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Difesa europea

Arriva l’inverno: è bene coprirsi

29 Nov 2016 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Le linee programmatiche volte ad attuare la Strategia Globale (SG) della Politica estera, di sicurezza e difesa europea (Pesd) approvate dal Consiglio affari esteri nei giorni scorsi confermano il carattere limitato, e per dir così sussidiario, di tale politica, ma potrebbero rivelarsi rapidamente obsolete.

Quali sono le minacce?
Tutto ruota attorno alla individuazione delle minacce alla sicurezza dell’Europa e al ruolo che potrà o vorrà giocare la Nato (in questo caso essenzialmente gli americani) per contrarle e dissuaderle.

Da sempre la costruzione europea si è sviluppata in un quadro di sicurezza garantito dalla Nato e dalle forze convenzionali e nucleari che gli Stati Uniti hanno dedicato alla difesa del vecchio continente. Ciò era vero quando si pensava di istituire la Comunità europea di difesa (Ced) negli anni ’50, ed è rimasto a maggior ragione vero negli anni successivi quando la costruzione europea si è indirizzata in campo politico-economico.

Ora si riparla di difesa europea, ma in sostanza si parte ancora dai limitati “compiti di Petersberg” identificati dall’Unione europea occidentale nel 1992, poi incorporati, dal 1997, nei Trattati dell’Unione europea (Ue). Allargati e approfonditi, essi riguardano essenzialmente le missioni di gestione delle crisi al di fuori dell’Europa e lasciano la difesa vera e propria alla competenza della Nato.

Naturalmente l’Ue contribuisce alla difesa: alcune sue politiche (sorveglianza delle frontiere, compiti di addestramento e di intelligence, missioni di sicurezza interna e di sicurezza cibernetica, eccetera) svolgono importanti funzioni di supporto. Inoltre l’Unione sta progressivamente sviluppando una sua politica industriale, di ricerca e sviluppo e di integrazione dei mercati europei che potrà contribuire a mantenere l’importante vantaggio tecnologico occidentale nei confronti del resto del mondo.

Guardiamo bene agli scenari
Tuttavia queste politiche devono ora fare i conti con l’arrivo dell’inverno. Gli sviluppi in Russia e nei paesi dell’ex-Unione Sovietica possono mettere a rischio la stabilità strategica europea. L’importante riarmo nucleare e convenzionale della Russia si accompagna ad una politica espansionista, dal Mediterraneo ai territori ex-sovietici, e forse anche in Asia, se ad esempio venisse confermata l’intenzione russa di riaprire una base navale in Vietnam.

A questo aggiungiamo gli equilibri asiatici già sottoposti a forti stress dal riarmo nucleare della Corea del Nord, dalle rivendicazioni marittime della Cina e dalla confusissima situazione in Medio Oriente, dove si delinea un confronto a quattro tra Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele (con impliciti rischi di proliferazione nucleare).

L’Europa ha sinora guardato a questi scenari con un certo distacco, ritenendosi garantita dal baluardo dissuasivo della Nato. È possibile che il nuovo Presidente americano confermi la solidità di questo impianto (pagato per circa ¾ degli stessi americani), ma è anche possibile che la Nato cominci a mostrare crepe pericolose.

Che farà la Russia?
Sinora Vladimir Putin si è limitato a piccole punture di spillo (come i sorvoli non autorizzati da parte di aerei militari), ma non ha esercitato significative pressioni militari contro l’Alleanza, ma in compenso è più volte caduto nella tentazione della escalation retorica e soprattutto ha abbracciato con entusiasmo la politica di liquidazione degli accordi di disarmo e controllo degli armamenti, improvvidamente iniziata da Washington con la denuncia del Trattato sui sistemi antimissile (Abm) e l’introduzione di nuove tecnologie destabilizzanti.

Ora egli annuncia che considera decaduto anche il Trattato che bandiva i missili a medio raggio (Inf), che preoccupano in primo luogo l’Europa, e non rimpiange certo la perdita, dal 2007, del Trattato che regolava le dislocazioni e i livelli delle forze militari convenzionali in Europa.

Egli sta conducendo un processo unilaterale di riarmo, che l’Europa sembra guardare con un eccesso di compiacenza, senza reagire, anche se in ballo ci sono paesi partner di una certa importanza come la Georgia e l’Ucraina, e l’equilibrio di aree strategicamente significative, dal Caucaso all’Asia centrale.

Ciò non servirà certo ad influenzare positivamente il nuovo Presidente americano: al contrario lo confermerà nella sua convinzione che, in questo campo, gli europei siano sostanzialmente dei saprofiti.

Una svolta positiva, ma incompleta
La svolta che l’Unione sta dando alla Pesd è certamente positiva e potrà contribuire, se ben sviluppata, sia alla sua buona salute che a quella della Nato. Tuttavia le sue limitazioni, che un tempo erano state concepite anche per renderla più accettabile agli occhi dell’Alleanza Atlantica (per non entrare in competizione e duplicazione con la Nato) ora delineano uno scenario del tutto insufficiente e rischiano di apparire come l’ennesimo tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità parlando d’altro. Non possiamo ignorare la minaccia più importante che esiste ai nostri confini, e sperare di essere presi sul serio.

Certamente la questione della Russia non è solo militare, ma anche politica. È mancata una strategia coerente e lungimirante nei confronti di Mosca che aprisse la strada ad una reale partnership continentale. Ma un simile sviluppo non potrà basarsi sulla debolezza militare e sulla crisi della dissuasione. Il rischio che corriamo è quello di un progressivo indebolirsi della credibilità dell’Alleanza che potrebbe incoraggiare sia pericolose scelte avventuriste russe sia reazioni improvvisate e caotiche in Europa.

Come ad esempio quando, nel commentare l’elezione di Donald Trump e la possibilità di un ritiro americano dall’Europa, il portavoce dei Cristiano-democratici tedeschi, Roderich Kiesewetter, ha dichiarato che al limite lo scudo nucleare americano avrebbe potuto essere sostituito da uno scudo nucleare anglo-francese.

Non è la prima volta che queste idee sono state fatte circolare (anche se in genere riguardano più la Francia che il Regno Unito, le cui forze nucleari sono quasi integralmente dipendenti da quelle americane), ma non hanno mai dato frutti, soprattutto perché i paesi nucleari europei sono inerentemente più vulnerabili degli Usa, e hanno molte meno opzioni operative.

Ciò non significa che un deterrente europeo, nazionale o collettivo, sia impossibile, ma che per avere una credibilità sufficiente a coprire gli attuali paesi membri dell’Unione, richiederebbe importanti investimenti e soprattutto un livello di coesione e solidarietà oggi tutt’altro che evidente.

Prima di tentare disperate fughe in avanti è dunque opportuno che l’Europa mostri, con urgenza, la sua volontà di essere all’altezza delle sfide reali, e che accetti di dimensionare il suo sforzo militare ai livelli della minaccia (e non di sottolineare solo quelle minacce che il suo attuale livello di impegno le permette di contrare).

Qualcosa si muove, ma è una grave debolezza il fatto che, nella strategia globale e nelle sue linee programmatiche, questo punto non venga affrontato di petto. Possiamo capire le ragioni politiche e di opportunità che hanno portato a questo, ma non possiamo accettarle.

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