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Siria e Iraq

Recuperare una logica strategica

9 Set 2016 - Giuseppe Cucchi - Giuseppe Cucchi

Sin dall’infanzia la nostra visione viene instradata su un sistema binario, in bianco e nero: il Bene ed il Male, l’Occidente e l’Urss, senza tenere in conto le infinite sfumature che il mondo ci offre. Nella crisi siriana abbiamo identificato il “cattivo” nel Presidente, Bashar al-Assad.

Abbiamo quindi scelto come “buoni” i ribelli sunniti, cercando di dimenticare i loro legami di ogni tipo con l’estremismo islamico più spinto. Abbiamo anche falsato la verità dei fatti, indicando gli alawiti – la setta sciita cui appartiene la famiglia degli Assad – come l’unica minoranza che sosteneva il dittatore, dimenticando come al suo fianco si fossero schierate quasi tutte le minoranze religiose od etniche del paese, curdi, yazidi, cattolici, caldei, ismailiti, drusi, maroniti eccetera: un rifiuto corale di aderire al campo sunnita che avrebbe dovuto farci comprendere l’ambiguità di questi ultimi!

Non ci siamo neanche curati di valutare il grado e la natura del coinvolgimento di potenze regionali come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Egitto e l’Iran , nonostante esse avessero dimostrato sin dall’inizio di nutrire ben pochi scrupoli.

Poi siamo stati costretti a pensare
Quattro episodi ci hanno costretto a riflettere.

In primo luogo la vicenda dell’uso di armi chimiche, attribuito sin dall’inizio tutto ad Assad nonostante sapessimo da anni che colpire i propri sostenitori uno stratagemma usato dall’estremismo islamico sunnita, come abbiamo visto in Bosnia, Kosovo ed altri campi di battaglia. Oggi, le accuse di uso di gas nervino sono rivolte, più o meno alla pari, al campo governativo ed ai ribelli delle fazioni più estreme.

Il secondo elemento è stato la travolgente irruzione del Califfato, che ha integrato la crisi irachena e quella siriana, puntando sulla impossibilità che macroregioni a maggioranza sunnita accettassero dominazioni settarie sciite, per di più spesso gestite con suicida ottusità. Inoltre, la scelta dei terroristi, da Daesh ad al-Qaida, di colpire sia in Medio Oriente che in Europa, ci ha costretto a riconoscere il nostro coinvolgimento diretto nel conflitto.

Il terzo episodio è stato la firma dell’accordo nucleare con cui l’Iran, cessando di essere un “rogue state”, viene riaccettato come membro del cosiddetto consorzio delle potenze civili. Un cambiamento che produce effetti maggiori in Iraq, ma che può fortemente influenzare anche il fronte siriano. Si è iniziato così a parlare, tra l’altro, di un possibile periodo di transizione, con Assad ancora al potere a Damasco, ammorbidendo il drastico rifiuto delle posizioni iniziali.

Ed infine, il quarto, c’è stato l’intervento in teatro delle forze russe. Si ripropone così una dialettica russo-americana, con Mosca in posizione pro sciita e Washington in atteggiamento pro sunnita in Siria, mentre in Iraq le cose rimangono confuse.

Nell’immediato, la decisione russa ha consentito a Putin di salvare e consolidare l’acquisizione – che probabilmente non sarà a titolo temporaneo – della base aerea di Latakia: una presenza mediterranea che l’adesione del Montenegro alla Nato aveva resa molto precaria. Inoltre essa accresce l’interesse occidentale ad un eventuale accordo con Mosca che metta in seconda fila il contenzioso ucraino. La posizione russa è resa più forte dal suo accentuato realismo: essa punta infatti ad un ripristino totale della prevalenza alawita soltanto in quella fascia del paese, più prossima al Libano, dove gli sciiti e le altre minoranze siriane sono sempre state tradizionalmente dominanti.

Le potenze regionali si riposizionano
Tutti questi eventi hanno ridefinito le politiche delle potenze regionali. Basti ricordare che è stata la presenza dei Pasdaran iraniani in Iraq a conferire un minimo indispensabile di solidità alle milizie più o meno regolari e più o meno confessionali del Governo in carica, consentendone la controffensiva vittoriosa. Similmente, le truppe di Assad, godono dell’appoggio di Hezbollah libanesi, sempre pilotati da Teheran.

In campo sunnita, l’Egitto sembra avere rinunciato ad ogni aspirazione di presenza medio orientale per concentrarsi invece su uno scenario libico in cui il Generale Haftar si sta impegnando a fondo per arrivare ad una Cirenaica indipendente e satellite del Cairo.

