamente distrutta: la minaccia del terrorismo e il peso dei flussi migratori.