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Immigrazione

Italia sempre più delusa dall’Ue

17 Ott 2016 - Anja Palm - Anja Palm

Siamo nuovamente i primi. Il forte contenimento dei flussi destinati alla Grecia avvenuto nella seconda parte del 2016 – frutto anche dell’accordo tra l’Unione europea, Ue, e la Turchia – ha fatto riguadagnare all’Italia il primato di Paese con il più alto numero di sbarchi.

Infatti, mentre l’Europa si congratula per la quasi totale chiusura della rotta balcanica, il flusso mediterraneo non si arresta: secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, fino al 25 settembre 2016 in Italia vi sono stati più di 130mila arrivi, rispetto ai 153mila dell’intero 2015.

Dopo Bratislava il premier Matteo Renzi ha ripetutamente biasimato l’Europa che promette ma non fa, dichiarandosi insoddisfatto per le politiche economiche e soprattutto d’immigrazione. Ha ribadito, che per frenare i flussi nei Paesi di origine e transito, bisogna dare priorità all’Africa. Se questo continente non verrà seriamente preso in considerazione dall’Europa, “l’Italia farà da sola”.

In attesa del summit del Consiglio europeo del 20-21 ottobre, in cui verrà discussa anche la questione migratoria, c’è da chiedersi se la minaccia della disintegrazione Ue sia veramente l’opzione più convincente. Sarebbe forse più opportuno che l’Italia si facesse promotrice di un’Europa a geometria variabile, con un nucleo di stati membri impegnati in un processo di maggiore integrazione. Ma non può farlo da sola.

Lo strappo di Bratislava, apice del tira e molla sull’immigrazione
Se Ventotene per Renzi aveva simboleggiato il sogno di una ‘nuova Europa’, guidata dalle tre grandi potenze, Bratislava ha rappresentato l’ennesimo colpo basso nella relazione italo-europea sulla questione migratoria. Il breve capitolo su migrazione e frontiere esterne, contenuto nelle conclusioni della riunione, si concentra esclusivamente sui Balcani e sulla Turchia, richiamando la necessità di chiudere le frontiere esterne dell’Ue.

Nessun accenno invece alla dimensione mediterranea. Sembra scomparso, il ‘piano africano’ – che prevede finanziamenti e investimenti strutturali ed imprenditoriali ai fini del contenimento dei flussi – presentato da Renzi nel Migration Compact e apparentemente ripreso nei mesi successivi dalla Commissione.

Stesso destino sembra spettare alle promesse di solidarietà e di equa ripartizione degli oneri della ‘crisi migratoria’. Al contrario, la Cancelliera Angela Merkel ha ritenuto ‘positiva’ la proposta di un approccio di solidarietà flessibile dei quatto Paesi di Visegrad, proposta che consente a quest’ultimi di non accogliere rifugiati, ma di contribuire economicamente o mediante altri strumenti. Le proposte di un sistema permanente di ricollocazione dei richiedenti asilo sembrano essere tramontate definitivamente.

2015, l’anno della svolta mai arrivata
Dopo le rivoluzioni arabe del 2011, quando la rotta mediterranea ha assunto un’importanza fondamentale nei flussi migratori, l’Italia è stata il principale porto per coloro che volevano raggiungere l’Europa dall’Africa. Paradossalmente, l’Italia, per la maggior parte dei migranti, non è mai stata la destinazione ultima, ma semplicemente un Paese di transito verso il nord. Per tanti anni, Roma ha tentato di attirare l’attenzione su questa problematica, ma senza successo.

Il 2015, anno di un rinforzato dialogo europeo sulla questione migratoria, pareva aver segnato una svolta. La fattuale sospensione del regolamento di Dublino, il programma di ricollocazione e il patto Ue-Turchia – che, pur se criticato, rappresenta il primo accordo di ampio raggio che realizza la dimensione esterna delle politiche europee di migrazione – hanno dato l’impressione di una svolta in senso sovranazionale.

In realtà ha però solamente evidenziato come l’attenzione degli Stati membri rispecchi l’interesse nazionale: solo alla luce dei flussi sempre più consistenti nei Paesi fin allora protetti dalla buffer zone italo-greca, si è finalmente parlato di migrazione a livello europeo.

La sostanziale chiusura della rotta balcanica sembra però aver sancito anche la chiusura della stagione delle politiche europee. E il risultato per l’Italia è deludente: il meccanismo di ricollocazione sta funzionando a rilento: dei 40mila rifugiati che dovevano essere ricollocati dall’Italia ad altri paesi europei, ad oggi ne sono stati ricollocati meno di 1.200 e la rotta mediterranea continua ad essere attiva, mantenendo flussi praticamente identici all’anno passato.

Unione a geometria variabile?
L’Italia ha fissato una dead line simbolica: il 25 marzo 2017, data che segna i 60 anni dalla ratifica dei Trattati di Roma. Qualora non vi fossero dei risultati per questa scadenza, l’Italia minaccia la disintegrazione. A suon di ‘faremo da soli in Africa’, Roma avverte che opererà autonomamente e al di fuori dagli schemi europei.

Invece di agire come lupo solitario, il nostro Paese potrebbe accettare la realtà dei diversi valori e mirare ad un nucleo di Stati Membri che si facciano portatori di un processo di maggiore integrazione. Un’Europa a geometria variabile rappresenterebbe in fin dei conti una formalizzazione e un rafforzamento dello status quo. Contrariamente alle recenti prese di posizione sarebbe però necessario che Germania e Francia includessero l’Italia nel nucleo forte, riconoscendola come partner fondamentale.

Da molti anni si era detto che la questione migratoria avrebbe decretato il successo o il fallimento di un’Unione dei valori, capace di andare oltre agli accordi di natura commerciale. Se non vi sarà un radicale cambiamento di approccio nel breve periodo, che metta in secondo piano le lotte politiche interne, vivremo non solo il tramonto di un’Europa più sovranazionale, ma anche il fallimento in partenza di un’Europa a geometria variabile.

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