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Usa 2016

Hillary vs Donald, due mesi e tre dibattiti per decidere

8 Set 2016 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Due mesi, tre dibattiti e un’aleatoria ‘sorpresa d’ottobre’ per decidere chi, tra Hillary Clinton e Donald Trump, sarà il 45° presidente degli Stati Uniti.

Dopo il Labor Day, il Primo maggio Usa, caduto quest’anno il 5 settembre, la campagna maratona di Usa 2016 è entrata nella fase finale e determinante: per i due rivali protagonisti, sarà durata, a conti fatti, un anno e mezzo, perché entrambi sono in corsa dalla primavera 2015.

Hillary & Donald saranno anche i due peggiori candidati alla presidenza degli ultimi quarant’anni, come risulta da un aleatorio sondaggio di Huffington Post e YouGov, ma pure per loro valgono scadenze e rituali: a due mesi dall’Election Day, l’8 novembre, si cessa di contare i voti popolari, che negli Usa non bastano a fare un presidente, e s’iniziano a contare quelli dei Grandi Elettori, che pesano davvero: il repubblicano è forse avanti, nel voto popolare, ma Hillary Clinton ha dalla sua più Grandi Elettori.

Non è proprio la stessa cosa, ma è un po’ come durante le primarie, nel testa a testa col suo rivale Bernie Sanders: a favore dell’ex first lady, giocarono i Super-Delegati, cioè i notabili del partito, con diritto di voto alla convention.

I Grandi Elettori sono quelli ottenuti da un singolo candidato vincendo in uno Stato: chi è davanti anche di un solo voto popolare li prende tutti. Sono 538 e, per fare bingo, bisogna averne 270. Contano solo quelli: se hai preso più voti popolari non serve. Come accadde ad Al Gore: nel 2000, fu sconfitto da George W. Bush per 257 voti o giù di lì in Florida, pur avendone ottenuti oltre mezzo milione in più a livello nazionale.

Un agosto a singhiozzo
Dopo le convention, agosto doveva elettoralmente essere un mese sotto traccia, con i candidati a caccia più di fondi più che di voti. Invece, è stato un mese a zigzag. Prima, un inferno per il magnate e showman, come se di colpo gli americani ne avessero ‘sgamato’ l’inaffidabilità e l’impreparazione, mentre lui, per tre settimane, non azzeccava una sortita: cambiava stile, senza riuscirci – il Trump misurato, che legge e si censura, perde più fan di quanti non ne conquisti – e cambiava per la seconda volta in pochi mesi il suo staff.

Poi, l’ex first lady è di nuovo rimasta impantanata in vicende del passato, che non riesce a scrollarsi di dosso. Così i due candidati, separati d’una decina di punti nella media dei sondaggi due settimane or sono, si ritrovano alla pari a due mesi dall’Election Day.

Il partito repubblicano, il cui fulcro moderato non ha mai digerito la nomination di Trump, è sempre “sull’orlo di una crisi di nervi”, quasi in preda al panico: l’8 novembre gli americani non voteranno solo per il presidente, ma rinnoveranno tutta la Camera e un terzo del Senato. Se Trump affonda malamente, i conservatori rischiano di perdere il controllo d’uno o d’entrambi i rami del Congresso.

I sondaggi e la conta dei Grandi Elettori
Un sondaggio della Cnn, dopo il Labor Day, dà Trump avanti ad Hillary di due punti, 45 a 43%, nelle intenzioni di voto degli elettori su scala nazionale: statisticamente, è match pari. Il libertario Gary Johnson è al 7%; la verde Jill Stein solo al 2%, malgrado lo slogan ammiccante ‘Jill, not Hill’: lei sottrae voti all’ex first lady, Johnson è più repubblicano di Trump e prende un po’ di conservatori moderati.

Il Washington Post, invece, fa la conta dei Grandi Elettori Stato per Stato: la democratica è in testa d’almeno quattro punti – oltre il margine d’errore del rilevamento – in 20 Stati e a Washington DC, che assieme danno 244 Grandi Elettori, solo 26 meno dei 270 necessari per andare alla Casa Bianca.

Anche Trump ha un vantaggio di almeno quattro punti in 20 Stati, ma i suoi sono meno popolosi e danno appena 126 Grandi Elettori. Negli altri 10 Stati (168 voti elettorali) la differenza fra i due è inferiore ai quattro punti e, dunque, il giornale non li assegna.

Il sito 270towin.com, che aggiorna regolarmente la stima dei Grandi Elettori, ne dà 239 alla Clinton e 153 a Trump, lasciando in sospeso Stati in bilico tradizionali e spesso decisivi – Florida, Ohio, Iowa, Wisconsin, Nevada -, ma anche Stati di solito schierati come Pennsylvania, North Carolina, Georgia, Missouri, Arizona, oltre che il New Hampshire.

Le cartine del Washington Post e del sito non si sovrappongono, ma si assomigliano molto. Per Trump, il quadro è critico, anche perché gli voltano le spalle i maschi bianchi, soprattutto i laureati, persino in Texas.

I dibattiti televisivi e la sorpresa d’ottobre
Determinanti saranno i tre dibattiti in diretta tv: testa a testa Hillary & Donald perché nessun altro candidato in lizza, né il libertario Johnson, né la verde Stein, superano nei sondaggi la soglia per esservi ammessi. I confronti si terranno il 26 settembre, il 9 ottobre e il 19 ottobre, mentre quello fra i candidati vice si svolgerà il 4 ottobre – Tim Keane e Mike Pence sono finora stati molto discreti, poco incisivi.

Esauriti i dibattiti, ci sarà, prima del voto, il tormentone della ‘sorpresa d’ottobre’: l’evento inatteso che scompiglia i giochi. Se ne parla sempre, ma, a partire dal 1864, quando ci fu davvero – il Paese era nel pieno della Guerra Civile e i nordisti rovesciarono le sorti del conflitto a loro favore -, non s’è mai verificata.

Quest’anno, però, la ‘sorpresa d’ottobre’ s’accompagna all’inquietudine per la minaccia terroristica e per le tensioni razziali, dopo che l’Unione ha vissuto un’estate calda, tra storie di neri inermi uccisi da poliziotti bianchi e stragi di poliziotti ad opera di killer neri reduci di guerra.

Attentati e violenze, e pure il tema dell’immigrazione, fanno il gioco di Trump, che gioca la carta della paura e parla ai maschi bianchi frustrati dalla presidenza Obama e dal fatto di non essere più né maggioranza né elite nel loro Paese.

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