IAI
Nato e Russia

Incontri e scontri militari a Nord e a Sud

22 Feb 2017 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Alla Conferenza sulla Sicurezza (Wehrkunde) di Monaco di Baviera è stato affrontato anche quest’anno il rischio crescente rappresentato dagli incontri ravvicinati tra unità terrestri, navali ed aeree appartenenti alla Federazione russa e a Paesi Nato, che rischiano a volte di sfociare in veri e propri incidenti dalle conseguenze incalcolabili.

A rendersi principale interprete di questa preoccupazione è stato lo European Leadership Network ( Eln) che da alcuni anni è in prima linea nel monitorare questo fenomeno. Le credenziali di questo gruppo europeo, basato a Londra e collegato con la Nuclear Threat Initiative americana, sono corroborate dalla sua natura politicamente “non partisan” e dal fatto che ne sono parte eminente esponenti del mondo diplomatico, militare ed accademico europeo con una significativa partecipazione di personalità russe.

Trattati non applicati o in discussione
Che sia un organismo non governativo ad assumere l’iniziativa in questo campo non deve sorprendere visto che i meccanismi preposti alla gestione di tale situazione non sono attualmente utilizzabili. La luna di miele del dialogo Nato/Russia è da tempo tramontata. Le azioni russe in Georgia, Crimea e Ucraina ed il disconoscimento da parte di Mosca del Memorandum di Budapest, che prevedeva il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina, hanno lasciato un segno difficilmente cancellabile.

Dal 2007 Mosca non applica più il trattato sulle Armi convenzionali in Europa (Cfe) e viene oggi persino messo in discussione il trattato Usa/Russia (Inf) del1987 che aveva portato all’eliminazione dei missili nucleari americani e russi a raggio intermedio schierati in Europa.

La regola del consenso ha sinora impedito al foro multilaterale più appropriato, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), di affrontare efficacemente questi problemi. Le prime misure volte ad evitare gli scontri e per costruire la fiducia risalgono al 1975 e vennero successivamente rafforzate.

In aggiunta a tali intese generali venne stipulata a partire dal 1989 una serie di accordi bilaterali dedicati proprio ad evitare incidenti in alto mare (Inc Sea) ed a prevenire attività militari pericolose anche in terra e nella acque territoriali (Dma) tra la Russia e alcuni Paesi della Nato.

Più esercitazioni, più rischi
L’attuale clima di tensione ha condotto a un accrescimento delle esercitazioni militari in tutti gli scacchieri, rendendo più frequenti e probabili gli incidenti e gli scontri. Ne sono testimonianza eventi drammatici come l’abbattimento di un velivolo passeggeri malaysiano nello spazio aereo dell’Ucraina nel 2014, o l’abbattimento, l’anno successivo, di un caccia russo ai confini tra Turchia e Siria.

Sulla questione incontri/scontri militari lo Eln ha pubblicato recentemente un ampio rapporto, nonché un piano di azione. Tra le raccomandazioni che vengono suggerite c’è, oltre alla effettiva applicazione delle intese già esistenti, la “tolleranza zero” per eventuali comportamenti irresponsabili, l’allargamento della normativa Inc Sea e Dma ad altri Paesi Nato, la riattivazione del dialogo per prevenire incidenti aerei.

A Monaco la scorsa settimana i maggiori esponenti di Eln (Des Browne, Wolfgang Ischinger, Sam Nunn, Igor Ivanov) hanno proposto misure addizionali come comunicazioni “military-to-military”, sottolineando “il rischio inaccettabile di incidenti aerei che conducono a conflitti militari e politici”.

Già nel 2015 i maggiori esponenti di Eln sollevarono pubblicamente la questione direttamente con il ministro degli Esteri russo Lavrov, evocando in particolare il rischio rappresentato dallo spegnimento degli “trasponders” per l’identificazione reciproca dei velivoli militari.Sta emergendo ra tra le parti la propensione a dare una soluzione almeno a questa questione che è prioritaria.

Dal Baltico al Mediterraneo
Il rapporto Eln e le affermazioni dei suoi dirigenti sono prevalentemente focalizzati sullo scacchiere settentrionale e sull’area del Baltico. È necessario approfondirne la dimensione mediterranea. Il ritorno della presenza russa nel Mediterraneo, le operazioni militari in Siria, la sempre delicata gestione degli stretti, il traffico di esseri umani, le scaramucce tra greci e turchi, sono sviluppi che accrescono i rischi di incidenti.

È dunque nell’interesse di tutti trovare un modus vivendi anche per il Mare Nostrum. Questo argomento è stato a suo tempo affrontato autorevolemente dal professor Natalino Ronzitti dello IAI in un suo studio del 2010 intitolato “The Law of the Sea and Mediterranean Security”. Alcuni Paesi dell’area, tra cui il nostro, hanno già sottoscritto accordi sulla prevenzione degli incidenti in alto mare: l’Italia lo ha fatto non solo con la Russia ma anche con la Tunisia. Meno diffuse sono le intese volte a mitigare gli incidenti nelle acque territoriali e su terra (Dma).

L’ideale sarebbe che sulla questione degli “hazardous incidents” si giungesse a un’intesa a livello globale anziché Paese per Paese e che l’attenzione fosse dedicata d’ora in avanti anche all’area meridionale/mediterranea. Non solo la Nato, ma anche l’Unione europea, sempre più attiva militarmente nel Mediterraneo per la questione dei rifugiati/migranti, è chiamata ad assumersi accresciute responsabilità. Nel rapporto Eln si suggerisce che la questione venga affrontata nel quadro del “Regional Seapower Symposium per il Mediterraneo ed il Mar Nero” che l’Italia ospita dal 2015.

Sarebbe necessario inoltre rilanciare i meccanismi dell’Osce nell’area mediterranea che non hanno sinora avuto molto successo. L’Italia presiederà l’Osce nel 2018 e quest’anno già presiede il gruppo di contatto con i partner mediterranei. Con un ministro degli Esteri siciliano come Angelino Alfano, che ha già maturato una lunga esperienza sui dossier mediterranei, e con un segretario generale dell’Osce di nazionalità italiana, l’ambasciatore Lamberto Zannier, il nostro Paese ha le carte in regola per fare progredire questa complessa materia.