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Relazione Svizzera-Ue

I due calici amari sul tavolo degli svizzeri

20 Set 2016 - Marco Del Panta - Marco Del Panta

Ci si è tanto preoccupati per la Brexit, ma c’è un’altra relazione in pericolo: quella fra la Svizzera e l’Unione europea, Ue. Non è uno Stato membro che si ritira, ma uno stato profondamente europeo, legato all’Ue da un complesso reticolo di accordi “bilaterali” che consentono una sostanziale partecipazione elvetica al mercato unico e ad alcune importanti politiche, nonché allo spazio Schengen.

La crisi delle relazioni deriva dalla volontà del popolo svizzero, espressa in un’iniziativa popolare di febbraio 2014, di porre un limite all’immigrazione. Questo obiettivo è chiaramente in contrasto con l’Accordo sulla libera circolazione delle persone, Alpc, che lega la Svizzera all’Ue.

Sugli stranieri Berna e Londra si guardano allo specchio
Le trattative fra Berna e Bruxelles per “salvare” l’Alpc sono state per mesi sospese in attesa degli sviluppi della Brexit. Ora in effetti le lentezze britanniche nell’attivare il processo di abbandono dell’Ue sta creando una finestra di opportunità per Berna, che invece deve procedere speditamente per tener fede ai tre anni di tempo, che scadono a febbraio 2017, a disposizione del Consiglio federale – governo – elvetico per dare attuazione al referendum del 2014.

L’influenza fra i due negoziati deriva dalla similitudine della materia in discussione: si tratta del desiderio degli elettori di limitare la presenza di stranieri. Nel caso britannico, si pensava soprattutto ai costi sociali dell’immigrazione. Nel caso svizzero si va oltre, e l’elettorato ha espresso l’auspicio di introdurre quote e contingenti che limitino l’immigrazione.

Le similitudini non si fermano qui: sia Gran Bretagna che Svizzera sono Paesi che hanno buone prestazioni economiche, basate anche sull’afflusso di stranieri altamente qualificati. Dov’è il problema allora? Nel caso svizzero occorre considerare che la Confederazione ospita la più alta popolazione di origine straniera in Europa (quasi il 25%) se si esclude Lussemburgo. La questione assume quindi un aspetto sociale e identitario, più che economico.

Le similitudini e le interrelazioni riguardano anche le soluzioni: la libertà di circolazione delle persone rappresenta una delle quattro libertà fondamentali del mercato interno dell’Ue. Queste libertà sono interconnesse e non è ammissibile concederle disgiuntamente. In questo senso il negoziato che sta andando avanti fra Berna e Bruxelles, che essenzialmente riguarda il grado di limitazione che è accettabile per l’Ue alla libera circolazione delle persone, avrà dei riflessi anche sul futuro negoziato con Londra. E questa prospettiva limita chiaramente i margini di manovra per l’Ue e gli Stati membri.

Una soluzione, nel caso svizzero, si impone, anche per l’importanza delle relazioni bilaterali. La Svizzera è al centro dell’Europa e del mercato unico europeo; dal punto di vista commerciale, si tratta del quarto maggior acquirente di beni prodotti nell’Ue nel 2015, confortevolmente davanti ad un grande Paese come la Turchia.

La quadratura del cerchio fra libera circolazione delle persone e limitazione della stessa con quote e contingenti, da introdurre per legge o decreto, non è facile. Una possibile via d’uscita sarebbe l’articolo dell’Alcp che prevede che “in caso di gravi difficoltà di ordine economico e sociale” il Comitato congiunto Ue-Svizzera prenda le misure del caso.

Ma quali misure? E come giustificare l’attivazione di un simile meccanismo in un Paese che non raggiunge il 4% di disoccupazione? Questa è la sfida dei prossimi mesi. Certamente per Bruxelles non sono ammissibili restrizioni o clausole di preferenza nazionale.

Sarà interessante verificare se si riuscirà a trovare un’intesa su limitazioni molto più larvate come una preferenza temporanea nell’accesso al mercato del lavoro per i residenti, e qualche limitazione nel campo della sicurezza sociale. Certo è che soluzioni “soft” come queste, che sono attualmente in discussione nel Parlamento svizzero, non sono conformi alla volontà espressa dal popolo svizzero con il referendum.

Ipotesi giudici stranieri per risolvere le controversie
Ammesso e non concesso che una soluzione si trovi, la materia del contendere non si ferma qui. È in negoziato infatti da tempo anche un “accordo quadro” fra Ue e Svizzera che razionalizzi le complesse relazioni frazionate in circa 120 accordi settoriali, senza un quadro giuridico certo che assicuri anche una efficace soluzione delle controversie.

Contrariamente ai Paesi che fanno parte dello Spazio economico europeo, rifiutato dal popolo svizzero in un referendum del 1992, la Svizzera, con qualche eccezione, non è tenuta a recepire automaticamente l’acquis comunitario relativo al mercato interno, né deve conformarsi alla giurisdizione della Corte europea di giustizia.

Una tale competenza sarebbe estremamente mal vista dall’opinione pubblica elvetica, mentre per l’Ue è essenziale disporre di un meccanismo vincolante di soluzione delle controversie. Per questo la Commissione lega le due questioni, l’accordo quadro e una soluzione per l’Alpc.

Questo vincolo risulta però assai problematico perché l’elettorato svizzero dovrebbe digerire nello stesso periodo due amari calici: quello dell’abbandono di un vincolo all’immigrazione e quello della competenza, pur “mediata”, di giudici stranieri. Forse davvero troppo, tanto da consigliare di sciogliere il legame temporale fra i due negoziati.

L’Italia cerca di mediare
In questo ambito l’Italia cerca di mediare. Senza transigere sui principi, e ricordando che ogni giorni circa 70 mila connazionali si recano a lavorare in Svizzera, il governo sta cercando di trovare una soluzione.

D’altra parte le relazioni bilaterali sono troppo importanti: con un interscambio di circa 30 miliari (e un saldo in attivo) la Svizzera conta per noi quasi quanto la Cina. La denuncia dei “Bilaterali I” avrebbe un costo in termini di export valutabile in termini di qualche miliardo, anche se non ci sono studi precisi.

Abbiamo in Svizzera una comunità di 600 mila connazionali, in crescita da qualche anno, nonché una lunga frontiera comune che costituisce una delle nostre “porte” verso il mercato unico europeo.

La nuova galleria ferroviaria del Gottardo, che potrebbe costituire un fattore di forte recupero di competitività per i porti del nord Italia, accorciando i tempi verso l’Europa centrale e settentrionale, non potrebbe essere ben sfruttata se, ad esempio, dovesse decadere l’accordo Ue-Svizzera sul trasporto merci e passeggeri su strada e ferrovia.

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