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Ue post Brexit

Europa della difesa, avanti adagio

16 Nov 2016 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

La cooperazione nella difesa fa dei piccoli passi in avanti con le decisioni prese dal Consiglio Affari Esteri del 14 novembre, dimostrando consenso e unità su scelte non rivoluzionarie, ma comunque importanti.

I 56 ministri degli esteri e della difesa dei 28 stati membri, poiché i britannici partecipano come gli altri finché non metteranno in atto la Brexit, hanno preso decisioni rilevanti per attuare la Global Strategy on Foreign and Security Policy dell’Ue, Eugs, presentata lo scorso giugno dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini. Decisioni che riprendono quattro elementi particolarmente rilevanti dall’Implementation Plan della Eugs, proposto l’altro ieri al Consiglio sempre dall’Alto Rappresentante.

Csdp, missioni più ambiziose
Il primo elemento è l’articolazione del livello di ambizione politico-militare Ue, sulla base dei tre obiettivi posti dalla Eugs: fronteggiare crisi esterne, assistere i Paesi partner nello sviluppare le loro capacità di sicurezza e difesa, proteggere l’Ue.

Riguardo al primo obiettivo, il documento specifica una lista – non esaustiva – di tipologie di interventi militari e civili, tra cui: operazioni in situazioni ad alto rischio nelle regioni circostanti l’Ue; missioni di stabilizzazione, incluse le componenti aeree e di forze speciali; operazioni di reazione rapida, anche usando i Battlegroup Ue; operazioni aeree, sia di sorveglianza che di supporto aereo ravvicinato alle truppe di terra, o per la sicurezza marittima; missioni di addestramento delle forze militari e/o di sicurezza locali, incluse polizia, guardia di frontiera, unità anti-terrorismo, strutture civili.

L’ultima tipologia è strettamente legata al perseguimento del secondo obiettivo della Eugs, il capacity building dei partner, per aumentare la loro capacità di affrontare instabilità e conflitti in loco mitigandone l’impatto sulla sicurezza europea.

Quanto alla protezione dei cittadini Ue, si riafferma che la Nato rimane la pietra angolare della difesa collettiva dei suoi stati membri. L’azione prevista dal Consiglio si articola piuttosto sulla sicurezza dei confini esterni dell’Ue, anche nel contrasto ai trafficanti di esseri umani e nel gestire l’immigrazione irregolare, sulla lotta al terrorismo, la sicurezza cibernetica, l’accesso allo spazio e all’alto mare, la protezione civile.

Nel complesso, si tratta di un forte ampliamento delle tradizionali missioni della Common Security and Defence Policy, in due direzioni. Da un lato, verso l’inclusione di operazioni più pericolose e con compiti di combattimento, dall’appoggio aereo ravvicinato all’uso delle forze speciali. Dall’altro, lungo il continuum tra sicurezza esterna ed interna per affrontare minacce e crisi non strettamente militari, ma rispetto alle quali le forze armate possono dare un contributo, come nel caso della lotta al terrorismo, della gestione dei flussi migratori, del controllo delle frontiere esterne dell’Ue, della cyber security.

Un quartier generale di fatto (ma non di nome)
Come condurre un così ampio ventaglio di operazioni europee? Il Consiglio ha deciso di adattare le “strutture e capacità” del Seae per la “pianificazione e condotta permanente” delle missioni, con due catene di comando militare e civile distinte, ma coordinate.

Tali strutture devono essere in grado di gestire il livello operativo e strategico delle operazioni e di rispondere, al livello politico europeo, al Comitato Politico e di Sicurezza Ue. Di fatto, si tratta del quartier generale permanente chiesto negli ultimi mesi da Francia, Germania, Italia e Spagna, e approvato senza il suo vero nome probabilmente per non suscitare il veto britannico. L’Alto Rappresentante è incaricato di presentare proposte da attuare entro la primavera 2017 per iniziare la sua costituzione.

Pesco, dalle parole ai fatti
Altro punto su cui avevano spinto i suddetti quattro Paesi core dell’eurozona, nonché altri, era l’avvio della Cooperazione strutturata permanente prevista dal Trattato di Libsona (Permanent Structured Cooperation – Pesco). Il Consiglio Affari Esteri, anche qui superando le obiezioni di Londra e non solo, ha dato luce verde alla Pesco, concordando di esplorarne il potenziale e chiedendo all’Alto Rappresentante di fornire il prima possibile “elementi ed opzioni”.

Su cosa dovrebbe concentrarsi la Pesco? Il Consiglio parla genericamente di “progetti ed iniziative concrete”, che giocoforza riguarderanno l’acquisizione cooperativa di capacità militari e/o il loro mantenimento. Ovvero programmi di ricerca tecnologica, sviluppo e produzione, ammodernamento, di piattaforme e sistemi necessari alle forze armate europee per svolgere le missioni previste.

Ora tocca agli stati membri chiarire che cosa vogliono fare quanto ad investimenti nella difesa, con chi e come sviluppare nuovi programmi di ricerca, acquisizione o ammodernamento di capacità, ma anche le istituzioni Ue hanno un ruolo al riguardo.

Infatti, da un lato l’Agenzia di difesa europea è incaricata dal Consiglio di consultare gli stati membri ed il Military Committee Ue per formulare proposte sullo sviluppo cooperativo di capacità militari, e di rendere il suo Capability Development Plan uno strumento maggiormente in grado di servire a questo scopo.

Dall’altro la Commissione è chiamata in causa per incentivare economicamente la cooperazione tra gli attori nazionali, in vista della presentazione del suo European Defence Action Plan. Diversi sono gli strumenti finanziari nel portafoglio dei commissari Ue che il Consiglio incoraggia, in modo più o meno esplicito, a mettere in campo: un programma di ricerca tecnologica nella difesa da inserire nel prossimo bilancio settennale dell’Unione; la possibilità per la Banca europea degli investimenti di finanziare l’industria della difesa europea tramite lo European Fund for Strategic Investments (Efsi); la creazione del European Defence Fund ventilata recentemente, senza molta chiarezza, dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

Le Conclusioni del Consiglio, e lo stesso Implementation Plan, non rappresentano il punto di arrivo del processo avviato dalla Eugs nel campo della difesa.

Costituire il quartier generale, istituire la Pesco, avviare programmi cooperativi per lo sviluppo di capacità militari co-finanziati dall’Ue, sono tutte azioni concrete e positive che richiedono però una costante guida e spinta politica. Così come la richiede, in generale, l’avvicinamento delle politiche di difesa dei principali stati membri dell’Ue se si vuole davvero contribuire alla sicurezza europea. Se son rose, fioriranno. Ma se non le si coltiva, appassiscono.

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