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Balcani

L’eco pericolosa del referendum in Bosnia

26 Set 2016 - Eleonora Poli - Eleonora Poli

Questi sembrano essere anni in cui referendum nazionali mettono a rischio la stabilità di intere regioni del mondo. Mentre l’Unione europea, Ue, non deve solo affrontare le conseguenze del voto britannico a favore della fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Ue, ma anche la minaccia di un plebiscito in Ungheria sulle politiche migratorie comuni, i Balcani non sono da meno.

La regione, coinvolta ormai nel processo di allargamento europeo, deve ora fronteggiare le conseguenze del referendum tenutosi in Bosnia. Evento che rischia di far riesplodere conflitti etnici latenti e minare ulteriormente la stabilità locale ed europea.

Le spinte secessioniste della Srpska
Il 25 settembre, la “Republika Srpska”, entità costituente all’interno della Bosnia Erzegovina, con un proprio governo, parlamento e sistema giudiziario, ha chiamato i propri cittadini alle urne per un referendum sulla possibilità di proclamare il 9 gennaio Festa della Repubblica.

In effetti, proprio il 9 gennaio del 1992, poco prima dello scoppio della guerra dei Balcani, la regione a maggioranza serba dichiarò la creazione di una repubblica indipendente dopo che Bosnia e Croazia notificarono la loro indipendenza dalla Jugoslavia, la cui capitale e centro nevralgico di potere era Belgrado, in Serbia.

Il referendum, giudicato dalla Corte Costituzionale bosniaca incostituzionale perché discriminante nei confronti dei cittadini bosniaci e croati del Paese, ha visto la partecipazione del 56% degli aventi diritti. Il 99,8% si è espresso a favore del sì.

In questo frangente, l’istituzionalizzazione di una festa nazionale della “Republika Srpska” crea tensioni non solo in Bosnia ma nell’intera regione balcanica, visto che fomenta le spinte secessioniste della Srpska, riaprendo la possibilità a nuovi conflitti etnici nella regione.

A prescindere dal risultato, il referendum non ha fatto altro che esacerbare tensioni già presenti che sono state ampiamente sfruttate politicamente sia a livello locale – con il presidente bosniaco serbo Milorad Dodik che sostiene come questo voto sarà ricordato come il giorno dell’autodeterminazione serba – sia a livello internazionale.

Mentre gli Stati Uniti hanno espresso più volte la loro contrarietà, la Russia sostiene apertamente i serbi della Bosnia e vede il referendum come un atto di naturale democrazia. Si tratta della risposta di Mosca all’appoggio degli Stati Uniti all’indipendenza del Kosovo dalla Serbia nel 2008, sulla base del quale non si vedono per Putin ragioni per bloccare processi analoghi in altre regioni del mondo.

Bruxelles accetta la domanda di adesione della Bosnia
Nel frattempo, l’Ue, che negli anni ’90 era stata incapace di gestire la crisi nei Balcani senza l’intervento degli Stati Uniti, punta al mantenimento di pace e stabilità nella regione tramite strumenti di soft power.

Bruxelles ha appena accettato la domanda di adesione della Bosnia-Erzegovina e dovrà ora esaminare la possibilità per il Paese di diventare uno stato membro, verificandone il rispetto di requisiti economici e di diritto, come ad esempio i diritti umani, e gli andamenti della democrazia.

La Bosnia appare tuttavia un Paese diviso ed economicamente debole. Inoltre, con una crescita del Pil dello 0,5% nel 2014 e una disoccupazione giovanile che si attesta attorno al 60%, solo il 30% dei bosniaci vede una futura membership all’interno dell’Ue positivamente.

Al contempo però,il Processo di Berlino – una conferenza interministeriale lanciata dalla Germania nel 2014 – ha riaperto il dibattito sull’allargamento europeo verso i Balcani oltre a prevedere l’implementazione di numerosi progetti per rafforzarne la connettività regionale e la risoluzione dei conflitti interni.

La stabilità economica e politica dei Balcani è una questione prioritaria per l’Ue
In effetti, prima della firma dell’accordo con la Turchia, numerosi migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Siria e dell’Africa avevano usato la regione come via di passaggio verso le porte dell’Ue. Sebbene questa rotta sia al momento chiusa, i Balcani hanno comunque visto quasi 180 mila dei loro cittadini cercare di ottenere asilo politico in Europa.

In caso di instabilità questi numeri diverrebbero sicuramente più alti. Inoltre, vista la posizione geografica dei Balcani, che dividono la Grecia dal resto dell’Europa continentale, l’Ue deve evidentemente promuoverne la stabilità per motivi di sicurezza interna.

Non da ultimo, la regione è ricca di differenze etniche e culturali il cui precario equilibrio, se rotto, potrebbe portare a nuovi conflitti alle porte dell’Unione. In un momento in cui l’Ue deve rilanciare la propria crescita economica, affrontare il diffuso malcontento sociale che ne mina la legittimità, rafforzare la credibilità delle proprie istituzioni a fronte della Brexit e affrontare le minacce alla propria sicurezza, l’esplosione di conflitti nei Balcani rappresenterebbero un’ulteriore prova che l’Unione difficilmente saprebbe affrontare in maniera coesa.

In questo frangente, sebbene il referendum possa considerarsi di entità locale, l’eco dei suoi effetti può minare non solo la stabilità regionale, ma anche quella dell’Unione stessa.

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