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Ue e sicurezza

Difesa: c’erano un francese, un tedesco, un italiano e uno spagnolo…

24 Ott 2016 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

I ministri della Difesa di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno recentemente presentato ai colleghi degli altri Paesi Ue un documento congiunto contenente alcune proposte, abbastanza concrete e ambiziose, per una maggiore cooperazione e integrazione europea nel campo della difesa.

Un, due, tre stella
Dopo un’estate a geometria variabile che ha visto diverse iniziative unilaterali, a due o a tre, sembra ora delinearsi quel “nucleo aggregatore” che intende integrare maggiormente le proprie forze armate, fermo restando la possibilità per altri stati membri di aggiungersi all’iniziativa in corso d’opera.

Con Londra avviata verso l’uscita dall’Unione europea, Ue, il quartetto Parigi-Berlino-Roma-Madrid rappresenta le maggiori potenze militari dell’Ue, sia in termini di bilancio della difesa che di impegno nelle operazioni all’estero.

Da notare che i quattro Paesi hanno avuto una storia di relazioni con la Nato e l’Ue che è partita da posizioni differenti, si pensi all’anti-americanismo francese e all’atlantismo tedesco, e si è fatta via via più convergente. Una convergenza che coincide ampiamente con la tradizionale posizione italiana, attenta a bilanciare europeismo e atlantismo e ad impostare una maggiore cooperazione europea come elemento positivo per le capacità militari Nato e le relazioni transatlantiche.

Inoltre, elemento non marginale, tra le quattro capitali vi è una serie di cooperazioni industriali incrociate, a partire ovviamente dal forte asse franco-tedesco (vedasi Airbus, ma non solo), a cooperazioni bilaterali italo-francesi (ad esempio nello spazio e nella cantieristica navale) e italo-tedesche.

Vi sono anche importanti triangoli, come quello tra Germania, Italia e Spagna sul velivolo da combattimento Eurofighter (anche con la Gran Bretagna), o quello franco-germano-italiano sulla missilistica (con anche Londra parte di Mbda).

Il primo esempio di cooperazione militare e industriale che ha visto i quattro Paesi tutti insieme, e senza altri partner, si è concretizzato nel 2015-2016 con il progetto congiunto per sviluppare un drone europeo entro il 2025.

Quartier generale Ue sì, esercito europeo no
Quali sono dunque le proposte concrete avanzate dal documento congiunto? Si propone di costituire a Bruxelles una “capacità permanente per pianificare e condurre” le missioni Ue, con i relativi “robusti meccanismi di finanziamento” per sostenere il dispiegamento delle forze europee all’esterno dell’Ue. In pratica, un quartier generale a tutti gli effetti, cui manca solo il nome nella speranza di superare vecchie opposizioni di principio a tale bandiera.

Viene invece detto chiaramente che “un esercito Ue non è l’obiettivo” dei quattro Paesi, cosa abbastanza ovvia agli addetti ai lavori in quanto il punto non è creare un elefante militare europeo inefficace ed inefficiente, ma al contrario mettere a sistema le capacità nazionali rilevanti per farle funzionare meglio.

Proprio in quest’ottica funzionalista si propone anche un “comando medico europeo” che dovrebbe appunto integrare i servizi medici militari dei Paesi Ue, ed un “hub logistico europeo” per razionalizzare e rendere più efficienti i supporti logistici riducendo così duplicazioni e costi.

Cooperazione strutturata permanente: quo vadis?
L’elemento politicamente più ambizioso è l’ipotesi, cauta, di attivare le disposizioni del Trattato di Lisbona riguardo alla Cooperazione Strutturata Permanente (Permanent Structured Cooperation – Pesco) per attuare le suddette proposte nel caso, probabile se non certo, che si riveli impossibile realizzarle a 28 o a 27 stati membri.

Una Pesco che integrerebbe le capacità militari dei Paesi partecipanti sulla base di impegni legalmente vincolanti, e di un meccanismo di valutazione che coinvolgerebbe anche istituzioni Ue come l’Agenzia Europea per la Difesa. L’ancoraggio istituzionale europeo dell’intero documento è sancito sin dal suo incipit, con il riferimento forte all’attuale lavoro sul piano di attuazione della EU Global Strategy presentata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini lo scorso giugno.

I contenuti di una possibile Pesco sono ancora tutti da definire, ma già si segnalano perplessità rispetto a questa ipotesi da parte di altri Paesi Ue quali Polonia, Lituania, Portogallo, Svezia e Olanda. Se l’obiezione dei primi due stati dell’Europa orientale era un po’ prevedibile, data la priorità attribuita alla Nato per la difesa nazionale dai Paesi confinanti con la Russia, stupisce la freddezza da parte di Stoccolma e Aia che sono invece state tradizionalmente favorevoli a una maggiore cooperazione e integrazione europea in quest’ambito.

Quale che siano le motivazioni degli stati ora contrari, è importante lavorare diplomaticamente per spiegare le ragioni della Pesco ai Paesi scettici, anche in vista della sua attivazione che necessita di una maggioranza qualificata in Consiglio Europeo.

Ragioni che vanno dalla maggiore efficacia nel condurre missioni internazionali alle economie di scala e al risparmio sulle duplicazioni inutili, alla possibilità di mantenere insieme come europei il (costoso) vantaggio tecnologico sugli avversari militari che nessun Paese Ue può permettersi più da solo.

Il tutto, come esplicitato dal documento, a beneficio non solo della sicurezza dell’Ue, ma anche del contributo europeo alla Nato, anzi con un maggiore impegno sulla cooperazione Nato-Ue sulla base della dichiarazione di Varsavia dello scorso luglio.

Altro elemento da sottolineare è il carattere trasparente, aperto ed inclusivo della Pesco, fermo restando che i Paesi che vogliono aderire devono essere anche in grado di dare un contributo concreto, e non solo l’appoggio politico.

Sullo sfondo, occorre considerare una Gran Bretagna che resta ferocemente contraria alla Pesco, ma deve gestire la sua opposizione alla luce dei prossimi negoziati sull’uscita dall’Ue che sono la priorità del governo di Sua Maestà.

Il documento congiunto si augura che Londra resti un partner stretto, ma sulla Manica c’è ancora nebbia ed il percorso per attuare la Brexit avrà un impatto tutto da capire sulle dinamiche europee in corso nel campo della difesa.

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