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Usa 2016

Hillary vs Trump: dibattito 2, lei vince, lui sopravvive

11 Ott 2016 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Guardano già tutti al terzo e ultimo dibattito televisivo dall’Università del Nevada a Las Vegas, mercoledì 19 ottobre: il secondo, attesissimo, e seguitissimo, non è stato decisivo.

Una platea di oltre 66 milioni di spettatori decreta – dice un sondaggio della Cnn – il successo di Hillary Clinton su Donald Trump, 57% a 34%; ma la partita della Casa Bianca resta aperta. E il sito 270towin.com non corregge la sua mappa dei Grandi Elettori: 200 alla democratica, 163 al repubblicano e 175 incerti in 13 Stati.

La Clinton riparte subito in campagna, dalla Florida, con l’aiuto di Al Gore, che, lì, non è proprio una garanzia. L’ex first lady viaggia forte del vantaggio che sondaggi effettuati prima del dibattito, ma dopo lo scandalo dei commenti sessisti del suo rivale, le attribuiscono: 11 punti, 46% a 35%, secondo WSJ/Nbc; il libertario Gary Johnson è al 9%, la verde Jill Stein al 2%. Se il confronto si riduce a un testa a testa, il margine di Hillary sale a 14 punti, 52% a 38%.

Ma Trump sopravvive al secondo confronto: la Clinton non trova, e neppure cerca, il colpo del KO, forse, le sta pure bene un avversario malridotto, che si trascini fino all’Election Day, l’8 novembre. Donald non è cucciolo che uggiola, se ferito; è, piuttosto, una belva che azzanna (o, almeno, ci prova).

Di colpi bassi, ne tenterà ancora: a St. Louis, s’è presentato alla stampa con quattro donne che o hanno accusato di violenza Bill Clinton o hanno avuto relazioni con l’ex presidente: Trump progettava di piazzarle in prima fila al dibattito, proprio accanto a Bill, ma la commissione che gestisce i confronti sventa in extremis la manovra e le spedisce in tribuna.

I repubblicani ricompattano un’unità di facciata
La dimostrazione televisiva di vitalità politica ricompatta, dietro a Trump, il partito repubblicano, o almeno la facciata del partito. Del resto, cambiare cavallo a questo punto della campagna elettorale sarebbe difficilissimo, anche se il magnate si ritirasse – e non succederà.

Lo afferma lo stratega Karl Rove, il guru delle vittorie di Bush nel 2000 e 2004: “È praticamente impossibile sostituire qualcuno ad agosto, figuriamoci in ottobre”. Bisognerebbe convocare un comitato di 160 membri della Convention repubblicana per selezionare il nuovo candidato; poi non si saprebbe come gestire chi ha già votato per corrispondenza – sarebbero quasi mezzo milione e aumentano ogni giorno.

Non a caso commentatori statunitensi parlano di un “dibattito animalesco”, cominciato senza stretta di mano e conclusosi con una stretta di mano più dovuta che voluta: Trump, dopo lo scandalo, lotta per la sopravvivenza.

Twitter batte tutti i suoi record, con oltre 17 milioni di cinguettii. In un’ora e mezza, Hillary guadagna 25mila followers, Donald 16mila. Gli hashtag più usati sono quelli che riguardano il magnate: in testa, il disaccordo sulla Siria tra il magnate e il suo vice Mike Pence, che molti conservatori moderati vorrebbero, a questo punto, vedere al suo posto.

Nonostante la bacchettata sulle dita pubblica, il governatore dell’Indiana, cui a caldo c’è chi presta propositi di rinuncia, s’allinea al suo boss. I fedelissimi di Trump fanno i conti con i voltagabbana, che avevano già scaricato il magnate come se fosse ‘morto’ dopo i video sessisti. Ma le riserve dell’establishment e dei moderati restano intatte.

La cravatta, il tailleur e la camicetta
Sul palco dell’Università del Missouri, Trump si presenta finalmente con una cravatta rosso repubblicano, Hillary con un tailleur pantalone blu i cui risvolti chiari richiamavano la blusa (l’insieme è molto meno riuscito del completo rosso del primo confronto). Ma l’attenzione si concentra sulla camicetta di Melania, la moglie di Donald: è fucsia, con su scritto Pussy Blow, Fuoco alla Miccia – ma il doppio senso sessuale non può sfuggire. Lei dirà poi che non era intenzionale, ma nessuno le crede.

Il magnate denuncia nervosismo dondolandosi di continuo, muovendosi per scaricare la tensione e tirando su spesso col naso (chissà se anche stavolta era il microfono che non funzionava). Ed è fin dall’inizio intimidatorio con i moderatori, Anderson Cooper della Cnn e Martha Raddatz della Abc: li accusa di presunti favoritismi alla sua rivale, mentre i due sono impegnati a fare rispettare i tempi, a correggere affermazioni palesemente inesatte, a esigere risposte alle domande.

L’ex ‘first lady’ parte con il freno a mano tirato, come se fosse nel contempo fiduciosa che il rivale finisca per incartarsi da solo e timorosa di quello che può tirare fuori.

Chiacchiere, retorica e siparietti
Il dibattito parte con la domanda posta da un insegnante nera: le dichiarazioni sessiste del magnate e showman, che le declassa a “chiacchiere da spogliatoio”. “Non ne sono orgoglioso e me ne scuso, ma ho grande rispetto per le donne, nessuno ha più rispetto di me per le donne… Ci sono cose più terribili a questo mondo… Io renderò l’America di nuovo grande e sicura e ricca, io batterò l’Isis”.

Trump evoca il passato dei Clinton, ammette di avere legalmente usato scappatoie fiscali per pagare meno tasse: “Certo che l’ho fatto. E lo fa gran parte dei donatori di Hillary”. E torna a vantarsi d’essere colui che meglio conosce il sistema fiscale Usa: la sua dichiarazione fiscale resta però tabù, fin quando – è il ritornello – gli accertamenti non saranno finiti.

Proprio sui terreni per lui più scivolosi, Trump pare cavarsela abbastanza bene. E va all’attacco sull’emailgate (“Se io fossi responsabile della Giustizia, tu saresti in prigione… Metterò in piedi una commissione d’inchiesta speciale per indagare…”). Delle risposte di Hillary, il magnate non sa che farsene: liquida tutto con “sono solo parole, le stesse parole che abbiamo sempre sentito, sono sceso in campo perché sono stufo di sentirle”.

La Clinton ammette gli errori nell’emailgate, contesta la veridicità delle affermazioni di Trump – del resto, il facts checking è devastante, ma il magnate non se ne cura -, cita Michelle Obama: “Quando loro vanno basso, noi voliamo alto”.

Le domande del pubblico toccano su temi di fondo, sanità, tasse, lavoro, energia, i disagi razziali e l’islamofobia. Trump ripropone “il cavallo di Troia dei siriani che entrano” e polemizza di nuovo “con i Paesi della Nato” che non fanno il loro dovere per la sicurezza comune.

Hillary padroneggia meglio le materie, definisce la retorica anti-Islam del rivale “un regalo” al sedicente Stato islamico, critica la Russia e ne denuncia le manovre: “Non era mai successo che una potenza cercasse d’influenzare così tanto il nostro voto; e non lo fa certo perché sia eletta io”.

La domanda più difficile è l’ultima: ciascuno deve dire una cosa buona dell’altro: la Clinton fa l’elogio dei figli di Trump, in prima fila; Donald riconosce che Hillary è “una che non molla”.

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