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Integrazione europea

Nuove mode: l’Ue non serve più

26 Ott 2016 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Si sta sviluppando una politologia della disgregazione europea. Sull’ultimo numero di Foreign Affairs è comparso un articolo la cui tesi è che “un’Europa degli stati-nazione sarebbe preferibile alla disarticolata e inefficace Unione Europea di oggi”(1).

La forza del patriottismo
L’autore, Jakub Grygiel del Center for European Policy Analysis, dopo aver condotto un’ampia rassegna delle difficoltà del processo di integrazione e della crescita dei movimenti euroscettici nei diversi paesi, si concentra sulla questione della sicurezza vista dall’angolo americano, per affermare che “Washington non deve temere una dissoluzione dell’Ue. […] Stati pienamente sovrani potrebbero rivelarsi più capaci di un’unione ad affrontare le varie minacce alle loro frontiere.

Solo il patriottismo ha l’attrattiva forte e popolare per mobilitare i cittadini europei contro i pericolosi vicini”. Piuttosto, argomenta il testo, “mentre l’unione si dissolve, crescerà la funzione della Nato nel mantenere la stabilità e dissuadere le minacce esterne”.

Ma la tesi non si limita al campo della difesa. “In un’Europa dei rinati stati-nazione, i paesi continueranno a formare alleanze basate su interessi comuni”. L’esempio portato è quello dei paesi Visegrad che “hanno riunito le forze per opporsi ai piani dell’Ue che li avrebbero costretti ad accogliere migliaia di rifugiati”. In conclusione, “l’Europa sarà capace di affrontare le più pressanti sfide di sicurezza quando abbandonerà le fantasie di un’unione continentale e farà proprio il pluralismo geopolitico”.

La nazione baluardo contro la globalizzazione
In un altro saggio, tratto questo da The International Spectator, Federico Romero, professore all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, muove dall’analisi del “decrescente ruolo dell’Italia nell’arena internazionale” per osservare che questa “media potenza” ha sempre condotto una politica estera mirante a farsi accogliere nei circoli multilaterali (2).

Solo che, con la fine della guerra fredda, questo approccio ha perso molti dei suoi vantaggi ed è stato compensato “da una grande illusione integrazionista che scontava il declino dello stato-nazione e la crescita di più ampie istituzioni fondate su un’interdipendenza regolata, fra le quali l’Ue allargata emergeva come un modello luminoso”.

Poi è venuta la crisi finanziaria con le sue conseguenze per noi difficili, quali la pressione deflazionista in omaggio all’austerità, il nuovo ruolo dominante della Germania e il difficile consenso sulla politica estera fra i diversi stati membri dell’Unione a 28.

Per cui, secondo Romero, dobbiamo “ripensare in che misura certe grandi convinzioni rispondono alla nostra situazione attuale e prevedibile”. Donde “la possibilità che il nostro stato-nazione, per quanto debole e inefficiente, sia non tanto l’ultima, quanto forse la principale, o anche la sola risorsa per cavalcare le onde della globalizzazione, o almeno resistervi”.

Ripieghiamo con il piano B
Più soft la tesi del terzo testo qui preso a campione: un articolo del noto commentatore Angelo Panebianco apparso sulla rivista Il Mulino (3). Che uno condivida o no, dice l’autore, la sua tesi che un’ulteriore integrazione verso uno stato federale sarebbe “impossibile e persino indesiderabile” perché tale stato potrebbe non essere compatibile con la democrazia, si deve riconoscere che oggi l’Unione Europea è destinata al fallimento.

Quindi occorre un “Piano B”, quale “un’evoluzione in senso schiettamente confederale che, sperabilmente arrivi un giorno a gestire, con metodo intergovernativo, la sicurezza europea […] in una co-partnership con gli Stati Uniti, a controllare i confini comuni, a preservare quel preziosissimo bene che è il mercato comune”. Insomma. dice Panebianco, “si tratta di sperare che la crisi diventi un’opportunità di cambiamento”.

Ma la crisi va ben oltre l’Ue
Le fantasie e le illusioni devono dunque cedere il passo al realismo. Ma il realismo non è esente dall’imperativo di tener conto del contesto complessivo. Il quale ci dice chiaramente che la crisi dell’Unione Europea non è un fenomeno a sé stante, ma è parte e sintomo di una crisi più generale, quella del sistema liberal-democratico, che si manifesta sia nel funzionamento degli stati che a tale sistema appartengono, sia nella coesione multilaterale fra di essi realizzata nella seconda metà del secolo scorso e sia infine nel modo e nella misura in cui si vuole essere modello per altre parti del mondo.