Dal canto loro, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti continuano invece in una politica ambigua, che da un lato appoggia formazioni di vario tipo che si oppongono alle forze di Assad, mentre dall’altro nulla di efficace fa per arrestare il flusso di finanziamenti che da tutta la Penisola arabica alimenta il Califfato.

Tante sfaccettature per Erdogan
La situazione più complessa rimane quella della Turchia. Da anni il presidente Erdogan sta infatti giocando nell’area un ruolo tanto articolato e complesso che definirlo machiavellico risulterebbe forse riduttivo. All’inizio egli sembra aver sostenuto in varie forme il Califfato nell’idea, forse, che esso potesse risultare utile per affermare l’impossibilità della convivenza fra sciiti e sunniti in Siria ed in Iraq. Se un tale disegno si fosse imposto, dicono gli esegeti di questa tesi, non sarebbe risultato difficile ad Ankara ed alle sue truppe eliminare i tagliagole del Califfo con un rapido blitz, consentendo ai turchi di installare ai loro confini un utile stato satellite sunnita.

Ma le cose non sono andate così. Ogni tentativo di Erdogan di coinvolgere più a fondo l’Occidente cercando di far apparire la Turchia, in sede Nato, come un paese a rischio di imminente aggressione si è scontrato con il fondato scetticismo degli altri paesi membri. Poi le denunce russe hanno evidenziato vari livelli di collusione turca con Daesh, ivi compresi quelli riguardanti la famiglia stessa del Presidente. Infine, il tentativo di colpo di stato militare turco e la conseguente repressione di Erdogan hanno aumentato a dismisura le diffidenze occidentali nel confronto di Ankara.

Ma soprattutto decisivo si è rivelato il fatto che i curdi si siano progressivamente evidenziati, tanto in Iraq quanto in Siria, come quegli indispensabili “boots on the ground” che l’America ed il resto dell’Occidente cercavano. Ciò impensierisce particolarmente Ankara, che ben sa come la creazione di un eventuale stato curdo esteso lungo la linea di frontiera turco siriana e comprendente anche il Kurdistan iracheno eserciterebbe una forte attrazione fatale, difficilmente contenibile, sulla minoranza curda del sud della Turchia.

Per questo infine Ankara è intervenuta direttamente in Siria, occupando all’ultimo momento possibile alcune città di confine onde evitare che le forze curde potessero unire le loro enclaves e dare soluzione di continuità ad una fascia di occupazione che domani potrebbe trasformarsi nell’embrione di uno stato. Ovviamente la recente mossa turca, che gli Usa hanno sostenuto ma palesemente a malincuore, potrebbe essere destinata a ritardare ulteriormente un accordo risolutivo.

Il difficilissimo accordo
Ci sono segni di come molti dei principali protagonisti comincino a ritenere che eventuale continuazione delle ostilità sarebbe controproducente. Alcuni dei risultati principali sperati appaiono ora quasi a portata di mano. Aleppo sta per cadere, e ciò porterebbe Assad e la Russia a disporre del territorio di cui avevano bisogno per costruire la nuova Siria. Sotto i colpi che gli vengono inferti da tutte le parti Daesh barcolla, ed è facile prevedere come la sua presenza in Siria ed Iraq possa essere eliminata nel giro di meno di un anno – fatto che dovrebbe soddisfare il nuovo Presidente statunitense, chiunque egli od ella sia. Anche l’Iran appare orientato a considerare come decisiva la riconquista delle ultime città irachene in mano ai ribelli.

Questo significa che la pace potrà tornare a regnare nell’intera area? Difficile, considerati tre problemi che rimarranno aperti. Il primo consisterà nella tentazione del Califfato di recuperare attraverso attentati in Europa la forza d’attrazione sulle masse islamiche che gli verrà sottratta dalla sconfitta medio orientale.

Il secondo si concretizzerà nella ricerca di una soluzione equa che consenta alle aree sunnite della Siria e dell’Iraq di convivere in qualche modo, o all’interno di stati federali o in stati confinanti, con quelle sciite. Infine ci sarà da far digerire in qualche modo alla Turchia l’idea che la nascita di un focolare nazionale curdo sia divenuta ormai inevitabile.

Ce ne è abbastanza da far tremare le vene ai polsi, nonché da far ripartire di piena lena il caos medio orientale, magari anche con intensità superiore alla precedente. È proprio per questo che noi dell’Occidente dovremmo mantenerci uniti nel procedere nel programmare e nell’agire. E se necessario anche nell’imporre!

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