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Usa 2016

Hillary vs Donald, Tim e Mike più sosia che vice

6 Ott 2016 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Qualcosa mi suggerisce che il candidato repubblicano alla vicepresidenza, Mike Pence, lo ritroveremo sui percorsi della Casa Bianca, magari come candidato 2020 alla nomination repubblicana, che Donald Trump non ce la faccia l’8 novembre o che ce la faccia, ma poi non regga il peso dell’età per un secondo mandato.

E qualcosa mi suggerisce che il vice scelto da Hillary Clinton, Tim Kaine, sia già arrivato dove non pensava d’arrivare e non abbia l’ambizione di andare oltre: se lei vince, ne sarà il vice; se perde, resterà senatore, almeno fino al 2019. Ma la corsa alla Casa Bianca non è per lui (e lui ne pare conscio).

Teniamoci stretto i titolari
Visti i vice, chiunque vinca teniamoci ben stretto il titolare e speriamo che nulla gli accada, di qui a fine mandato: Kaine e Pence trascorrono i 90’ del loro dibattito in diretta televisiva a fondersi ciascuno nella personalità del proprio boss, ad apparirne quasi dei sosia. Al massimo, c’è uno sforzo di complementarità.

Pence vuole trasmettere una sensazione di tranquilla autorevolezza, apparire persona di buon senso, proprio l’opposto dell’aggressività impulsiva del suo capofila, di cui però fa proprie anche le tesi e i gesti più paradossali.

Kaine, invece deve quasi fare dimenticare di essere un uomo, per non minare il primato di Hillary, la prima donna sulla via della Casa Bianca. In questo, lo aiuta quel fare un po’ dimesso da professore, o preside, di scuola media e quel ‘odor di sacrestia’ che gli resta addosso dai suoi trascorsi gesuitici.

Come la pensino davvero Hillary e Donald si capisce solo quando l’ottima moderatrice, Elaine Quijano, giornalista della Cbs d’origini filippine, la più giovane a gestire un dibattito nazionale dai tempi – 1988 – di Bush padre e Dukakis, li sollecita sul personale: la religione e l’aborto. Per il resto, è tutto un ‘Hillary pensa’ e ‘Donald dice’; e un intreccio di attacchi reciproci mai l’un l’altro, ma sempre all’altrui capofila.

Tatticamente, i due vice giocano a parti rovesciate rispetto ai loro boss: Kaine è più aggressivo, ha lampi d’energia negli occhi; Pence ha la forza tranquilla. Gruppi d’ascolto e un sondaggio a caldo Cnn/Orc gli danno la vittoria, 48 a 42%, anche se le battute più efficaci sono del democratico. Domenica, nel secondo dibattito con Hillary, Trump dovrà tenere a mente la lezione: il pubblico sembra preferire quest’anno chi smorza e si difende a chi punge e attacca.

John Podesta, presidente della campagna della Clinton, mette un po’ di sale sulla coda del dibattito e ipotizza senza mezzi termini che Pence abbia corso per sé e non per Trump: una versione di parte che rovescia la frittata (Kaine esce sconfitto, ma Trump perde).

Il ‘crociato’ e il ‘missionario’
Sul palco della Longwood University di Farmville in Virginia, con lo stesso allestimento già usato per il primo dibattito presidenziale il 26 settembre alla Hofstra University nello Stato di New York, Pence e Kaine si sono presentati a cravatte invertite, blu il repubblicano, rossa il democratico, entrambi con completi scuri, camicia chiara, spilletta sul bavero sinistro: Pence con i capelli bianchi ancora folti e in ordine; Kaine con i capelli grigi più radi e meno controllati. Il democratico giocava in casa perché è stato sindaco di Richmond, governatore della Virginia ed è ora senatore dello Stato.

Per i due vice, era l’occasione per farsi conoscere perché il 40% degli americani manco sa chi sono, non ne conosce i nomi – ma quel 40% di sicuro non guardava il dibattito. I telespettatori, circa 50 milioni, una platea cospicua per un dibattito ‘di serie B’, hanno scoperto due ligi numeri due, non due leader.

Solo verso la fine, alle domande sulla loro fede e sull’aborto, i due hanno entrambi risposto con accenti personali e convinti: Kaine è cattolico, è stato missionario in Honduras e ha raccontato la sua difficoltà a gestire la pena di morte da governatore; Pence è un cattolico ‘convertito’ evangelico ed è un crociato ‘pro vita’.

Il Monte Rushmore degli uomini forti
I temi del confronto sono stati l’immigrazione, la sicurezza, la lotta contro il terrorismo, l’economia – poco – e l’assistenza sanitaria, gli errori fatti e gli insulti lanciati nella campagna. Kaine ha così contestato a Trump le offese e le discriminazioni contro i messicani, i musulmani, le donne; Pence ha ricordato il “cesto di miserabili” detto dalla Clinton di metà dei sostenitori di Trump.

Kaine è “spaventato a morte” dalla prospettiva di Trump comandante-in-capo. Pence giudica “brillante” l’abilità di Trump nel pagare meno tasse possibile, o nel non pagarle del tutto, e rinnova l’impegno a cancellare la riforma sanitaria del presidente Barack Obama, quel ‘obamacare’, che il marito di Hillary, Bill, con una gaffe da pivello, ha appena definito, parlando nel Michigan, “la cosa più folle del mondo”.

“Trump ha il suo Monte Rushmore personale”, dice il democratico, con le effigie di Vladimir Putin, Kim Jong-un, Saddam Hussein e Muammar Gheddafi. “Questa se l’è preparata a lungo”, gli fa eco, un po’ invidioso, Pence, che cerca di difendere le posizioni di Trump su Putin – “è un leader più forte di Obama” – o sul nucleare.

E qui Kaine ricorda le tesi del magnate sulla proliferazione nucleare, a favore che Arabia Saudita, Giappone e Corea del Sud si dotino della bomba (“Questo è più sicurezza?”, chiede, senza avere risposta). E racconta che Ronald Reagan era preoccupato che qualcuno come Trump diventasse presidente, quando ammonì che “qualche idiota o maniaco poteva scatenare un evento catastrofico” con le armi nucleari. Pence contrattacca sulle responsabilità della Clinton nel Medio Oriente e nell’accordo nucleare con l’Iran. Entrambi criticano l’altrui Fondazione.

Alla fine, stretta di mano e ritorno dietro le quinte. Domenica 9, toccherà di nuovo ai leader, non alle loro controfigure. I sondaggi si succedono e Hillary resta salda in testa, grazie al primo match: la Nbc le dà sei punti sul suo rivale. E il vice-presidente Joe Biden si sbilancia: “Hillary vincerà nettamente”. Lui pensa alle elezioni, non al confronto del 9, dove Trump promette di essere cattivo: la forza tranquilla, lui non sa cos’è.

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