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America Latina

Trump e i vicini latinoamericani

3 Dic 2016 - Ilaria Masiero - Ilaria Masiero

Durante la campagna elettorale statunitense, Donald Trump ha incendiato il dibattito sul tema dei rapporti con i Paesi latino-americani, soprattutto il Messico, con commenti politicamente scorretti e promesse plateali in materia di immigrazione e accordi commerciali.

In molti ipotizzano (e auspicano) che, messa in saccoccia la vittoria, il presidente eletto adotti posizioni più moderate – ma sono disposti a scommetterci in pochi. Nell’attesa che Trump scopra le sue carte, il peso dell’incertezza si fa sentire e si prospettano nuovi, possibili scenari.

Immigrazione: Stati Uniti e America Latina sono più lontani
“Stupratori” e “criminali”. Con questi termini Trump si è riferito ai migranti latino-americani che attraversano il confine tra Messico e Stati Uniti, chiarendo sinteticamente la sua posizione in merito all’immigrazione illegale.

Fedele a questa linea, il candidato repubblicano ha promesso, da un lato, di dare vigore alla deportazione degli irregolari già in territorio Usa, dall’altro di prevenire nuovi ingressi attraverso il completamento e rafforzamento della barriera che già si estende per circa un terzo del confine tra Stati Uniti e Messico. A elezioni compiute, si cerca di distinguere l’arrosto dal il fumo ma, per il momento, i segnali sono ambigui.

Nella prima intervista dopo la vittoria, il neo-presidente ha annunciato che deporterà gli immigrati irregolari con precedenti criminali (come peraltro stava già facendo Obama). D’altra parte, Trump ha temporeggiato sul destino degli altri clandestini, affermando che deciderà solo dopo aver messo in sicurezza la frontiera. Per quel che riguarda il muro al confine, il presidente eletto non ha fatto dietro-front, ma ha ammesso che in alcuni tratti si accontenterebbe di semplici recinzioni.

Se questi annunci sembrano implicare una linea più moderata, a rimescolare le carte in tavola è arrivata la nomina a ministro della giustizia di Jeff Sessions, uno dei più estremi esponenti anti-immigrazione del Senato, su cui addirittura grava l’ombra del razzismo.

È presto fare previsioni sull’impatto delle future politiche anti-immigrazione del nuovo presidente, tuttavia si può dire che, all’indomani delle elezioni, ci sono dati che mostrano un aumento del flusso di migranti speranzosi di raggiungere gli Stati Uniti prima dell’insediamento di Trump.

Trump il Nafta e il Cafta-Dr
Durante la campagna elettorale, Trump ha duramente criticato il Nafta (North American Free Trade Agreement), l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico entrato in vigore nel 1994. Il candidato repubblicano ha sostenuto che il trattato avvantaggia il Messico a scapito degli Stati Uniti, e ha minacciato di rinegoziare o abrogare del tutto l’accordo e introdurre una tassa del 35% sulle importazioni messicane.

Se Trump deciderà di andare fino in fondo, le cose si metteranno male per il Messico, che attualmente vende circa l’80% delle sue esportazioni agli Stati Uniti. Alcuni economisti stimano che la tassa sulle importazioni potrebbe costare al paese circa il 5% del suo Pil.

È difficile da credere che il neo-presidente voglia davvero fare fuori il Nafta: il Messico è il secondo maggiore mercato per le esportazioni statunitensi e sei milioni di posti di lavoro dipendono da questa partnership. Inoltre, gli Stati Uniti non possono tirare troppo la corda col vicino del sud perché hanno bisogno della collaborazione messicana in materia di narco-traffico e immigrazione. D’altra parte, non sarebbe la prima volta che Trump contraddice tutte le previsioni.

Nell’attesa che il presidente eletto sveli i suoi piani, l’ombra del protezionismo statunitense ha già iniziato a danneggiare l’economia messicana. Il peso ha sofferto una sostanziale svalutazione rispetto al dollaro e gli investitori stanno mettendo in attesa i loro piani per capire se valga ancora la pena fare progetti in Messico.

Il Nafta non è l’unico accordo in bilico. Trump ha annunciato che ritirerà gli Stati Uniti dal Ttp (Trans-Pacific Partnership), il trattato commerciale non ancora ratificato dal Congresso, ma firmato da Obama e altri undici paesi dell’area pacifica, tra cui Messico, Perù e Cile.

Nell’incertezza, tremano anche i Paesi del centro-America, a loro volta firmatari di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti (il Cafta-DR, Dominican Republic-Central America Free Trade Agreement).

Più in generale, l’enfasi protezionista e anti-delocalizzazione del presidente è una cattiva notizia per tutti i paesi latino-americani: con la nuova amministrazione, gli scambi commerciali con il gigante del nord saranno meno fluidi – e meno redditizi.

Interessi cinesi in America Latina
Con gli Stati Uniti chiusi in sé stessi, in America Latina si libera posto per partnership commerciali alternative, e la Cina sembra pronta a cogliere al volo l’opportunità di farsi spazio in una storica area di influenza statunitense.

In una recente visita alla regione, il presidente Xi Jinping si è mosso in questa direzione, dando impulso a una serie di intese commerciali che intensificheranno il legame tra la Repubblica Popolare e vari paesi dell’America Latina.

Dalla partnership commerciale a quella strategica il passo è breve – soprattutto in una regione che vive una rinnovata fase di anti-americanismo aizzata dalla retorica di Trump -, e certi equilibri geopolitici dati per assodati potrebbero presto cambiare.

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