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Balcani

L’Ue scommette sulla Bosnia

21 Nov 2016 - Sara Bonotti - Sara Bonotti

Un primo sì alla Bosnia che ha visto accolta la sua domanda di adesione all’Unione europea, Ue. Un questionario di pre-accesso della Commissione europea sarà parametro di valutazione dell’eleggibilità alla candidatura, presumibilmente entro il 2017.

Il 20 settembre Johannes Hahn, Commissario europeo per l’allargamento, ha confermato i progressi sulla base di dati economici e standard di vita che hanno imposto a Bruxelles di vegliare sull’agenda delle riforme nel Paese.

Il percorso di adesione, dopo negoziati pluriennali arenatisi nel 2008 – anno della firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione – si preannuncia sofferto: la Bosnia dovrà introdurre riforme strutturali a stato di diritto, amministrazione pubblica, istituzioni politiche ed economia.

L’accordo di Dayton del 1995, compromesso partorito dalla comunità internazionale per porre termine alle ostilità, ha istituito due governi autonomi, di croati e bosniaci da un lato e serbi dall’altro, e un governo centrale con presidenza a rotazione tra tre rappresentanti dei popoli costitutivi. Incertezza sulla via europea deriva proprio dalle divisioni interne in merito alla distribuzione delle competenze tra i vari livelli dell’apparato federale.

Gli ultimi rapporti Ue sulla Bosnia evidenziano inoltre involuzioni nella libertà di espressione e nel sistema giudiziario. Rimane tuttora pendente una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2009 che esige l’allargamento della partecipazione elettorale attiva, per consentire a cittadini non appartenenti alle tre etnie dominanti di candidarsi.

Slancio europeista, ma spinte centrifughe interne
L’apparente paradosso dello slancio in avanti della Bosnia in una fase vulnerabile dell’Ue si spiega con il persistere di dinamiche endogene e spinte centrifughe nel Paese. La prospettiva dell’integrazione europea affievolirebbe quelle retoriche nazionalistiche che tengono l’esperimento multietnico costantemente in bilico.

Ennesimo rigurgito di propaganda anti-statuale emerge dall’adesione plebiscitaria al sì (99,8 %) nel recente referendum promosso dal leader serbo-bosniaco Milorad Dodik in Repubblica Srpska per il mantenimento della Festa nazionale dell’entità statale del 9 gennaio.

La consultazione, dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale bosniaca, minava coesione e competenze centrali con tale intento retrogrado da indurre lo stesso premier serbo Aleksandar Vucic a sconfessarla.

Botta e risposta tra Sefer Halilovic, ex leader militare bosniaco, e Dodik fomentava gli animi. Halilovic intimava: “Con una reazione militare sconfiggeremmo Dodik in 10-15 giorni”, mentre Dodik replicava: “Siamo pronti e capaci a difenderci “. La Repubblica Srprska tuttora utilizza il dibattito sull’adesione in chiave strumentale a rafforzare lo status interno e attrarre l’attenzione di Bruxelles.

L’obiettivo Ue rappresenta un potente incentivo a pronunciarsi con una sola voce attraverso meccanismi di mediazione quali incontri di coordinamento, analisi congiunte dei dossier europei e creazione di un’autorità preposta a negoziare con l’Unione. La posta in gioco appare troppo alta per rischiare passi falsi ispirati da particolarismi etnico-territoriali e populismi.

L’Unione risorge dai Balcani
La riapertura del dossier bosniaco rasserena comunque gli orizzonti europei, incupiti dalla “Brexit” e dal disaccordo sul caos migratorio perché, come enfatizza Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue, l’Unione esercita tuttora forte attrazione. La candidatura incarna un valore simbolico come argine per “corsi e ricorsi” storici in ex Jugoslavia e tappa di “de-balcanizzazione” sotto egida europea.

Il rinnovato interesse di Bruxelles sembra governato da maggior raffinatezza strategica nel dare priorità non tanto alle riforme costituzionali ed elettorali, ma piuttosto a materie sociali ed economiche, più attraenti per i cittadini che possono individuarvi, al di là di questioni burocratiche centro-periferia e barriere etniche, reali opportunità di partecipazione dal basso.

La Bosnia possiede un potenziale significativo nel quadro di un complessivo recupero dei Balcani sul piano di risorse umane, patrimonio culturale e artistico e interscambio commerciale con la Mitteleuropa.

La tempesta “Brexit”, la minaccia dell’autoproclamatosi “stato islamico”, la crisi migratoria e l’alternanza di consenso e gelo con il Cremlino inducono i 28 a consolidare il confine orientale del vecchio continente secondo logiche di protezionismo politico. Il fallimento del progetto South Stream, speranza russa di ampliare la sua orbita energetica, è riprova della mancanza di valide alternative all’Ue.

Con Slovenia e Croazia in Europa, la Serbia che sembra aver seppellito tentazioni nostalgiche e scioviniste, Albania e Montenegro che rafforzano il fronte filo-occidentale e la Macedonia alle prese con consueti cavilli di denominazione, la Bosnia è l’anello debole e al contempo nodo cruciale per il destino dei Balcani. La candidatura diviene scommessa inevitabile per l’Europa, perché il suo “ventre molle” smetta di produrre più storia di quanta riesca a consumarne.

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