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Dopo Bratislava

La Difesa e la foglia di fico

3 Ott 2016 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

A me sembra che in questi giorni l’Ue sia spasmodicamente impegnata a parlar d’altro, ad evitare insomma di affrontare i problemi reali ed urgenti: quelli della stagnazione economica, della Brexit, del montare dei movimenti politici nazional-populisti e delle minacce alla sicurezza.

Per carità, non sarò certo io a lamentarmi se l’Europa della Difesa farà qualche passo avanti (anche se mantengo ancora un certo scetticismo sui risultati reali dell’attivismo di questi giorni, maturato negli anni). Né mi sfugge che un’Europa più integrata ed efficace nel settore della Difesa avrebbe anche a sua disposizione migliori strumenti per far pesare di più la sua influenza internazionale e per intervenire nelle situazioni di crisi.

Tuttavia dovrebbe essere chiaro a tutti che qui parliamo di un processo di lungo periodo che, nell’immediato, non avrebbe grandi effetti pratici. In altri termini, se la Russia (che per ora è l’unico paese che potrebbe avere la forza e la volontà di minacciarci militarmente) dovesse attaccarci, l’unica risposta credibile, oggi come ieri e come nei prossimi anni, risiede nella Nato e nell’alleanza con gli americani. Certo noi potremmo fare un po’ di più e un po’ meglio, ma non ancora abbastanza.

Difesa o Sicurezza?
Questo non vuole essere un invito a non fare nulla. Al contrario, è gran tempo che l’Ue prenda sul serio il capitolo della Difesa. Ma non mi sembra abbastanza per rispondere alle crisi europee, e soprattutto mi sembra un po’ troppo fuori asse rispetto alle preoccupazioni dei nostri concittadini.

Diverso sarebbe stato se, ad esempio, l’accento fosse stato messo sulla Sicurezza, che include certo anche aspetti militari e difensivi, ma è molto diversa negli obiettivi e nelle strategie. Essa copre un’area molto vasta di potenziali eventi, dai disastri naturali a quelli provocati dall’uomo, dalle attività criminali ad altre meno chiaramente identificabili.

I suoi strumenti sono in primo luogo civili, ma i militari sono spesso e volentieri coinvolti nelle operazioni, a volte in modo determinante. Tuttavia le finalità, e quindi anche i mezzi, le modalità del loro impiego, le strategie operative e la catena di comando, sono necessariamente diversi da quella che chiamiamo “la Difesa”. Oggi, si tratta di affrontare insieme in primo luogo alcuni di questi molteplici problemi: quelli che richiedono un approccio comune europeo per essere meglio gestiti e per moderarne le conseguenze negative.

Decisioni complesse
Ecco quindi che parliamo di controllo delle frontiere nei confronti non solo o non tanto degli immigrati “clandestini” quanto dei contrabbandieri di droga, armi, tabacco, esseri umani e quant’altro (e sappiamo da numerose ricerche come queste diverse attività siano in realtà tutte strettamente collegate tra loro e finiscano per fare capo alle stesse persone), con i loro legami con la criminalità organizzata e con le organizzazioni terroristiche.

Allo stesso tempo diviene sempre più urgente proiettare la gestione dei flussi migratori lontano dalle nostre frontiere, nei paesi di origine e di transito dei migranti, per esercitare un più attento controllo, combattere i fenomeni criminali ad essi associati e cominciare ad intervenire sulle cause economiche, ma soprattutto umanitarie che ne sono all’origine.

In questo caso parliamo evidentemente di una azione politica internazionale mirata ad ottenere la collaborazione di numerosi governi terzi, di coordinamento tra politica estera e politica degli aiuti economici nonché di politica commerciale, di organizzazione finalizzata di una parte consistente degli interventi umanitari eccetera.

Parliamo anche di possibile proiezione della forza, ad esempio là dove non esistono serie forme di governo e dove si sono stabilite e regnano entità criminali: ciò evidentemente richiede un forte intervento militare che tuttavia dovrebbe essere dimensionato agli obiettivi limitati da raggiungere nel quadro di una complessiva politica della Sicurezza.

Si tratta anche di combattere il terrorismo all’interno dei nostri confini, attraverso una molto più stretta e possibilmente integrata azione di intelligence, di polizia ed infine giudiziaria. Sarebbe anche opportuno concordare ed attuare una linea comune di approccio nei confronti delle popolazioni immigrate, specie quelle di seconda e terza generazione, nostri concittadini tra cui evidentemente serpeggia il malcontento e dove agiscono agenti provocatori.

Le frontiere che ci danneggiano
Tutto questo, ed altro ancora, non riuscirà facilmente ad assumere un profilo più integrato, ed ancora più difficilmente sovranazionale, ma le capacità dei nostri singoli paesi nono sono da sole in grado di controllare tali fenomeni e le nostre frontiere nazionali si rivelano più un vantaggio per i criminali che per noi, permettendo loro di sfruttare a nostro danno le diversità negli approcci, l’insufficiente livello di reciproca informazione e la macchinosità della collaborazione giuridica internazionale.

Progressi sostanziali in un approccio strategico complessivo alla questione della sicurezza sarebbero probabilmente apprezzati dai cittadini e andrebbero a tutto vantaggio dell’Ue.

Ma invece di affrontare in modo prioritario e coerente l’insieme delle questioni di sicurezza, i nostri paesi sono impegnati in una serie di sforzi frammentari e incompleti, per cui le politiche di aiuto ed assistenza e quelle commerciali non si adeguano necessariamente a queste priorità.

Anche il controllo delle frontiere è visto come la sorveglianza di una linea statica, quando tutti sanno che la vera difesa di una barriera è in avanti, e non certo quando essa è ormai sotto assedio. Sorvegliamo i mari ed erigiamo inutili muri nella penisola balcanica, senza in tal modo gestire il flusso dei profughi e degli emigranti.

La politica comune europea della Difesa, che dovrebbe prima o poi produrre una Difesa europea, è un obiettivo importante e meritevole di grande attenzione e fanno bene il ministro della Difesa e il governo a tentare di sfruttare questo momento di apparente maggiore disponibilità dei partner.

Ma la Difesa non dovrebbe essere usata come foglia di fico per nascondere il fatto che non si sanno o non si vogliono affrontare i temi più urgenti e scottanti.

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