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Sviluppo

Una food diplomacy europea?

19 Set 2016 - Daniele Fattibene - Daniele Fattibene

Negli ultimi anni il concetto di sicurezza ha smesso di essere legato solo ed esclusivamente alla sfera militare e ha assunto una connotazione sempre più “umana”. Tra i tanti aspetti inclusi nella sicurezza umana vi è senza dubbio quella alimentare, “food security”.

A venti anni dalla prima definizione fornita dalla Food and Agriculture Organization, Fao, la food security è diventata un tema sempre più importante non solo a livello accademico, ma anche politico,come emerge da uno studio condotto dallo IAI sulla politica di food security dell’Unione europea, Ue.

La food security si è a sua volta evoluta, non limitandosi più a descrivere l’accesso e la disponibilità di cibo, ma legandosi a numerose altre dinamiche. Sono quindi emersi i cosiddetti nessi tra food security e approvvigionamento energetico, cambiamento climatico, i conflitti inter e intra-statali e perfino i flussi migratori.

Non solo cibo
Le cosiddette “primavere arabe” hanno mostrato con grande evidenza il ruolo giocato dalla food security nel condizionare la stabilità politica dei regimi. L’aumento improvviso del prezzo delle derrate alimentari nel 2011, accompagnato da un’eliminazione dei sussidi governativi ha causato le cosiddette “rivolte del pane”, che hanno fatto da canale affinché altre forme di malcontento sociale (disoccupazione, povertà e marginalizzazione politica) si potessero esprimere.

Non è un caso che l’insicurezza alimentare sia maggiore in quei Paesi con forte instabilità politica o che sono dilaniati da guerre civili, con una proporzione di persone sotto-nutrite quasi tripla rispetto ad altri Paesi in via di sviluppo.

Ciò è emerso con grande drammaticità in Siria, dove l’insicurezza alimentare, unita ad altre debolezze strutturali di un sistema socio-economico deteriorato da scellerate riforme di stampo neo-liberista, ha generato forti proteste contro il regime del presidente Basahr al-Assad.

La food security si è poi legata sempre di più ai fenomeni migratori, rientrando in quella lunga lista di fattori che spingono drammaticamente milioni di individui ad abbandonare le proprie terre. Sebbene non esista una correlazione diretta tra le due variabili non stupisce che i Paesi con forte immigrazione presentino dei livelli di food security particolarmente bassi.

Le due anime della politica europea di food security
La politica europea di food security nel corso degli ultimi anni si è costruita su tre livelli: quello della Commissione, soprattutto attraverso le attività dei Dg per lo sviluppo e la cooperazione, Devco, e del Dg per gli Aiuti umanitari e la protezione civile, Echo, il livello intergovernativo – in accordo con i Paesi membri – e infine il livello internazionale in coordinamento con altri attori (organizzazioni internazionali, banche, agenzie etc.).

Le due “anime” della politica di food security dell’Ue (sviluppo sostenibile e assistenza umanitaria) operano sulla base di logiche e prospettive differenti, ma si completano vicendevolmente.

Questo lavoro complementare ha generato importanti risultati, dal momento che negli anni l’Ue è diventata un punto di riferimento a livello mondiale in entrambi i settori. Basta ricordare che tra il 2014 e il 2020, sommando le voci del Dg Devco e Echo,si spenderanno circa 10 miliardi di euro per programmi di sviluppo o assistenza umanitaria con impatto sulla food security dei Paesi riceventi.

L’Ue ha quindi fatto grossi sforzi per realizzare una politica di food security il più possibile completa che comprendesse le diverse sfaccettature legate a questo fenomeno.

Un nuovo ruolo per il Seae?
Ciò che manca ancora è un quadro di riferimento strategico in cui il cibo sia legato chiaramente ad altre dinamiche di sicurezza come l’instabilità politica, i conflitti civili e i flussi migratori. Un quadro che metta coerentemente insieme tutti i programmi di sviluppo sostenibile e di assistenza umanitaria che hanno ricadute sulla food security dei Paesi coinvolti.

Il Servizio europeo di azione esterna, Seae, è l’organo maggiormente indicato per rispondere a questa sfida. Esso sta già giocando un grande ruolo attraverso le delegazioni Ue sul terreno per garantire la coerenza di tutte le azioni dell’Ue e prevenire sovrapposizioni e sprechi di risorse.

Una “food diplomacy” sotto la sua egida consentirebbe non solo di evitare una cattiva gestione delle risorse, ma anche di mettere gli obiettivi dell’Unione in linea con gli importanti impegni presi a livello mondiale in tema di energia, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite).

In quest’ottica, la “food diplomacy” dell’Ue dovrebbe far tesoro del lavoro svolto durante Expo 2015, senza dimenticare le implicazioni per la food security contenute negli accordi commerciali multi e bilaterali.

Essa permetterebbe poi di includere la food security nelle strategie di prevenzioni dei conflitti, investendo ancora di più nella “resilienza” di quei Paesi che rischiano di cadere in un circolo vizioso di povertà e conflitti civili.

Essa farebbe dell’Ue il leader di uno sforzo globale volto a produrre un reale ripensamento dei modelli di produzione agricola di modo da renderli in grado di produrre cibo nutriente in modo ecologicamente sostenibile.

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