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Dichiarazioni Schauble

La ‘resistibile’ deriva intergovernativa dell’Unione

18 Nov 2016 - Vincenzo Guizzi - Vincenzo Guizzi

Le dichiarazioni del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble sulla configurazione della Commissione europea potrebbero suscitare stupore, se non fosse ormai da tempo diffusa la pratica di “sparare sul pianista”.

Nonostante alcuni atteggiamenti di Angela Merkel, che in un recente passato sembrava auspicare il rafforzamento delle istituzioni comunitarie e dell’Unione Europea (Ue) nel suo complesso, appare infatti evidente il mutamento dell’indirizzo politico della Germania sull’evoluzione del processo di integrazione europea – e condiviso purtroppo anche da altri stati membri.

Affermare in modo così netto che la Commissione non deve svolgere un ruolo politico ma limitarsi a funzioni sostanzialmente amministrative, meramente esecutive, significa infatti confermare la deriva governativa che sta caratterizzando la politica dell’Unione.

Dalla Comunità all’Unione
La Commissione è da sempre considerata il “motore della Comunità e dell’Unione Europea”. Negarne il ruolo politico equivale a negare proprio l’essenza, anch’essa politica, dell’Ue.

Vero che all’iniziale Comunità europea si era data una connotazione economica, ma con la sua evoluzione l’istituzione ha dimostrato, pirandellianamente, di essere un “personaggio” che è sfuggito “ai suoi autori”.

Sulla scorta degli elementi giuridici contenuti nei Trattati, da Comunità prettamente economico-commerciale si è trasformata in un’entità squisitamente politica, evolutasi ancora nell’Unione Europea. Forse, nel passaggio da Cee, Comunità Economica Europea, a CE, Comunità Europea, non si è sufficientemente sottolineata la significativa eliminazione dell’aggettivo “economica”, effettuata dal Trattato di Maastricht.

Non è stata una modifica meramente formale, ma sostanziale: si pensi al rafforzamento istituzionale (specie quello del Parlamento europeo, dotato di un vero potere decisionale), all’introduzione della cittadinanza europea e di nuove politiche comuni, tra cui spicca quella monetaria.

Un discorso a parte va fatto per i 2 nuovi “Pilastri” introdotti da Maastricht (la Politica Estera e di sicurezza Comune, Pesc, e Giustizia e Affari Interni, il Gai), caratterizzati inizialmente da un metodo intergovernativo attenuatosi con i successivi Trattati di Amsterdam, Nizza e, soprattutto, con quello di Lisbona, che li ha in gran parte “comunitarizzati”.

Di certo la Commissione non sempre è stata all’altezza del suo ruolo; ma è noto che la storia cammina sulle gambe degli uomini e credo che nessuno neghi il contenuto squisitamente politico dell’operato dalla Commissione presieduta da Jacques Delors nel decennio dal 1985 al 1995.

La regressione verso la cooperazione intergovernativa
Con la crisi, la deriva intergovernativa si è accentuata ed espansa coinvolgendo vari Paesi, soprattutto dell’Europa centrorientale. C’è stato un ripiegamento dallo spirito comunitario, tendenzialmente federalista, ad un netto rafforzamento della cooperazione intergovernativa, che talvolta ha invaso anche i settori regolati dai Trattati con il metodo comunitario.

Alcune proposte che sembravano avere un carattere più europeo, anche nelle parole di Schauble, sono in realtà concepite come un ulteriore rafforzamento della deriva intergovernativa che ho definito. Un esempio ne è la creazione di un Ministro dell’economia dell’Unione, che in sintesi sarebbe espressione dei governi.

Chi ancora crede nell’evoluzione federale dell’Ue dovrebbe lottare per l’istituzione di un ministero dell’economia dell’Unione in seno alla Commissione, accentuandone i connotati di vero Governo.

Si sta verificando uno scostamento progressivo e sempre più esteso dal metodo comunitario alla cooperazione intergovernativa. In alcuni settori non sono approvati atti normativi comunitari: si concludono accordi di diritto internazionale (si pensi al fiscal compact), tra singoli stati, con ricadute in ambito comunitario. È il Consiglio europeo che sta prendendo il sopravvento, perdendo di caratterizzazione come istituzione propria dell’Unione.

L’iniziativa politica per ricondurre l’Unione sulla “retta via”
Voglio subito chiarire che ritengo indispensabile la presenza dei governi nell’assetto istituzionale dell’Ue. Hanno un ruolo importante, ma che dovrebbe essere svolto nell’alveo dell’Unione stessa.

Mi considero un federalista “con i piedi per terra”, ma detesto la sempre più diffusa real politik che sta influenzando anche alcuni federalisti: la storia del processo di integrazione mostra che a far progredire l’Unione non è stato il mero pragmatismo, ma lo slancio di quella che appariva un’utopia e la saggezza e l’azione di alcuni grandi statisti.

In questo momento storico reso difficile dalla crisi economica, dalla Brexit,e da un’ondata populista che attraversa l’Unione, è necessario rilanciare (si sarebbe detto un tempo “approfondire”) con realismo e altrettanta fermezza il contenuto politico del processo di integrazione europea.

Proprio la Brexit potrebbe essere l’occasione per verificare chi condivide gli obiettivi e i principi su cui si fonda l’Ue, non ammettendo più i continui opting out, entrate e uscite, dall’Unione.

A mio avviso resta sempre valida la conclusione del “Manifesto di Ventotene”, che saggiamente prevedeva una realizzazione graduale del disegno federalista, senza mai, però, abbandonare l’obiettivo finale da perseguire. Nelle sue parole: “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa e lo sarà”.

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