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America Latina

Colombia: forse non tutto è perduto

8 Ott 2016 - Ilaria Masiero - Ilaria Masiero

Il Nobel è arrivato anche se pace non è fatta. Il premio al presidente Manuel Santos è arrivato infatti pochi giorni dopo la sconfitta referendaria del 2 ottobre che sembra far naufragare l’intesa raggiunto tra il governo colombiano e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, Farc, Un accordo frutto di quattro anni di intensi negoziati. Forse però non tutto è perduto.

Con uno scarto di appena 54 mila voti (50,2% a 49,8%) e un tasso di astensionismo oltre il 60%, il popolo colombiano ha bocciato a sorpresa l’accordo di pace che avrebbe posto fine a un conflitto civile durato più di 50 anni (il più lungo nella storia dell’America Latina) e responsabile di circa 250 mila morti e almeno 6 milioni di sfollati (più del 10% della popolazione).

A far pendere l’ago della bilancia a favore del “no” sembrano esser stati i termini dell’accordo, ritenuti troppo indulgenti con le Farc – il gruppo armato di ispirazione marxista che attualmente conta meno di 10 mila guerriglieri e si finanzia con attività illegali quali il narcotraffico e l’estorsione.

A fronte della fine delle ostilità, del disarmo delle Farc e della restituzione delle terre illegalmente confiscate, l’intesa prevedeva che gli ex-guerriglieri beneficiassero di una generosa (sebbene parziale) amnistia, un sussidio economico individuale, dei fondi per dar vita a un partito politico, nonché dieci seggi garantiti in Parlamento in ciascuna delle prossime due legislature.

A questi patti il popolo non c’è stato; la palla ora torna ai negoziatori.

Santos e Timochenko
Il rigetto dell’intesa ha preso in contropiede i suoi principali fautori – il presidente Juan Manuel Santos fresco di Nobel da un lato e il leader delle Farc Rodrigo Londoño “Timochenko” dall’altro – senza però scalfire il loro comune interesse al raggiungimento di un accordo. Questa non è una sorpresa:la posta in gioco è altissima per entrambi.

Santos, che è al suo secondo e ultimo mandato, si gioca la sua eredità politica. Il presidente, infatti, prepara il terreno per i negoziati con le Farc fin dal 2012, e proprio sul tema del dialogo ha disputato e vinto le ultime elezioni (2014) nonché, pochi giorni dopo il referendum, il premio Nobel per la pace – che ha il sapore di un premio di incoraggiamento.È dunque comprensibile che Santos non intenda arrivare a fine mandato (2018) a mani vuote.

D’altra parte, Timochenko si gioca la possibilità di un reinserimento agevolato in società per sé stesso e per i suoi, traghettando il gruppo dalla clandestinità nelle foreste alla dignità delle camere parlamentari. Inoltre, anche in vista di una prossima partecipazione al processo democratico del paese, il leader delle Farc ha molto da guadagnare in termini di immagine dal suggellare lo storico accordo con la sua firma.

Un’altra pace è possibile
L’inaspettato esito del voto popolare rappresenta un salto nel buio, ma sembrano esserci alcuni segnali incoraggianti.

Il primo è che il “no” ha vinto solo per una manciata di voti. Anche considerando l’astensionismo, il passaggio dell’uragano Matthew sembra avere ostacolato l’affluenza alle urne soprattutto in aree che avevano sostenuto Santos e il suo programma pro-dialogo alle scorse elezioni. Questo lascia accesa la speranza che una nuova proposta di intesa potrebbe sortir miglior fortuna.

Persino il leader del fronte del “no”, l’ex-presidente Álvaro Uribe, è passato dal predicare il pugno di ferro al partecipare al dibattito per l’elaborazione di un nuovo accordo.

Il secondo elemento che emerge dal referendum è che la prossima proposta di intesa dovrà essere almeno marginalmente meno concessiva con i guerriglieri. Timochenko lo sa e anche così ha escluso il ritorno alle armi. Questo può significare una sola cosa: che c’è margine per mettersi d’accordo.

La pace è possibile, ma la guerra non è esclusa
L’unica alternativa per le Farc sarebbe fare dietrofront e re-imbracciare le armi, il che – dopo aver chiesto pubblicamente perdono a tutte le vittime del conflitto, aver celebrato la fine delle ostilità con una grande festa in stile Woodstock e aver più volte dichiarato che non è più tempo per la lotta armata – sembra improbabile, ma non impossibile.

Molto dipenderà dall’abilità dei negoziatori di arrivare a un nuovo accordo. Moltissimo dipenderà dalla rapidità con cui lo faranno. Nell’assenza di un’intesa definitiva, il cessate il fuoco tra governo e guerriglia nonché la sospensione delle attività illegali da parte di quest’ultima, attualmente in vigore, non possono durare a lungo.

Senza chiare garanzie giuridiche e a corto di mezzi di sostentamento, il rischio è che i guerriglieri (con o senza il placet del loro leader) optino per il ritorno alla vita di prima, mandando all’aria tutto il percorso di dialogo degli ultimi anni.

Metter fine a un conflitto richiede negoziati complessi, in cui ogni parte cerca di portarsi a casa il risultato concedendo all’altra solo il minimo indispensabile. Non è facile. Sarebbe però una disdetta se, in una rara congiuntura in cui tutti vogliono la pace, la guerra avesse la meglio.

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