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Gb vs Ue

Brexit: May, hard e ad ogni costo!

19 Gen 2017 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Definita dalle voci euroscettiche del Paese come un semplice taglio netto dalle obsolete e “non democratiche” istituzioni europee, la Brexit sembra tuttavia un processo molto più complesso.

Per soddisfare i “leavers” che si erano espressi nel referendum di giugno contro l’appartenenza all’Unione europea, Ue, la Gran Bretagna dovrebbe conservare il proprio accesso al mercato unico, cessare la supremazia delle direttive europee sul Paese, controllare il libero movimento dei lavoratori ed essere in grado di implementare, senza più alcun vincolo da parte di Bruxelles, accordi di libero scambio con Paesi extra-europei.

Queste sono tutte condizioni che, se prese nel complesso, sono inaccettabili alla maggior parte dei Paesi dell’Ue. Per concedere l’accesso al mercato unico alla Gran Bretagna, vengono infatti richieste dai più garanzie sul libero movimento e pieno accesso al mercato del lavoro britannico ai cittadini europei.

Gianfranco Uber, www.gianfrancouber.eu, http://www.cartoonmovement.com

La Brexit non sarà per nulla soft
Al fine di chiarire la posizione britannica, nel suo atteso discorso di Lancaster House, il premier Theresa May ha quindi definito le priorità nei futuri negoziati con l’Ue.

Dalle sue parole, sembra che l’idea di una “soft Brexit”, che di fatto non è mai stata considerata apertamente dal governo di Londra, sia stata scartata. In effetti, una “soft Brexit” avrebbe sì permesso alla Gran Bretagna di rimanere parte del mercato unico con un accordo speciale all’interno dell’Area economica europea (Eea); ma il Regno Unito avrebbe dovuto accettare, come nel caso della Norvegia, la supremazia delle leggi europee su quelle nazionali, il libero movimento dei lavoratori e sarebbe di fatto rimasta legata all’Ue senza poterne influenzare il processo decisionale.

Per cancellare ogni possibile dubbio sul fatto che un strategia “soft” non è nemmeno considerabile, la May ha dichiarato che oltre sei mesi fa i cittadini britannici si sono espressi a favore dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue per aprirsi al resto del mondo. Questo rimane il piano del governo dunque, anche a costo di perdere l’accesso al mercato unico, mettendo a repentaglio almeno nel breve periodo la stabilità economica britannica.

Sembra dunque che, una volta invocato l’articolo 50, la Gran Bretagna si presenterà al tavolo negoziale europeo con una proposta di “hard Brexit”, mettendo fine ai legami politici ed istituzionali che legano il Paese al vecchio continente con la conseguente reintroduzione di frontiere e controlli doganali. Precluso così l’accesso al mercato unico, i rapporti commerciali con i Paesi Ue saranno disciplinanti dai principi fissati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto).

Le prospettive dei mercati globali
È indubbio che la Gran Bretagna ne risentirebbe economicamente. Nell’agosto del 2016 l’Ue era il mercato di riferimento più importante per il commercio britannico. Se è vero che, così come dichiarato più volte dalla May e dal ministro degli Esteri Boris Johnson, la Gran Bretagna potrebbe, in un secondo momento, tentare di intavolare un accordo di libero scambio con l’Ue, questo richiederebbe tempo e potrebbe essere discusso solo dopo la conclusione dell’iter negoziale.

Inoltre, vista la lunga trafila tra Ue e Canada per concludere il recente Comprehensive Economic Trade Agreement (Ceta), è difficile prevedere l’esito di un accordo analogo tra il Regno Unito e i restanti Paesi membri.

Allo stesso tempo, considerando l’ostilità manifestata dal neo-eletto presidente Usa Donald Trump ad accordi di libero scambio, è difficile pensare che Londra potrà ottenere un accesso privilegiato al mercato americano.

In questo frangente, il Regno Unito potrebbe perdere la propria attrattività economica ed è per questo motivo che la May ha ipotizzato la possibilità di modificare il modello economico britannico introducendo un regime fiscale che favorisca le imprese. Di certo questa prospettiva, che minerà la competitività dei Paesi membri, non piace ai Governi europei e renderà i negoziati ancora più difficili.

La sentenza della Corte Suprema
Per il 48% dei cittadini britannici a favore della permanenza nell’Unione non tutto sembra perduto. L’attesa sentenza della Corte Suprema, sulla necessità o meno per il Parlamento britannico di discutere e approvare il piano Brexit prima che il governo possa invocare l’articolo 50, potrebbe ritardare l’inizio dei negoziati.

Il primo ministro aveva infatti dichiarato la volontà del suo governo di attivare l’articolo 50 alla fine di marzo 2017, così da consentire un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue per la primavera del 2019. Tuttavia, tali tempistiche potrebbero dilungarsi se il Parlamento sarà chiamato a votare il piano per l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Al momento, la maggioranza dei conservatori in Parlamento, così come l’euroscettico Ukip, che però ha solo un seggio, sicuramente appoggeranno il governo nella decisione di procedere con una “hard Brexit”.

Con i suoi 231 seggi, il Partito Laburista invece non è particolarmente pro-europeo, ma potrebbe sollevare delle obiezioni. Il leader del partito, Jeremy Corbyn, ha più volte dichiarato che non ostacolerà il processo di Brexit così come voluto dalla maggioranza dei cittadini britannici, ma chiederà un piano di uscita che non danneggi la società e che protegga i lavoratori britannici e quelli europei in ugual maniera.

Allo stesso modo, i parlamentari del Partito nazionale scozzese (54 seggi), che devono rispettare la maggioranza pro-membership dei cittadini scozzesi, reclameranno maggiore potere per la Scozia nel definire i termini negoziali della Brexit.

Infatti, nel caso in cui la visione scozzese sulla Brexit non sia rispettata, la Scozia potrebbe decidere di organizzare un altro referendum sull’indipendenza del Paese. Al momento, dal punto di vista sia economico che politico, non è certamente nell’interesse scozzese l’idea di lasciare la Gran Bretagna. Tuttavia, la Brexit rappresenta una buona opportunità per ottenere più potere decisionale da Londra.

Se è vero che Brexit non significa solo Brexit ma molto probabilmente “hard Brexit”, la sentenza della Corte Suprema e la possibilità per il Parlamento di intervenire sul piano del Governo potrebbe di fatto rallentarne il processo, ritardando l’attivazione dell’articolo 50 e forse ammorbidendo alcune posizioni.

I pro-europei non possono però cantare vittoria. Questo scenario, oltre ad indebolire il mandato del Governo, renderà il già difficile futuro processo negoziale con l’Ue più lungo ed intricato, causando una generale instabilità di cui l’Europa tutta potrebbe risentire.