IAI
Più rischi che opportunità

Trump e l’Europa: chiarezza è fatta

30 Gen 2017 - Ferdinando Nelli Feroci - Ferdinando Nelli Feroci

Se ci fossero stati ancora dubbi sull’atteggiamento di Donald Trump nei confronti dell’Europa, alcuni sviluppi di questi ultimi giorni hanno contribuito a fare chiarezza su cosa pensa il nuovo presidente americano dell’Unione europea, Ue.

In questo senso, va registrato l’incontro di Trump con il premier britannico Theresa May, primo capo di governo ad essere invitato alla Casa Bianca; le espressioni di ammirazione per la Brexit, e l’auspicio che altri Paesi europei seguano l’esempio; l’ostentata volontà di ricreare un asse preferenziale tra Washington e Londra; l’insistenza sulla opportunità di un accordo bilaterale di libero scambio con il Regno Unito.

In rapida successione va poi segnalata l’intervista alla Bbc del più che probabile candidato al posto di rappresentante Usa presso la Ue, nella quale Ted Malloch s’è dichiarato convinto che gli Usa possano negoziare e concludere un accordo commerciale con il Regno Unito nell’arco di 90 giorni (etichettando come fastidiosi e superflui legalismi le obiezioni della Commissione che aveva fatto osservare che il Regno Unito non potrà negoziare accordi commerciali finché sarà membro dell’Ue).

Ha confermato che i negoziati per il Ttip sono ormai defunti; ha ribadito l’allergia di Trump per le organizzazioni sovranazionali e la preferenza per relazioni bilaterali con singoli Stati-Nazione; e ha dichiarato di non avere alcuna fiducia nell’Euro, una moneta comune verosimilmente destinata al collasso nell’arco dei prossimi diciotto mesi.

L’Ue e un’Amministrazione statunitense ostile
Per la prima volta dalla sua creazione, l’Ue si trova dunque confrontata con una Amministrazione americana ostile, o nella migliore delle ipotesi indifferente; più interessata a sfruttare la posizione di indubbio vantaggio che comporterebbe una rete di relazioni bilaterali, rispetto alle difficoltà di doversi confrontare con un blocco continentale unitario, certamente complicato nel suo funzionamento, ma in grado di fare valere le potenzialità del grande mercato interno europeo e la solidarietà faticosamente costruita attorno alle varie politiche comuni.

Per la prima volta, Bruxelles e le maggiori capitali europee dovranno fare i conti con una Amministrazione americana che, a differenza delle precedenti, non sosterrà più, o peggio potrà contrastare, gli sforzi europei mirati a consolidare integrazione e solidarietà.

Si tratta di una svolta epocale, se si pensa che finora, salvo qualche episodio di frizione e tensione (per contenziosi commerciali, per dispute in materia di concorrenza o per dissidi su questioni specifiche di politica estera), Washington aveva coerentemente sostenuto la costruzione europea come elemento portante di quella partnership transatlantica che era a sua volta considerata come uno dei pilastri di un equilibrio globale fondato su principi e valori condivisi (libero mercato, democrazia, sostegno al multilateralismo).

Fare da soli: straordinaria opportunità o fattore di rischio
Ora l’Europa non potrà più fare affidamento sul sostegno implicito o esplicito degli Usa e dovrà fare da sola. È stato osservato che questa potrebbe essere una straordinaria opportunità per l’Europa, che proprio per rispondere alla sfida di Trump dovrà trovare la volontà politica e l’energia per ritrovare autorevolezza e protagonismo.

Personalmente credo che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscano per l’Europa fattori di rischio, destinati a mettere ulteriormente in difficoltà una Ue già alle prese con gravi problemi interni: un calo di consensi e di sostegni da parte di opinioni pubbliche nazionali sempre più distaccate quando non ostili; una crescente affermazione di formazioni politiche populiste, magari eterogenee, ma accomunate da piattaforme politiche caratterizzate da un marcato euro-scetticismo.

