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Russia-Stati Uniti

Le radici politiche, non geopolitiche, della nuova guerra fredda

1 Nov 2016 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Negli ultimi anni le relazioni tra Russia e Stati Uniti sono peggiorate al punto che si può legittimamente parlare di una nuova guerra fredda, per quanto dai caratteri meno epocali di quella precedente.

I russi sostengono che la politica statunitense – dall’allargamento della Nato ad est al sostegno ai governi filo-occidentali delle ex repubbliche sovietiche agli interventi militari nel mondo arabo – miri ad espandere l’egemonia Usa in Europa e Medio Oriente e a tenere sotto scacco la Russia.

Per gli statunitensi (e gli europei), il presidente russo Vladimir Putin ha impartito alla politica estera russa una svolta aggressiva e ostile.

Dalla Georgia alla Siria, una serie di provocazioni russe
Nell’ordine, la Russia si è annessa la Crimea con la forza, fomenta una guerra civile in Ucraina e ha attaccato la Georgia nel 2008 (togliendole due province di cui ha riconosciuto l’indipendenza).

Non osserva più il Trattato sulle armi convenzionali in Europa, che impone limiti al numero e agli spostamenti delle forze convenzionali, è in apparente violazione del Trattato di bando dei missili nucleari a raggio intermedio (quello negoziato da Gorbaciov e Reagan nel 1987, un pilastro del sistema di controllo degli armamenti) e ha posto fine a una serie di accordi con gli Usa per la riduzione e messa in sicurezza di materiali nucleari a rischio nel territorio ex sovietico.

Il Cremlino ha mobilitato migliaia di soldati lungo i confini con i Paesi baltici, schierato missili in teoria capaci di montare testate nucleare nell’enclave di Kaliningrad (stretta tra Lituania e Polonia), e condotto una serie di azioni provocatorie nelle acque e nello spazio aereo di Paesi Nato.

Nell’ambito dell’intervento militare a sostegno dell’alleato Bashar al-Assad in Siria, la Russia non ha esitato a colpire deliberatamente obiettivi civili, ospedali e addirittura convogli umanitari Onu, rendendo sempre più complicato avviare un processo di pacificazione nazionale.

L’obiettivo di Putin sarebbe quello di forzare gli statunitensi e gli europei a riconoscere la sfera di influenza russa in Europa orientale e giocare sullo stesso piano dei primi nello scacchiere mediorientale. Apparentemente, quindi, il contrasto sarebbe di natura geopolitica.

Putin, tra nostalgia di grandeur e attaccamento al potere
C’è una dose di verità in quest’argomento. Putin, come buona parte dell’establishment di sicurezza e dell’opinione pubblica russi, è un nostalgico della grandezza imperiale dell’Unione Sovietica e non ci sta a vedere la Russia trattata come un Paese di seconda categoria. Ma le cose stanno altrimenti.

Appoggiandosi ai servizi segreti e conquistandosi il favore delle forze armate con grandi aumenti di spese militari, Putin ha creato un sistema di potere che si basa sulla celebrazione del capo, l’addomesticamento del partito di governo, la repressione di ogni opposizione di rilievo, la limitazione della stampa, il controllo di settori chiave dell’economia (a partire dall’energia), il controllo della magistratura e dell’informazione, nonché la cooptazione dei potentati locali nelle zone più vulnerabili della Russia (come la Cecenia).

Per quanto la ricerca di prestigio e influenza sia un obiettivo fondamentale della politica estera di Putin, ancora più importante per lui è assicurare la continuità del suo potere personale e del regime che gli ruota attorno.

Putin e il suo entourage sono persuasi che gli statunitensi abbiano pilotato le proteste popolari che hanno portato alla caduta di governi filo-russi in Georgia (nel 2003) e in Ucraina (nel 2004 e poi di nuovo nel 2014), nonché le proteste popolari contro lo stesso Putin nell’inverno 2011-12. Dal momento che in tutti i casi chi protestava in qualche modo si ispirava ad ideali liberal-democratici occidentali, per Putin è diventato fondamentale minare la legittimità di questo modello.

Gli hacker russi e le mail svelate da WikiLeaks
Si spiega così il sostegno del Cremlino ai partiti anti-Ue europei, come il Front National in Francia, e il ruolo che hacker russi avrebbero avuto nel passare a WikiLeaks una serie di email che hanno messo in imbarazzo il candidato presidenziale Usa che sostiene un atteggiamento più duro verso la Russia, Hillary Clinton.

Anche se a ben guardare le email non contengono nulla di davvero compromettente, la loro pubblicazione ha comunque aumentato la percezione che l’establishment americano – di cui Clinton è la rappresentante per antonomasia – sia corrotto.

Così, smantellamento dell’ordine di sicurezza europeo, difesa di Assad e campagna di disinformazione e propaganda anti-liberale in Russia e in Occidente rientrano in un unico disegno: creare confusione e allarme nei Paesi europei, accreditare la Russia come baluardo contro il jihadismo e mostrare all’opinione pubblica russa, delle ex repubbliche sovietiche e anche a quella occidentale che dopotutto le liberal democrazie occidentali non sono tanto meglio del regime autoritario instaurato di Putin.

In conclusione, oggi esistono le condizioni per un conflitto prolungato tra Usa e alleati da una parte e Russia dall’altra. O almeno questo sembra lo scenario più plausibile se il prossimo presidente Usa continuerà a investire nell’alleanza con gli europei.

Se invece dovesse favorire un riavvicinamento a Mosca, come Donald Trump ha promesso di fare, forse le tensioni russo-statunitensi potrebbero allentarsi. Quanto a lungo, difficile dirlo. Quello che è certo è che a farne le spese sarebbe, sul piano geopolitico, l’alleanza atlantica e, su quello dei valori, la legittimità della liberal democrazia.

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