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Ambiente

Cambiamento climatico, la sfida si gioca nel “nuovo sud”

19 Dic 2016 - Giovannangelo Montecchi Palazzi - Giovannangelo Montecchi Palazzi

In una recente conferenza Mark Carney, Governatore delle Bank of England e Presidente del Financial Stability Board, ha affermato che i cambiamenti climatici rappresentano un pericolo per la stabilità finanziaria.

Pochi giorni prima, il G20 Green Finance Study Group, co-presieduto dalle banche centrali cinesi e britannica, aveva stimato in “decine di migliaia di miliardi di dollari” gli investimenti necessari per mitigare i cambiamenti climatici, indicando le difficoltà da superare per reperire i finanziamenti relativi.

Difficoltà che riguarderanno innanzi tutto i Paesi emergenti. Difatti, mentre le emissioni di gas a effetto serra dei Paesi Ocse sono stazionarie o in contrazione, quelle dei Paesi in vari stadi di sviluppo e in transizione (che collettivamente potremmo chiamare “Nuovo Sud”) rappresentano oltre il 60% delle emissioni globali e sono in rapido aumento per effetto della crescita demografica, dello sviluppo economico e dell’uso poco efficiente dell’energia. Per tali motivi la sfida dei cambiamenti climatici si vincerà o si perderà nel “nuovo sud”.

I costi dell’efficientamento energetico
Ciò premesso, non è facile districarsi tra le varie stime, diverse per oggetto e orizzonti temporali, degli investimenti necessari per raggiungere gli impegni di controllo delle emissioni assunti dai Paesi partecipanti alla CoP21.

Secondo “The New Climate Economy Report” del 2014, tra il 2015 e il 2030 ipotizzando livelli di business uguali a quelli usuali, l’economia globale richiederà investimenti in infrastrutture per 89mila miliardi di dollari, mentre la transizione verso un’economia “low carbon” comporterà investimenti addizionali per circa 14.500 miliardi di dollari, di cui 8.800 miliardi per efficientamento energetico e 4.700 miliardi per lo sviluppo di nuove tecnologie.

Il rapporto riporta anche una stima dell’Agenzia internazionale dell’energia, Aie, secondo la quale nelle stesso periodo il settore energia dovrà investire 45.000 miliardi di dollari ai quali, per contenere l’aumento della temperature entro 2°C, si dovranno aggiungere altri investimenti per circa 12mila miliardi di dollari di cui due terzi circa, pari a 8mila miliardi, nel “Nuovo Sud”.

Quest’ultima cifra non è distante dalla stima della Banca Mondiale di 6.400 miliardi nei soli Paesi in via di sviluppo nei prossimi dieci anni. Peraltro nel “World Energy Outlook 2016” la Aie, pur mantenendo sostanzialmente invariata in 44mila miliardi di dollari la stima degli investimenti nei prossimi 15 anni, di cui il 20% in rinnovabili, ha aumentato in ben 23mila miliardi il costo addizionale dell’efficientamento energetico.

Dopo Cop21, scenario preoccupante
Si tratta di stime di larga massima e come tali vanno considerate.Comunque superano di un ordine di grandezza i 100 miliardi di dollari annui che in sede di Cop21 i Paesi avanzati si sono impegnati a fornire ai Paesi in via di sviluppo.

Si prospetta, quindi, uno scenario preoccupante. La CoP21 ha avuto il merito storico di associare la maggior parte dei Paesi del “nuovo sud” allo sforzo della decarbonizzazione globale. Senza la loro partecipazione tale sforzo sarebbe vano. Molti di tali Paesi avranno però difficoltà a rispettare gli impegni assunti, non tanto per ciò che riguarda i trasferimenti di tecnologia e di “best practices”, quanto per la difficoltà di reperire i fondi per gli investimenti necessari.

Tali considerazioni motivano i tentativi del G20 Green Finance Study Group di esplorare nuovi strumenti finanziari e la raccomandazione ai governi del G20 di creare nuove strutture legali “cross border” che li rendano attuabili.

Le medesime considerazioni dovrebbero anche motivare un ripensamento delle politiche dell’Unione europea, Ue. L’Unione si è data obiettivi via via più ambiziosi, ma che prestano il fianco a tre ordini di critiche.

Il primo è che le misure sono state adottate in totale isolamento internazionale con l’ambizione di fungere da esempio al resto del mondo (“leading by example”).

Isolamento che l’ha portata ad ignorare il Clean development mechanism, Cdm, il meccanismo di “trading” delle riduzioni di emissioni con i Paesi in via di sviluppo istituito dal Protocollo di Kyoto, in favore di in uno strumento esclusivamente interno, l’European Trading System, che non ha dato i risultati sperati e che, in termini di costi/benefici, ha prodotto risultati inferiori a quelli del Cdm.

L’ambizione autarchica appare, dunque, alquanto pretenziosa ed utopistica e, comunque, dagli effetti globali limitati, visto che si ci si aspetta che la Ue produca solo il 9% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Effetti oltretutto dubbi perché, seconda obiezione, il trasferimento di produzioni verso “paradisi emissivi” ha dato luogo a consumi di CO2 incorporata nei beni importati che alcune pubblicazioni stimano pari al 20% o addirittura al 40% della CO2 prodotta nella Ue, inficiando la portata delle riduzioni di emissioni statuite dalle sue Direttive.

La terza obiezione si fonda sulla legge dei costi crescenti delle riduzioni interne. Già ora questi sono ben più alti in Italia, che vanta un’intensità energetica del 18% inferiore alla media Ue, che non, ad esempio, in India. Poiché la Ue intende ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050, il divario non potrà che aumentare esponenzialmente.

Green economy e rilancio dell’economia internazionale
Se le obiezioni anzidette non sono del tutto infondate, i costi, pesanti e crescenti, delle politiche di decarbonizzazione della Ue sono un esempio di uso inefficiente delle risorse.

Le ingenti cifre sopra riportate confermano l’opinione diffusa che la “green economy” potrebbe rilanciare l’asfittica economia internazionale. Un rilancio all’interno del quale l’efficiente industria italiana avrebbe molto da dire. Il terreno principale della sfida e delle opportunità a venire sarà il “nuovo sud” mentre il sentiero critico è rappresentato dal reperimento dei finanziamenti necessari e, per quanto riguarda la Ue, dall’apertura a una visione non autarchica, ma internazionale e globale.