IAI
Usa e Israele

Trump, l’antisemitismo e gli ebrei americani

4 Gen 2017 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

“… Per secoli gli ebrei sono vissuti come minoranza nelle terre di altri popoli … Come ebrei statunitensi siamo fieri di avere concorso al tragitto che la nostra nazione ha compiuto per adempiere alla promessa che gli esseri umani sono creati eguali – una promessa che rinnova il postulato biblico che gli esseri umani sono creature eguali ad immagine di Dio … Condanniamo fermamente i molti episodi di antisemitismo che hanno circondato la sua campagna elettorale. Siamo inoltre sgomenti per le parole e gli atti che hanno offeso cittadini statunitensi in ragione del genere, razza, religione, etnia, disabilità o orientamento sessuale.
Espressioni di xenofobia, islamofobia, misoginia intorno alla sua campagna minacciano di compromettere i valori fondanti della nostra nazione … Riteniamo che l’immigrazione e l’integrazione degli immigrati siano state un fattore essenziale nel dare forza e prosperità al Paese. Proprio perché molte delle nostre famiglie giunsero nel Paese fuggendo dalle persecuzioni – e molti morirono per la chiusura dei confini – lottiamo per difendere l’identità dell’America come luogo di rifugio … Noi, come una maggioranza schiacciante di ebrei statunitensi, appoggiamo una soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese … Ci aspettiamo che lo stato di Israele rispetti i principi della democrazia, come affermati nella Dichiarazione di indipendenza, e che gli Stati Uniti svolgano un ruolo attivo nella difesa di quei principi … La sua decisione di nominare Stephen Bannon come chiefstrategist è contraria a quei principi e deve essere annullata in nome del popolo americano …
”(1)

Così recita la lettera inviata a Donald Trump pochi giorni dopo la sua elezione da organizzazioni ebraiche della “sinistra”; fra queste, Jstreet, New Israel Fund, Peace Now, Hashomer Hatzair, T’ruah – un movimento rabbinico attivo nella difesa dei diritti umani. Altre organizzazioni più “mainstream” come l’Aipac – America Israel Public Action Committee – e l’American Jewish Commitee sono rimaste silenti almeno nell’agone pubblico.

La Anti-defamation League, un’antica associazione dedita alla battaglia contro il pregiudizio etnico e religioso, pur non essendo fra i firmatari, ha assunto una posizione fortemente critica contro i rigurgiti antisemiti manifestatisi nella campagna elettorale e la nomina di Stephen Bannon, direttore della campagna di Trump e di Breitbart, un sito di notizie accusato di razzismo, xenofobia e antisemitismo.

Le divisioni dell’elettorato ebraico Usa
Il rapporto irenico fra gli ebrei statunitensi e il loro Paese rischia di rompersi. Trump è agli antipodi rispetto alle opinioni prevalenti fra gli ebrei statunitensi, dove i “liberals” sono maggioritari, su questioni come l’immigrazione, il pluralismo religioso, la giustizia sociale, la separazione fra stato e chiesa.

Questi temi, secondo un sondaggio svolto appena dopo il voto, contano, insieme all’economia, alla sanità, al terrorismo, assai di più nell’orientare le scelte che non i rapporti fra Stati Uniti e Israele per il 70% di elettori ebrei che hanno votato per Hillary Clinton (2).

Del 24% di elettori ebrei che hanno votato per Trump – un numero percentualmente analogo votò per George Bush (Bush nel 2004 e John McCain nel 2008, il 30% scelse Mitt Romney contro Barack Obama nel 2012 – alcuni sono conservatori “classici”; altri gravitano, nelle interpretazioni prevalenti, soprattutto nel mondo ortodosso.

Secondo il sondaggio sopra citato, infatti, avrebbe votato per Trump solo il 21% degli ebrei aderenti al movimento “riformato”, contro il 25% dei “conservative” e il 39% degli ortodossi. L’antisemitismo non è per questi ultimi così importante quanto la difesa di Israele e l’ostilità verso arabi e mussulmani.

È possibile quindi accettare le lusinghe tentatrici di una destra che ha sì pregiudizi e istinti antisemiti, ma che è saldamente filo-israeliana. Va in questa direzione la nomina appena annunciata come ambasciatore in Israele di David Friedman, un avvocato ebreo di Long Island, noto per le sue posizioni conservatrici e plaudenti alla destra israeliana, contrario alla soluzione “a due stati” del conflitto israelo-palestinese, sostenitore dell’annessione a Israele di parte rilevante della Cisgiordania e lui stesso finanziatore di una scuola religiosa ebraica nell’insediamento di Beit El.

La nuova destra ebraica
Secondo Peter Beinart, autore di un saggio fondamentale sui mutamenti in seno all’ebraismo americano e nei suoi rapporti con Israele (The crisis of Zionism, Times books, 2012) e altri osservatori, alla radice dello spostamento dell’opinione ebraica verso posizioni più etnocentriche, più precisamente “israelo-centriche” vi sono due fattori: il crescere del peso demografico della comunità ortodossa e dell’influenza politico-finanziaria di grandi donatori come Sheldon Adelson, di simpatie repubblicane, poco sensibili ai temi del razzismo o della diseguaglianza sociale e da cui dipendono molti organismi e movimenti ebraici per le loro attività comunitarie.

In sintesi, l’unico o quasi tema mobilitante è per costoro il sostegno acritico al governo di Israele, e il futuro degli ebrei nel Paese va assicurato perseguendo gli interessi particolari della comunità invece di lottare contro le iniquità e le discriminazioni religiose, etniche e sociali di cui soffrono le altre minoranze nella società americana.

(1) Il testo integrale della lettera è disponibile su www.ameinu.net.
(2) GBA strategies, 2016 post-election Jewish surveys summary findings, 9/11/2016
.