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Medio Oriente

Se l’Egitto ospitasse Gülen

6 Ago 2016 - Bianca Benvenuti - Bianca Benvenuti

Poco prima del tentato colpo di stato del 15 luglio, la Turchia ha iniziato un processo di revisione della sua politica estera, a cominciare dalle nuove relazioni con Russia e Israele, che ha fatto ben sperare in una speculare riconciliazione con l’Egitto.

L’alleanza naturale tra il Cairo ed Ankara durante la presidenza di Mohammed Morsi, dettata dalla vicinanza di Recep Tayyip Erdoğan ai Fratelli Musulmani, risultò in una opposizione altrettanto naturale al regime del nuovo Presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Erdoğan appoggiò fino alla fine il governo di Morsi e in seguito alla sua destituzione accolse la diaspora islamista in fuga dall’Egitto: è proprio in Turchia che nasce il canale Rabaa, voce della Fratellanza in esilio. Negli anni successivi, la distanza tra Ankara e il Cairo sembrò essere sempre più incolmabile, con una battaglia a livello diplomatico svolta a colpi di ambasciatori ritirati e dichiarazioni di accusa reciproca.

Variabile Morsi tra Ankara e il Cairo
Lo scontro tra i due paesi nel periodo post-primavere arabe, si inserisce nel contesto più ampio della guerra fredda intrasunnita di quegli anni, scatenata in parte proprio dalla questione egiziana. Mentre il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) in Turchia abbraccia l’idea di un islam politico e appoggia la causa dei Fratelli Musulmani, l’Arabia Saudita e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, ufficialmente oppositori dei movimenti sunniti radicali, si devono confrontare con il nuovo regime del Cairo.

Ma le inimicizie, così come le amicizie, hanno spesso vita breve in Medio Oriente: il riavvicinamento tra Turchia e Arabia Saudita nell’ultimo anno e in particolare dopo l’incoronatura del re saudita Salman, sarà un fattore determinante nella ripresa delle relazioni tra Ankara e l’Egitto di al-Sisi.

Tuttavia, la strada del riavvicinamento è colma di insidie e ricucire questo rapporto si rivelerà molto più complesso del caso di Israele e Russia. Di fatti, è ancora aperta la questione Morsi: il rilascio dell’ex Presidente, deposto a seguito del colpo di stato militare, è la conditio sine qua non per la riapertura delle relazioni, insieme alla revoca della pena di morte per tutti gli attivisti dei Fratelli Musulmani arrestati.

Un’altra questione riguarda il riavvicinamento dell’Egitto con il regime di Assad a seguito dell’intervento russo in Siria, fattore che non sembra aver ostacolato la ripresa delle relazioni con la stessa Russia e che probabilmente non sarà troppo di ostacolo se la Turchia fosse realmente disposta a negoziare sulla deposizione di Assad in Siria.

Gülen e l’asilo politico
A complicare ancora di più il quadro concorrono gli eventi del 15 luglio in Turchia: così come nel 2013, il colpo di stato militare, questa volta in Turchia, rischia di incrinare le relazioni con l’Egitto, agli albori della loro rinascita. In seguito allo sventato golpe, il governo egiziano ha bloccato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva “rispetto per un governo democraticamente eletto”, proponendo un linguaggio diverso e sostanzialmente mettendo in dubbio la legittimità democratica del governo turco.

Negli scorsi giorni, inoltre, il Primo Ministro egiziano Sharif Ismail si è dichiarato pronto a considerare una richiesta di asilo politico da parte di Fethullah Gülen, predicatore in esilio auto-imposto negli Stati Uniti considerato da Ankara il principale fautore del colpo di stato in Turchia. La “questione Gülen” sta già incrinando le relazioni tra Turchia e Stati Uniti, a causa delle insistenti richieste turche di estradizione.

Nel fare i conti con le proprie relazioni, Egitto e Turchia dovranno anche affrontare la questione più ampia del fallimento, in forme diverse, del progetto dell’islam politico. Se in Egitto il golpe militare di al-Sisi ha riportato il Paese allo status quo ante, ricacciando i Fratelli nella clandestinità, in Turchia il Presidente turco ha utilizzato la sventata minaccia del golpe militare come scusa per inasprire il suo già riconosciuto crescente autoritarismo.

Pragmatismo turco in politica estera
Per riallacciare i rapporti con l’Egitto, la Turchia dovrà anche affidarsi completamente al pragmatismo e rinunciare a essere guidata da fattori ideologici, quali la vicinanza ai Fratelli Musulmani. Questa oscillazione (più che cambiamento) verso il pragmatismo in politica estera, già palesatasi a giugno con la riapertura dei rapporti con Russia e Israele, ha subito una forte battuta d’arresto a seguito del tentato colpo di stato, dimostrando che il tentativo di recuperare amici all’estero deve essere necessariamente accompagnato ad un processo di riappacificazione interno.

Una crescente polarizzazione interna non è compatibile con un pragmatismo in politica estera e qui l’esempio dell’Egitto è lampante: con le strade colme di sostenitori che mostrano sostegno alla Fratellanza esprimono la loro opposizione al golpe militare, sarà molto difficile per Erdoğan far accettare alla propria base elettorale un riavvicinamento con l’Egitto, il cui regime rappresenta, mutatis mutandis, quello che lui e i suoi sostenitori hanno combattuto nella notte del 15 luglio.

La Turchia si trova a un bivio, in politica estera così come in politica domestica: con buona probabilità sarà la situazione interna a determinare il corso delle nuove relazioni internazionali di Ankara. La Turchia continuerà a giocare la carta della sua importanza geopolitica nella lotta all’autoproclamatosi “stato islamico” e nel fronteggiare la crisi migratoria per mantenere buone relazioni con l’Unione europea e gli Stati Uniti.

Una maggiore islamizzazione in politica interna ed estera rischia tuttavia di minare la sua credibilità e di accentuare l’instabilità del paese. Oggi in Turchia tutto potrebbe succedere e il futuro del Paese è nelle mani di Erdoğan e del suo partito.

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