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Libia

Haftar cerca di acchiappare (la) Mosca

11 Gen 2017 - Umberto Profazio - Umberto Profazio

La visita del generale Khalifa Haftar a Mosca ha fornito l’occasione per fare il punto sulla cooperazione militare tra le due parti. Diverse fonti di stampa hanno speculato sulla possibilità dell’invio di armi da parte di Mosca, valutando anche l’ipotesi di una missione di addestramento per il Libyan National Army, Lna, guidato da Haftar.

Haftar chiede armi alla Russia
Quella di fine novembre non è la prima visita di un Comandante Supremo dell’Lna a figure di spicco del governo russo; i primi contatti erano stati stabiliti già a giugno. Anche in questo caso fonti russe hanno confermato una richiesta libica per l’invio di armi.

A fine settembre l’ambasciatore libico in Arabia Saudita, Abdel Basset al-Badri (considerato molto vicino ad Haftar), è giunto in Russia per incontrare il vice Ministro degli Esteri Mikhail Bogdanov, porgendogli la medesima richiesta.

L’offensiva diplomatica di Haftar ha finora prodotto scarsi risultati. A eccezione dell’arrivo di una missione di esperti russi in Cirenaica a inizio novembre, finalizzata a riassemblare l’Lna ed a rinnovare l’arsenale ed i sistemi di difesa aerei e navali, il governo russo si è dimostrato restio a impegnarsi direttamente nel complesso scenario libico.

Tuttavia, i recenti sviluppi politici nel Paese e l’evidente cambiamento delle dinamiche internazionali rendono la più recente visita di Haftar a Mosca foriera di ulteriori sviluppi.

Secondo le indiscrezioni del sito israeliano DEBKAfile, questa volta la Russia avrebbe mostrato ampia disponibilità a sostenere l’Operazione Karama di Haftar, condizionando però il suo aiuto alla costruzione di una base militare vicino a Bengasi.

In tale contesto, giova ricordare quanto già ottenuto dagli Emirati Arabi Uniti, i principali sostenitori di Haftar assieme all’Egitto: secondo quanto rilevato a fine ottobre da IHS Jane’s, Abu Dhabi avrebbe ottenuto una base militare presso Marj (il quartier generale di Haftar), utilizzata anche dalle forze francesi.

La creazione di una base militare russa vicino a Bengasi fornirebbe a Mosca un secondo punto di appoggio nel Mediterraneo dopo Latakia in Siria, confermando il crescente attivismo della Russia nella regione.

Ovviamente, tali speculazioni non sono state confermate. Lo stesso Haftar si è affrettato a smentire l’invio di armi da parte della Russia, precisando che la richiesta verrà presentata una volta sollevato l’embargo sulle armi ancora in vigore nei confronti della Libia.

Resta tuttavia altamente improbabile una revisione di tale politica. Spesso richiesta per combattere più efficacemente il gruppo terrorista dell’autoproclamatosi “stato islamico”, la fine dell’embargo sarebbe difficilmente giustificabile a seguito della definitiva caduta di Sirte lo scorso 6 dicembre.

Gentiloni-Kerry, il tandem dell’accordo di Skhirat in via di disfacimento
Molto più interessanti risultano le considerazioni politiche sulla vicenda. Nonostante l’evidente affinità tra Haftar e la linea di politica estera adottata dall’attuale governo russo, ufficialmente Mosca continua a sostenere l’accordo di Skhirat del dicembre 2015 e sostenuto dalla comunità internazionale.

Tuttavia, a distanza di un anno dalla sua firma, l’accordo politico libico denota evidenti segnali di logoramento. Il principale sostegno all’accordo, rappresentato dal tandem Gentiloni-Kerry, è in via di disfacimento sia per evidenti avvicendamenti elettorali negli Stati Uniti sia per crisi politiche interne in Italia.

Soprattuto, sussistono numerosi dubbi sulla volontà di Donald J. Trump di seguire il solco tracciato dall’amministrazione precedente sul dossier libico.

Tali prevedibili sviluppi privano il governo di unità nazionale dei principali garanti politici esterni, mentre dal punto di vista interno la legittimità del Primo Ministro Fayez al-Sarraj è costantemente erosa da numerosi fattori, quali instabilità, insicurezza e una profonda crisi economica che hanno alienato le iniziali simpatie con le quali il suo esecutivo era stato accolto a Tripoli.

Il corto circuito politico tra la Camera dei Rappresentanti a Tobruk e il governo di Sarraj ha persusaso anche i più convinti sostenitori dell’accordo di Skhirat, in primis l’inviato Onu Martin Kobler, della necessità di qualche ritocco.

L’Algeria si offre come nuovo mediatore sulla Libia
Lo scopo dichiarato è quello di rendere l’accordo più inclusivo. Implicitamente ciò vuole dire trovare un’allocazione adeguata ad Haftar, recentemente nominato Maresciallo a seguito della vittoriosa offensiva nel crescente petrolifero lo scorso settembre.

La ripresa dell’export petrolifero e la decisione di versare i relativi introiti nelle casse della Banca centrale di Tripoli hanno aumentato la popolarità di Haftar, rendendolo una figura imprescindibile per ogni soluzione politica della crisi.

Gli incontri si susseguono a un ritmo frenetico, al fine di convincere le principali fazioni libiche ad accettare un’interpretazione più inclusiva dell’accordo di Skhirat. Ad emergere chiaramente è un asse ben definito tra Mosca ed Algeri, entrambe visitate a più riprese dai vari protagonisti.

Il 14 dicembre è stato il Presidente del Parlamento di Tobruk Agila Saleh a far visita a Mosca, da dove ha annunciato una nuova road map per la soluzione della crisi libica, oltre a sondare il terreno per eventuali accordi di cooperazione economica e finanziaria.

A fine novembre Saleh era stato ricevuto ad Algeri, dove il 18 dicembre è invece arrivato Haftar per un incontro con il Primo Ministro Abdelamlek Sellal e il Ministro per gli Affari del Maghreb, dell’Unione africana e della Lega araba Abdelkader Messahel.

L’Algeria, in particolare, si è a più riprese offerta di mediare nella crisi libica, offrendo alle controparti il proprio modello di riconciliazione nazionale dopo i difficili anni ’90.