Evidenti sono le patologie di cui soffrono, anche se in misure diverse, le democrazie. A cominciare da quella del paese leader dell’Occidente, dove le campagne elettorali per la primarie e per le presidenziali hanno rivelato atteggiamenti nell’opinione pubblica che non scompariranno quando, a meno di eventi critici che possano influenzare il voto alla sua vigilia, vincerà il candidato rappresentativo della continuità.

Nella circostanza è stata coniata l’espressione “post-truth politics” per illustrare la prassi della distorsione della realtà al fine di catturare consensi. Altro esempio significativo di tale pratica si è avuto nella dialettica che ha portato una maggioranza di inglesi (ma non dei giovani, non degli scozzesi o degli irlandesi del nord) a votare per la Brexit sulla base di slogan non rispondenti, appunto, a verità.

Il gioco del rifiuto, contro la democrazia
La diffusa retorica del rigetto non si limita alle istituzioni di Bruxelles. Ai numeri decrescenti che le indagini di opinione rivelano in materia di consenso all’idea europea, di sostegno dei cittadini alle sue realizzazioni e di fiducia nei meccanismi (comunitari e intergovernativi) dell’Ue, è da accostare il calo di popolarità, talvolta anche maggiore, che stanno subendo i corrispondenti contesti nazionali.

E negli Stati Uniti il grado di sfiducia, quando non di rifiuto, dei cittadini nei confronti della classe dirigente (le famose élites), dei media e delle istituzioni è rilevante quasi quanto in Europa.

Il valore stesso di democrazia è in gioco. Non è un caso che quei paesi dell’est dell’Unione che, con il compiacimento di Grygiel, si alleano contro il principio della solidarietà tradotto dalla Commissione europea in quote di disperati da accogliersi nei paesi membri, siano gli stessi dove si verificano serie derive autoritarie.

Né che oltre oceano i fan di un Trump, che mette in dubbio la regolarità del processo elettorale a cui partecipa, alzino cartelli invocanti l’impiccagione della Clinton.

E poi c’è la questione del futuro dell’Occidente
E veniamo allora al legame transatlantico. L’istituto di opinione Pew ha riscontrato che meno della metà di italiani, francesi e tedeschi è disposta a difendere un paese Nato attaccato dalla Russia. E i populisti tanto citati quando si parla di anti-Europa sono in prevalenza anche anti-americani, non disdegnando alcuni partiti, come quello della Le Pen, i finanziamenti di Putin in cambio di simpatie geopolitiche. Quella di compensare il collasso dell’Ue, o la sua diluizione in formule confederali, con una più salda alleanza con gli Usa sembra sì essere una fantasia.

L’ipotesi di uscita dall’Euro e le riserve contro il mercato unico e le sue quattro libertà fondamentali si confondono con il rigetto della globalizzazione, per investire l’intero libero scambio, che si cerca di regolare con la governance multilaterale. Donde il formarsi di eterogenee alleanze fra destra e sinistra estreme, nonché di movimenti confusamente trasversali quali il nostro Cinque Stelle.

L’Unione Europea non sarà più un modello luminoso – sempre che lo sia mai stato – ma i liberal democratici che al suo interno sono a rischio di estinzione, come in Polonia e Ungheria, o al suo esterno sono a rischio di galera, come in Turchia, guardano pur sempre ad essa come riferimento di riscatto.

Il nazionalismo è crescente nel mondo intero.Il fallimento del più avanzato esperimento di composizione e condizionamento delle sovranità nazionali ne rappresenterebbe la vittoria decisiva, con l’esito di confinare l’Europa – quella degli stati-nazione, a sé stanti o confederati che siano – nell’irrilevanza geopolitica e di limitare seriamente l’influenza americana, dunque rimettendo in questione il futuro dell’Occidente.

(1) J. Grygiel, “The Upside to the EU’s Crisis”, Foreign Affairs, Sept/Oct 2016.
(2) F. Romero, “Rethinking Italy’s Shrinking Place in the International Arena”, The International Spectator, 51/1, March 2016.
(3) A. Panebianco, “Un piano B per l’Europa”, Il Mulino, 4/16.

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