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Mercato della difesa

Export contro diritto doganale

17 Nov 2016 - Manuel Venuti - Manuel Venuti

C’è una forte relazione tra gli sforzi per un mercato europeo della difesa comune e competitivo, gli investimenti per lo sviluppo di tecnologie e prodotti duali e le normative che regolano il diritto doganale comunitario. Il trait d’union è costituito dall’export control.

Tutto nasce negli Stati Uniti
Il vantaggio competitivo degli Stati Uniti in ambito tecnologico – e la sua storica necessità di difendersi dalla rivalità del blocco sovietico – hanno fatto sì che l’International Traffic in Arms Regulations (Itar) e l’Export Administration Regulations (Ear) statunitensi divenissero il modello di riferimento per il controllo delle esportazioni di materiale di armamento e dual-use.

Secondo il Dipartimento di Stato americano, infatti, i controlli sulle esportazioni di attrezzatura, software e tecnologia hanno l’obiettivo di garantire gli interessi di sicurezza nazionale e politica estera. Questo, in realtà, è lo stesso obiettivo di tutti gli altri principali partner/competitor commerciali occidentali, sia per la propria sicurezza nazionale, sia per quella dell’intero blocco Nato.

Più recentemente però l’avvento della crisi economico-finanziaria globale esplosa sul finire della prima decade del nuovo millennio ha convinto gli Usa della necessità di una deregolamentazione dell’export control, accettando il rischio di cedere una parte della propria tecnologia in cambio di un potenziale – ma essenziale – aumento delle opportunità commerciali.

Tale deregolamentazione consiste nel declassamento di alcune categorie di prodotti meno “sensibili”, e la loro subordinazione a delle restrizioni che spostano gli oneri del controllo dalle Autorità Competenti alle Aziende che li producono o li commercializzano.

Nel frattempo in Europa…
L’Associazione Europea delle Industrie dell’Aerospazio e della Difesa, Asd, nel fare il punto sulla Direttiva relativa alle facilitazioni per il trasferimento intra comunitario di prodotti per la difesa, considera quello statunitense come il modello da seguire e propone alle istituzioni del vecchio continente meccanismi simili per incrementare la competitività della c.d. European Defence Technological and Industrial Base (Editb).

La certificazione delle aziende prevista dall’art. 9 della stessa Direttiva 2009/43, in realtà, avrebbe proprio questo scopo, ma il disposto è praticamente inapplicato o, ancora peggio, non si sa come applicarlo.

Una chiave per soddisfare tale necessità potrebbe essere mutuata dal settore del dual-use comunitario come sembra indicare il report annuale dedicato all’applicazione del Regolamento 428/2009. La Commissione, infatti,ha approvato le conclusioni raggiunte dal sottogruppo tecnico misto con le autorità doganali, formalizzando la convergenza tra i programmi doganali degli “Operatori Economici Autorizzati” (Authorized Economic Operator), Aeo, e i “Programmi di Conformità Interna”, Pci, per il controllo delle esportazioni.

In un gioco di parole: l’utilizzo dell’Aeo – un istituto prettamente doganale – per l’attuazione dei Pci permetterebbe, come auspicato dall’Asd, di avvicinare i criteri europei per la gestione dell’export control a quelli statunitensi, spostando l’onere della compliance nel perimetro dell’Azienda. Onere, si badi bene, che porterebbe ad un aumento di efficienza e affidabilità della supply chain internazionale e, quindi, del comparto.

L’importanza del dual-use
L’importanza rivestita dallo sviluppo delle tecnologie duali negli ultimi anni – tassello chiave per la razionalizzazione di risorse – ci segnala che i criteri necessari per il controllo delle esportazioni dovrebbero essere molto simili, sia che si parli di materiale per la difesa, sia che che si parli di tecnologia dual-use.

Il finanziamento di progetti per l’identificazione di tecnologie potenzialmente valide per un’applicazione civile/militare -come il Ket4 dual –sono sotto la lente d’ingrandimento tanto di Eda quanto di Esa, il che presuppone la presenza di un know how strategico e sensibile che deve essere salvaguardato.

Non a caso, infatti, nella proposta di riforma del regolamento dual-use, oggetto tra l’altro dell’export control forum 2016 il prossimo 12 dicembre, si richiede l’adozione di standard di conformità, sotto forma di Pci, per potenziare l’applicazione efficace dei controlli.

Export control e diritto doganale
L’osmosi tra il diritto doganale e il controllo alle esportazioni è già rilevante nell’ambito dei trasferimenti extra-Ue di materiale e tecnologia sensibile per la sicurezza nazionale. E non potrebbe essere altrimenti: l’export control, benché soggetto ad una maggiore influenza politica rispetto alle altre restrizioni, si colloca tra le barriere non tariffarie al commercio, che normalmente vengono sciolte nel momento in cui le merci si trovano ad oltrepassare le frontiere, interfacciandosi con i controlli dell’Autorità doganale.

Questa relazione, ad oggi, non è così chiara perché risente di una storica visione legata all’impropria considerazione prettamente operativa del diritto doganale, troppe volte assimilato al momento della spedizione di un prodotto ma che, con il nuovo Codice Doganale dell’Unione, si sta ritagliando una dignità sempre maggiore da un punto di vista programmatico e strategico.

Benché intrinsecamente dipendente dal contesto internazionale e geopolitico globale, l’applicazione delle diverse normative legate all’export control trovano la loro reale declinazione, in ultima istanza, nel cosiddetto “momento doganale”. Oltre ad una conforme modalità di interpretazione, e quindi di applicazione, delle regole prescritte per il controllo sulla movimentazione dei materiali – tecnologia e software – sensibili, l’utilizzo del diritto doganale come lingua franca permetterebbe di affrontare problematiche anche complesse utilizzando una precisa giurisprudenza e best practices consolidate.

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