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Immigrazione

I limiti della strategia Minniti

18 Gen 2017 - Bianca Benvenuti - Bianca Benvenuti

Intensificare i controlli e aumentare la stretta sui migranti irregolari presenti nel territorio italiano. È questo l’obiettivo centrale della nuova strategia del ministro degli Interni Marco Minniti, che ha tra i suoi ingredienti la riapertura di un Centro di identificazione ed espulsione, Cie, per ogni regione e la conclusione di vari accordi di riammissione con i Paesi di origine e di transito.

L’obiettivo è di radoppiare le espulsioni portandole dalle attuali 5mila a 10mila unità. Un programma che ricalca le intenzioni del ministro dell’Interno tedesco Thomas de Maiziere che, in un’intervista al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha dichiarato di voler aprire centri di deportazione delocalizzati e facilitare la firma di accordi di riammissione anche attraverso un “ammorbidimento” del principio del “paese terzo sicuro” che vieta rimpatri in paesi dove la sicurezza dei migranti è a rischio.

Anno nuovo, strategia nuova? La ricetta di Minniti per contrastare la migrazione irregolare sa più dell’ennesimo tentativo di far funzionare un sistema che ha già in passato dimostrato la sua inefficacia.

La detenzione amministrativa che non funziona
Il ministro Minniti promette una nuova politica sull’immigrazione che abbia come cardine l’aumento delle espulsioni e la diminuzione dei migranti irregolari presenti sul territorio italiano. Insomma, un rilancio della politica dei rimpatri che di nuovo ha poco o nulla. Ingrediente imprescindibile di questa “nuova” strategia, che verrà delineata con più precisione nelle prossime settimane, è la riapertura di un Cie per ogni regione.

I Cie, istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco-Napolitano, sono strutture detentive in cui vengono reclusi i cittadini stranieri colpevoli di reati amministrativi, cioè di aver soggiornato irregolarmente nel territorio italiano. Il periodo di detenzione può durare al massimo 18 mesi, periodo nel quale le autorità italiane dovrebbero provvedere alla identificazione e al rimpatrio del migrante nel suo Paese o nel Paese terzo dal quale ha transitato per arrivare in Italia.

Ma il “sistema Cie” non ha mai realmente funzionato. I dati dell’ultimo anno lo dimostrano: a fronte di 30 mila provvedimenti di espulsione firmati, solo 5 mila persone sono state effettivamente rimpatriate. Le difficoltà riguardano l’identificazione dei migranti, spesso sprovvisti di documenti, i costi del rimpatrio, ma soprattutto le resistenze di vari Paesi di provenienza a concedere il nulla osta.

Ne risulta che, dopo mesi di detenzione senza aver commesso un reato, ma solo un illecito amministrativo, il migrante si trovava di nuovo irregolare sul territorio italiano senza possibilità di legalizzare la propria posizione. Né le nuove misure previste da Minniti sembrano tali da ovviare a questi problemi.

Inoltre, l’approccio Cie risulterebbe inadeguato a fronteggiare i numeri di migranti irregolari presenti sul territorio italiano, considerando che si stima la presenza di 70mila solo tra coloro che hanno visto rigettata la propria domanda d’asilo. Molte associazioni hanno anche denunciato condizioni di vita disumane all’interno dei Cie, spesso ribatezzati “moderni lager”.

Accordo Italia-Libia
Il secondo e forse più importante elemento della “strategia-Minniti” è proprio il tentativo di stringere nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine e di transito. Secondo l’Agenzia Onu per i Rifugiati, più dell’80% dei barconi arrivati in Italia nello scorso anno proveniva dalle coste libiche e trasportava per lo più migranti provenienti da altri paesi, transitati attraverso la Libia.

La Libia è un Paese chiave per la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale: per questa ragione il ministro vi si è recato ad inizio anno, per stringere un accordo con il governo di Fayez el-Serraj al fine di fronteggiare il flusso irregolare di migranti e individuare le reti di trafficanti.

L’accordo con la Libia è chiave perché permetterebbe il rimpatrio in quel Paese non solo di migranti di nazionalistà libica, ma soprattutto di cittadini di Paesi terzi, transitati in Libia con i quali l’Italia non ha ancora accordi di riammissione. La vera domanda è se questo accordo funzionerà.

La situazione libica è il primo nodo da sciogliere. Precedenti governi italiani avevano già stretto accordi simili con Tripoli: nell’agosto 2008, l’allora Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi aveva sottoscritto con il colonnello Gheddafi un accordo per la collaborazione tra i due Paesi nella lotta alla “immigrazione clandestina”. Con l’inizio della guerra civile e la destituzione di Muammar Gheddafi, presto saltò anche l’accordo tra i due paesi, dando inizio alla cosidetta “emergenza nord-Africa” in Italia.

Oggi, l’interlocutore scelto è l’esecutivo di Fayez al-Serraj, ovvero il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, che ha però il controllo solo di parte del Paese. Vaste aree del sud e della costa sono in mano a jihadisti e altre milizie, mentre il generale Khalifa Haftar mantiene il controllo dell’area di Tobruk e l’ex premier Khalifa Ghewell di Tripoli.

Resta poi aperta la questione delle condizioni di vita dei migranti in Libia; secondo recenti rapporti di Medici Senza Frontiere, i migranti vengono spesso detenuti in condizioni antigeniche e disumane. L’Italia sembra quindi disposta a derogare anche dal principio del Paese terzo sicuro, che ha suscitato tanta opposizione all’accordo Ue-Turchia.

Il fallimento del nuovo accordo con la Libia sarebbe un brutto colpo nella politica di Minniti di rinvigorire la stipula di trattati di riammissione con paesi di origine e di transito. Senza questo tassello, inoltre, anche la creazione dei Cie non avrebbe più senso, perché la reclusione amministrativa è inutile se non si può assicurare il rimpatrio dei migranti reclusi.

Manca ancora, non solo in Italia, ma anche in Europa, la consapevolezza del fatto che l’unico modo per contenere i flussi irregolari di migranti è l’apertura di canali migratori legali e di passaggi sicuri per chi cerca protezione.