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Lotta al Califfato

Da Mosul a Raqqa, la Turchia tra curdi buoni e cattivi

10 Nov 2016 - Mario Arpino - Mario Arpino

Da Mosul a Raqqa c’è un percorso di 470 km, che, in aree prevalentemente abitate dai curdi, scorre da est a ovest in modo parallelo al confine con la Turchia, lungo un migliaio di chilometri.

A Est di quest’ultimo c’è l’Iran, a Ovest il Mediterraneo, a Sud quattro territori un tempo indistinti, ma divenuti poi Libano, Siria, Iraq e Giordania a seguito della spartizione dell’Impero ottomano. All’epoca, a dire il vero, veniva anche ventilata la promessa di costituire, proprio in quella fascia, uno Stato patria dei curdi. Promessa dimenticata dai più, ma non da loro.

Un peccato geopolitico
Questo breve stacco storico-geografico può aiutare ad orientarci in una situazione conflittuale a dir poco inestricabile. Le foglie di fico per giustificare tutto ciò che sta accadendo sono almeno due: la fantomatica “responsabilità di proteggere”, lanciata dall’Onu, ma in realtà mai recepita dagli Stati, e la salvaguardia delle attuali frontiere, ancorché artificiali, che configurano l’attuale Medioriente.

C’è poi una terza foglia di fico, la guerra all’autoproclamatosi “stato islamico”, che in realtà interessa solo ad alcuni. Sotto questa copertura, i grandi registi cercano di perseguire, attraverso la proxi-war in atto, finalità tutte proprie.

L’Isis, con la proclamazione del Califfato nelle regioni a maggioranza sunnita dell’Iraq e della Siria, ha di fatto tentato di cancellare l’arbitraria architettura escogitata da inglesi e francesi per la spartizione di quella parte dell’Impero ottomano. Al di là delle ideologie e delle religioni, questo è un “peccato geopolitico” che andava senz’altro punito.

La Turchia vuole impedire l’unificazione dei curdi in uno Stato-Nazione
La recente “cacciata” dello “stato islamico”, dalla mitica Dabiq e la decisione della Coalizione di procedere alla riconquista di Mosul (Iraq) e di Raqqa (Siria), sono eventi che consentono di chiarire, almeno in una certa misura, schieramenti e finalità. È bene partire dagli attori regionali, Turchia ed Iran, prima di prendere in esame gli attori esterni, ovvero Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Il primo obiettivo di Ankara è impedire l’unificazione dei curdi in uno Stato-Nazione, che alla distanza verrebbe ovviamente a comprendere anche una parte della Turchia meridionale. A questo fine, per i turchi non tutti i curdi sono uguali: quelli iracheni sono “buoni”, quelli siriani “cattivi”. Con i primi, quelli della Regione autonoma curda governata da Masud Barzani, intrattengono rapporti accettabili, se non cordiali.

E qui entra in ballo il secondo obiettivo, quello che il presidente turco Erdogan non confessa, ovvero il perseguimento di una sorta di ritorno all’Impero, riportando nella propria orbita, oltre a Mosul, anche le aree petrolifere di Erbil e Kirkuk. Quindi, lo schieramento del loro esercito, che sconfina in territorio iracheno a nord di Mosul, per ora è solo di attesa. Ma Usa e Russia li tengono a freno.

L’ingresso in città dei peshmerga turco-iracheni, piuttosto che dell’esercito (a maggioranza sciita) di Bagdad e dei pasdaran iraniani è un segnale assai chiaro di quale sarà l’assetto futuro della regione.

In Siria, l’interesse turco per la conquista di Raqqa conferma il tentativo di Ankara di impedire l’unificazione dei tre cantoni curdi e rompere la continuità territoriale dei curdi siriani, mandando in frantumi il sogno di un’intera regione curda del Rojava lungo il confine settentrionale.

Il ritorno al passato di Trump in Medio Oriente
L’Iran, gran patron di Damasco e del governo di Bagdad, è interessato a mantenere la propria presenza in entrambi i Paesi, ma lo fa con discrezione, assieme agli Hezbollah libanesi, in modo da non turbare troppo gli interessi di Usa, Regno Unito e Francia, che compartecipano al sostegno dei curdi dell’Ypg, alleati dell’Sdf (syrian democratic forces). Per Erdogan è un pugno in un occhio.

La Russia ha un solo vero interesse: sostenere al-Assad per conservare le concessioni già ottenute dal padre Hafez: porti e aeroporti sul Mediterraneo. La testa di ponte per un’eventuale nuova proiezione verso i “mari caldi”, ambizione geopolitica atavicamente perseguita sin dai tempi degli Zar, ed ereditata oggi da Vladimir Putin. In pratica, i russi bombardano senza discriminare tutti coloro che si oppongono agli alawiti di Assad, siano essi curdi “buoni”, curdi “cattivi”, miliziani dell’Isis o truppe sunnite contrarie al regime.

Passando agli Stati Uniti, Barack Obama in questi ultimi anni ci ha mostrato in politica estera una certa varietà di atteggiamenti, non sempre allineati. Ora, pare che lo zelo (ereditato da Bush) nel voler cacciare dal Medio Oriente ogni dittatore, ovviamente caldeggiato dalle lobby degli armamenti e del petrolio, visti i risultati, stia esaurendo la spinta.

L’ottimo, da quanto si può percepire, sarebbe riuscire a ripristinare nella regione un rassicurante ritorno al passato, e questa – possiamo affermarlo con una certa sicurezza – sarà anche la tendenza del Presidente designato Donald Trump.

Il Presidente uscente in politica estera forse ha preso numerosi abbagli, ma ha anche affermato qualcosa di molto saggio. Ce lo racconta Jeffrej Goldberg, in un articolo pubblicato questa primavera su The Atlantic: “ … Barack Obama ha ormai maturato la convinzione che il Medio Oriente non possa essere aggiustato né sotto il suo mandato, né per la prossima generazione”. Trump ringrazia per l’assist.

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