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Conti pubblici

Italia, al via la trattativa con Bruxelles

13 Ott 2016 - Veronica De Romanis - Veronica De Romanis

Entro il 15 ottobre il governo italiano dovrà inviare a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio 2017. Da quel momento, la Commissione europea avrà due settimane per valutarne la conformità alle regole del Patto di Stabilità e Crescita.

Nonostante, il governo di Roma non stia rispettando gli impegni presi prima dell’estate, il confronto con l’Europa si preannuncia meno complicato di quanto possa suggerire la mera applicazione dei criteri burocratici. L’incertezza che caratterizza il contesto politico internazionale e il perdurare delle difficoltà del Paese a crescere avranno un peso non indifferente nel processo decisionale della Commissione.

Le probabilità di portare a casa un risultato positivo sono, pertanto, elevate. C’è da chiedersi, però, se ciò possa effettivamente rappresentare un successo per l’Italia, non solo nel breve periodo, ma anche nel lungo.

Debito e disavanzo strutturale non calano
Il confronto con l’esecutivo comunitario si inserisce in un contesto macroeconomico ben diverso da quello di sei mesi fa. La crescita per il 2017 è stata, infatti, ridotta di quasi mezzo punto percentuale rispetto alle precedenti previsioni, dall’1,4% di maggio all’attuale 1%. E, tuttavia, per molti analisti, si tratta di una revisione al ribasso ancora troppo ottimista.

Le stime dell’effetto di trascinamento (l’anno in corso potrebbe chiudersi con una crescita inferiore allo 0,8% stimato), della variazione degli investimenti, in particolare del comparto delle costruzioni (prevista in crescita al 2,9 %) e, infine, dell’impatto della manovra (la differenza tra il Pil tendenziale e quello programmatico è dello 0,4%, di cui due terzi è ascrivibile al disinnesco delle clausole di salvaguardia) potrebbero, infatti, rivelarsi eccessive.

Il rallentamento delle prospettive di crescita si è tradotto in obiettivi di finanza pubblica peggiori di quelli contenuti nel Documento di Economia e Finanza, Def, della primavera scorsa. In primo luogo, il disavanzo sale dall’1,8% al 2% e, con un metodo assai inusuale, un ulteriore aumento dello 0,4% verrà autorizzato in una fase successiva dal parlamento.

L’extra deficit dovrebbe servire a finanziare le spese legate al sisma e alla gestione dei migranti. Questa volta, però, non sarà necessario chiedere l’attivazione delle clausole di flessibilità, bensì di utilizzare il margine che scatta in modo automatico in presenza di circostanze eccezionali ed eventi imprevisti.

Pertanto, la trattativa dovrebbe vertere unicamente sul “quanto” poter scorporare dal calcolo del disavanzo: il governo chiede uno scostamento per 7,4 miliardi di spese, di cui 3,5 per i migranti, una cifra rilevante considerato che lo scorso anno la Commissione aveva dato il via libera a poco più di un miliardo e mezzo.

Anche la stima del debito pubblico è stata rivista verso l’alto, dal 130,9 del Def al 132,5%. Infine, il disavanzo strutturale, ossia il saldo depurato dagli effetti del ciclo economico, nonostante l’impegno del governo a migliorarlo di almeno lo 0,2%, resta costante all’1,2%.

Nell’eventualità di un’applicazione rigorosa del Patto di Stabilità e Crescita, i suddetti tre elementi – disavanzo nominale più levato, debito ancora in crescita e saldo strutturale invariato – sarebbero sufficienti a far scattare una procedura per disavanzo e debito eccessivi. Il contesto attuale, tuttavia, potrebbe favorire un’interpretazione più morbida delle regole. Così come, in passato, è stato fatto per altri paesi. A cominciare dalla Spagna e dal Portogallo.

Una trattativa in un contesto politico-economico complesso
Nonostante il mancato rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, la Commissione europea ha accordato ai due Paesi iberici del tempo ulteriore per rimettere le finanze pubbliche su un percorso sostenibile. Questa decisione assume una rilevanza particolare perché si inserisce in un contesto politico-economico nuovo.

Nel maggio del 2017 ci saranno le politiche in Francia, un Paese in cui tutti i partiti, incluso il primo, il Front National di Marine Le Pen, chiedono meno austerità nonostante il livello di spesa pubblica in rapporto al Pil sia il più elevato – e in aumento -, della zona euro.

In autunno sarà il turno della Germania. I tedeschi dovranno decidere se confermare Angela Merkel, ad oggi unico candidato forte. Molto dipenderà dalla capacità della cancelliera di trovare l’ennesimo compromesso tra la ricerca del consenso interno e il rafforzamento della stabilità europea: da un lato, dovrà gestire l’ascesa del movimento Alternative fur Deutschland che prende voti anche facendo campagna “contro” la flessibilità di bilancio, dall’altro cedere ad una lettura meno rigorosa delle regole fiscali.

Infine, il 2017 sarà l’anno della Brexit. Nonostante Theresa May abbia annunciato che le procedure verranno attivate entro il mese di marzo, l’incertezza rischia di permanere, soprattutto se, oltre a ripetere lo slogan – un po’ vuoto per la verità -, “Brexit means Brexit”, non inizia a definire i dettagli sul “come” agire.

A conti fatti, ci sono buoni motivi per ritenere che prevarrà un’interpretazione più politica e meno burocratica del Patto di Stabilità e Crescita. Per l’Italia, in particolare, la Commissione potrebbe replicare il metodo dello scorso anno: prendere tempo a novembre, rimandare la valutazione alla primavera prossima e decidere quando oramai i margini sono diventati stretti perché il piano di finanza pubblica è già stato approvato dal parlamento nazionale.

Meno regole, maggior rischio di contagio
Ulteriore flessibilità è davvero un vantaggio per un Paese come l’Italia? Probabilmente no, per almeno due motivi.

In primo luogo, continuare a rimandare il consolidamento fiscale rappresenta un problema. Si rischia di dover intervenire quando l’intervento della Banca centrale europea, che consente di risparmiare spesa per interessi, è terminato.

Inoltre, un livello di debito pubblico elevato indebolisce la posizione negoziale dell’Italia nella sua (giusta) battaglia per il completamento dell’unione bancaria. E poi c’è un problema di equità, perché saranno i giovani di oggi, che già faticano a trovare un impiego, ad accollarsi il finanziamento di spese di cui non hanno usufruito.

In secondo luogo, regole più morbide per tutti rendono l’Italia più vulnerabile agli shock. Nell’eventualità di un altro “caso Grecia”, sarebbero proprio i paesi ad alto debito a subire le conseguenze maggiori: la recente crisi lo ha dimostrato.

Peraltro, con regole meno stringenti si dovrebbe rinunciare a strumenti come il Quantitative Easining, il cui beneficio per le finanze pubbliche italiane nel 2015 è stato di oltre 6 miliardi. In assenza di vincoli quantitativi, infatti, sarebbe difficile convincere gli stati virtuosi – ma non solo loro – ad accettare acquisti di titoli di debito sovrano da parte dell’Istituto centrale di Francoforte.

In conclusione, un verdetto positivo sulla flessibilità di bilancio da parte della Commissione europea consentirebbe – nell’immediato -, di mettere in atto misure di redistribuzione delle risorse utili – soprattutto – in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Tuttavia, una strategia che continua a posticipare nel tempo la riduzione del debito pubblico rischia di essere miope.

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