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Medio Oriente, Usa e Russia

La beffa della tregua in Siria

29 Set 2016 - Laura Mirachian - Laura Mirachian

Le notizie sulla Siria sono finite in quinta pagina nei nostri quotidiani e in quelli internazionali. Le nostre opinioni pubbliche oscillano tra la paura dell’invasione di rifugiati e l’indifferenza, interrotta solo da brevi sussulti di pietà di fronte alle foto del piccolo Aylan, disteso come addormentato sulla spiaggia turca, o del Campo palestinese di Yarmouk (Damasco) in macerie. La gente si chiede cosa mai c’entrano i bambini o i palestinesi rifugiati in Siria dal ’48. C’entrano.

Perché ora la Siria è un’immensa estensione di macerie, e i profughi grandi e piccoli si aggrappano ai barconi dei trafficanti del mare spesso senza scampo. Oltre 3.000 nel solo 2016 i naufragi nel Mediterraneo, secondo stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

L’accordo che non c’è
Perché l’intesa del 9 settembre tra Usa e Russia, la seconda dopo il tentativo di febbraio, non sta funzionando?

La risposta è rintracciabile dietro il linguaggio criptico di Staffan De Mistura, in una recente intervista. Egli esplicita cinque aspetti:
1) l’intesa sulla tregua doveva avere un passaggio in Consiglio di Sicurezza e al Syrian Support Group di New York, ma così non è stato;
2) occorre un’indagine molto seria sul bombardamento al convoglio Onu del 17 settembre, che era autorizzato da Damasco, c’erano persino le coordinate Gps, ed era gestito dalla Mezzaluna Rossa;
3) se la tregua fosse durata almeno 7 giorni si sarebbe dovuto passare alla creazione del ‘centro operativo congiunto’ per coordinare gli attacchi all’Isis e ai jihadisti: a quel punto i ribelli avrebbero dovuto scegliere se separarsi da Al-Nusra o meno;
4) esiste un’ambiguità tra cosa è Al-Qaida/Al-Nusra e cosa non lo è;
5) più ci si avvicina alle elezioni americane meno è probabile che la tregua venga attuata.

Troppe cose non chiare
Tra accuse americane e parallele recriminazioni russe su chi sia il vero responsabile della situazione di stallo, si intuisce che John Kerry e Sergej Lavrov, nell’instancabile e probabilmente sincera ricerca di un’intesa, sono stati lasciati soli.

Al Pentagono e a larga parte dei Repubblicani questa intesa, che prevede una collaborazione diretta militare e di intelligence con la Russia, non piace. A Putin invece piacerebbe, se solo potessero essere presi di mira non solo l’Isis ma anche ogni altra formazione di ribelli in armi contro Assad.

Uno dei problemi cruciali è proprio questo: chi bombardare congiuntamente? E come distinguere i ribelli moderati dai ribelli jihadisti, tanto più che le formazioni spesso combattono insieme e che Al-Nusra in molte aree ha soggiogato i primi?

Un’ambiguità del resto reperibile nelle stesse Risoluzioni Onu di questi anni, che citano Isis, Al-Nusra e altre “formazioni affini” non specificate. E che da ultimo si ritrova nell’appello scaturito dal Syrian Support Group a New York, che invita la Russia a “focalizzarsi sulla distruzione dell’Isis” pur ribadendo che Al-Nusra è un’organizzazione terrorista nemica della comunità internazionale.

Molto più semplice continuare a sparare
Nel frattempo, altre distruzioni e altre vittime, soprattutto tra la popolazione civile, in particolare lungo l’asse Damasco-Homs-Hama-Aleppo, in larga sintesi la “Siria utile” rispetto alla Siria dei deserti.

Nell’area si concentrano i raid aerei russi o siriani, e i T-90 e T-72 siriani, mentre converge su Latakia la portaerei Kuznetsov con un carico supplementare. Parallelamente, altre armi pesanti sono in arrivo per i ribelli dagli sponsor del Golfo.

Per contro, al-Raqqa, roccaforte dell’Isis nel Nord del paese, rimane per ora in secondo piano. Qui entra nella partita anche la Turchia che, avendo convinto russi e americani della sua buona causa – difendere la frontiera – e ottenuto da Washington il ritiro del Pyg curdo a Est dell’Eufrate, offre ora volentieri la sua collaborazione militare.

In ogni caso, con le elezioni americane alle porte, una Russia determinata a non discostarsi dagli obiettivi perseguiti, una Europa densa di incognite elettorali e non, una Turchia vulnerabile perché alle prese con tre fronti (Pkk, curdi di Siria, repressione dei ‘seguaci di Gulen’), anche i più ottimisti devono registrare che tregua e ripresa dei negoziati non sono al momento alla portata.

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