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Relazioni Italia-Usa

Nuovo “asse” Renzi-Obama, referendum e PD

27 Ott 2016 - Giovanni Faleg - Giovanni Faleg

Matteo Renzi è tornato dalla cena di stato alla Casa Bianca con un importante capitale politico per il Partito Democratico (PD) riassumibile in tre punti. Primo, l’endorsement di Barack Obama alla riforma costituzionale, in vista del voto referendario.

Il Presidente ha ufficializzato il sostegno del governo americani al Sì, elogiando inoltre le riforme elaborate dal governo italiano per aiutare l’economia italiana a crescere.

Secondo, Obama ha ribadito la propria opposizione alle misure di austerità, considerate un freno alla ripresa all’interno dell’Unione europea (Ue), indicando l’Italia come modello da seguire in aperta antitesi con le politiche economiche prevalenti oggi in Europa. Un sostegno simile è arrivato anche riguardo alle proposte italiane in materia di migrazione.

Infine, paragonando Matteo Renzi al primo ministro canadese Justin Trudeau, Obama ha dato una forte indicazione sulla futura leadership del movimento progressista e sulla “Terza Via”, sponsorizzando l’italiano come un leader moderno, capace di motivare gli elettori e portare a compimento le riforme di cui ha bisogno il paese.

Questo capitale politico non è poca cosa. Il principio dei “patti chiari, amicizia lunga” pone le basi per una relazione privilegiata tra Italia e Stati Uniti e aumenta la rilevanza strategica internazionale del paese. Il tutto naturalmente legato a doppio filo al voto dell’8 novembre negli Stati Uniti e del 4 dicembre in Italia. Ovvero: se vince Hillary, se vince il Sì.

Se vince Hillary
Renzi ha ottime possibilità di proseguire l’intesa dei “patti chiari” nel caso in cui l’8 novembre venga eletta Hillary Clinton, candidata per la quale ha preso posizione da tempo e a più riprese. Le buone relazioni profittano anche del lavoro del think tank progressista Center for American Progress, fondato da John Podesta, il presidente (italo-americano) della campagna elettorale di Hillary. Il primo incontro ufficiale fra Renzi e Clinton potrebbe avvenire in occasione del G7 organizzato dall’Italia a Taormina nel 2017.

Difficile invece immaginare una simile intesa con Donald Trump alla Casa Bianca. Al contrario, in tal caso si teme che i nostri diplomatici, alle prese con l’incontrollabile variabilità del neo-presidente, saranno sin troppo impegnati nel difficile compito di mantenere stabili le relazioni politiche e la cooperazione fra Washington e Roma, superando inevitabili e fondamentali divergenze di vedute.

Il ruolo del Pd in Europa dopo il referendum
Il referendum costituzionale è invece una variabile controllabile. Senza entrare in questa sede nel merito della riforma o analizzarne i cavilli giuridici, è opportuno fare una considerazione relativa al carattere politico assunto da questo voto e alla frammentazione all’interno del PD.

La creazione di un fronte del NO interno al PD è difficilmente comprensibile in una logica di opportunità politica verso l’estero. Un voto compatto per il Sì, infatti, rafforzerebbe notevolmente il PD in Europa, mettendo i nostri democratici in una posizione dominante all’interno del gruppo socialista europeo, anche in considerazione dell’indebolimento dei partiti progressisti in altri Paesi (Francia, Regno Unito, Spagna, Germania).

L’influenza sull’agenda politica, sia a livello collettivo di partito, che dei singoli decision-makers italiani, ne uscirebbe rafforzata. Le implicazioni non sono da sottovalutare: il peso politico dei partiti ha un effetto su processi, politiche e decisioni l’adozione e l’attuazione delle direttive comunitarie, le nomine di funzionari in settori chiave della cooperazione europea, l’elaborazione di nuove politiche comuni, per esempio in tema di emigrazione.

Gianni Bonvicini ha giustamente evidenziato in un precedente articolo su AffarInternazionali i rischi per il nostro paese in caso di vittoria del NO, concludendo come un’Italia più forte sia una delle poche speranze per quel che resta del disegno unitario europeo.

È una previsione verosimile: gli scenari post-Brexit impongono una ridefinizione del cuore della governance Ue, in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano, assieme al motore franco-tedesco. In questo contesto, il PD, ove riuscisse a restare al governo del paese, potrebbe a sua volta giocare una sua partita politica a livello sovranazionale, nel quadro del processo di integrazione europea, ridando vigore all’idea di un’Ue solidale, orientata verso il progresso sociale, l’uguaglianza economica e il rinnovamento politico.

Un’intesa ideologica fra i democratici italiani e statunitensi
Sembra invece che il PD stia continuando a coltivare l’antica e nobile arte del “tirarsi la zappa sui piedi” e si stia facendo opposizione da solo, pur essendo il partito politico che potrebbe maggiormente capitalizzare l’approvazione della riforma costituzionale.

In gioco, ci sono il ruolo di leadership all’interno della famiglia socialista europea e del movimento progressista globale; e la possibilità di avere maggiore peso politico nelle sedi decisionali multilaterali – a cominciare da Bruxelles, in tema di austerità e di migrazione. Ma soprattutto, c’è in gioco la capacità di un partito di mostrarsi più forte delle lotte intestine e agire nell’interesse dei cittadini.

In quest’ottica, la visita di Renzi alla Casa Bianca potrebbe essere vista e presentata come il riconoscimento di una importante nuova intesa ideologica fra i democratici italiani e statunitensi, e servire per porre le basi per un ricompattamento progressista anche in Europa.

Bocciare la riforma nel merito e nel metodo è una scelta dell’elettorato che, a nostro avviso, sarebbe controproducente per il futuro della democrazia italiana. Ma la bocciatura politica, vista dalla prospettiva del PD, è talmente controproducente da apparire come un atto di follia.

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