Una crisi migratoria senza precedenti, cui non hanno corrisposto adeguate risposte comuni; una economia che stenta a riprendere il cammino della crescita; una situazione inquietante dell’occupazione in particolare giovanile; la minaccia del terrorismo che incombe un po’ su tutti i Paesi europei; sfide sempre più complesse, e un’area di diffusa instabilità, ai propri confini, di fronte alle quali l’Europa è costretta a riconoscere le proprie debolezze e insufficienze.

Trump alla Casa Bianca, insieme alla Brexit, costituiscono altrettante minacce per l’Europa. In primis, come abbiamo già potuto constatare, l’affermazione negli Usa e nel Regno Unito di una linea nazionalista, sovranista e protezionista ha rafforzato le posizioni delle formazioni politiche populiste, nazionaliste e sostanzialmente anti-europee presenti in numerosi Paesi europei.

In secondo luogo la diffidenza manifestata da Trump per l’Alleanza Atlantica rischia di rimettere in discussione quella solidarietà transatlantica su cui l’Europa aveva fatto affidamento, anche come garanzia della propria sicurezza. In terzo luogo la linea protezionista e isolazionista della nuova Amministrazione americana contrasta clamorosamente con il sostegno europeo ad un sistema aperto di liberalizzazione dei commerci e di integrazione delle economie.

Infine la volontà manifestata da Trump di aprire a nuove forme di collaborazione con la Russia di Putin (che di per sé non sarebbe uno sviluppo negativo), se realizzata unilateralmente e senza una previa consultazione con gli alleati e i partner europei, rischia di metter in seria difficoltà gli europei (che proprio sul con la Russia hanno non pochi problemi a mantenere una posizione unitaria).

Per non citare le prevedibili divergenze con Washington che a Bruxelles si dovranno registrare su numerosi altri temi: dalla gestione del fenomeno migratorio, al contrasto del cambiamento climatico, dall’impegno per la protezione ambientale alla regolamentazione dei mercati finanziari, dal coordinamento delle politiche macro-economiche all’impegno per un sistema di relazioni internazionali fondato sulla difesa del libero mercato e della democrazia, alla difesa del multilateralismo e delle istituzioni internazionali.

Costretti a giocare di rimessa
A fronte di questo mutamento radicale dei termini di riferimento del rapporto con la maggiore potenza amica e alleata, c’è da chiedersi se l’Ue saprà farsi trovare preparata, o se sarà costretta a giocare di rimessa secondo un copione ben noto. Le premesse non sono delle più favorevoli. Mai come in questa congiuntura l’Europa è apparsa incerta, in crisi di consensi e soprattutto divisa sulle cose da fare.

Ma per far fronte alle sfide che si presentano sia sul fronte interno (calo esponenziale del sostegno delle opinioni pubbliche e crescita delle formazioni politiche euro-scettiche) e esterno (un contesto internazionale particolarmente instabile e critico, una Amministrazione americana tendenzialmente ostile), è più che mai necessario riprendere il cammino interrotto del rilancio della costruzione europea.

Nell’immediato con decisioni concrete su politiche in grado di fornire beni pubblici europei: maggiore sicurezza interna e esterna, una più efficace collaborazione nel campo della difesa; una politica comune per la gestione dei flussi migratori ispirata al principio di solidarietà; politiche condivise a sostegno della crescita e dell’occupazione nel rispetto del principio della disciplina di bilancio; stabilizzazione del sistema finanziario con il completamento dell’unione bancaria.

Nel medio termine con un riassetto istituzionale che consenta di tradurre in termini operativi quel metodo della integrazione differenziata, che sembra realisticamente l’unico approccio praticabile per conciliare la necessità di adottare misure in grado di riconquistare il consenso dei cittadini con l’esigenza di tener conto delle diverse visioni sugli obiettivi di lungo termine del processo di integrazione.

Il vertice di Malta del prossimo 3 febbraio e le celebrazioni del 60o anniversario della firma dei Trattati di Roma sono altrettante occasioni per testare l’esistenza della necessaria volontà politica.