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Europa

Brexit: euforia a Mosca, sconforto a Kiev

21 Ago 2016 - Cono Giardullo - Cono Giardullo

Il referendum britannico sulla Brexit ha inferto un altro colpo durissimo – il secondo, quest’anno – al rispetto e all’ammirazione di Kiev per il progetto europeo.

Se infatti in aprile erano stati gli olandesi, con un referendum consultivo, a dirsi contrari alla ratifica dell’accordo di associazione Ue-Ucraina, il verdetto del voto in Gran Bretagna fa temere l’inizio di una lenta disgregazione del sogno europeo, lo stesso che aveva portato in strada migliaia di persone durante le proteste di piazza Maidan.

Al contrario, per Mosca si tratta di una specie rara di vittoria in politica estera. Perché, seppur il Cremlino sperasse da tempo che populismi e crisi economica potessero intaccare l’unità europea, il voto espresso dai cittadini di Sua Maestà frena i sogni di integrazione e d’allargamento dell’Unione europea senza che Putin e compagni abbiano dovuto muovere un dito.

Ucraina e Ue
L’Ucraina, il più popoloso e vasto paese del vicinato orientale, è ancora una priorità per l’Ue? Limitandoci ad ascoltare i politici, la risposta è sì.L’est del paese è sconvolto da oltre due anni da un conflitto ibrido, nel quale Bruxelles ha investito tanto capitale politico, e al quale non può disinteressarsi ora, data la recrudescenza delle operazioni militari e il numero di vittime che ha raggiunto nuovi picchi, second ogli ultimi dati pubblicati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Inoltre, durante la recente visita a Kiev, il commissario europeo all’Allargamento e alla politica regionale Johannes Hahn ha rassicurato che la Brexit non modificherà il rapporto e l’interesse dell’Unione verso i paesi del partenariato orientale, rinfrancando i cuori di molti responsabili politici ucraini.

Realisticamente, però, l’Ucraina finirà in fondo all’elenco delle priorità politiche europee. Alla sfilza di grattacapi economico-politici a cui l’Ue sta facendo fronte, si sono da poco sommate la furiosa reazione del presidente Erdogan al fallito colpo di Stato in Turchia e la spinosa gestione della fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue.

La seconda grande paura per Kiev resta l’adozione posticipata del regime visa-free. Come sottolineato dal commissario Hahn, l’Ucraina ha portato a termine 140 riforme per qualificarsi per tale concessione. Dopo il voto britannico, però, si intensificano le discussioni che mirano ad introdurre dei meccanismi che, in caso di necessità, consentirebbero di sospendere il regime di liberalizzazione dei visti per taluni Stati. Nel frattempo, l’Ucraina rimane alla finestra.

Nonostante tutto, gli attuali responsabili politici ucraini sembrano non mollare la rincorsa all’Ue. Il presidente Petro Poroshenko ha dichiarato di voler presentare la domanda di adesione entro il 2020. Fino ad allora, è necessario implementare l’accordo di associazione, portare avanti in modo serio e sistematico le riforme nazionali che si concentrano nei settori della lotta alla corruzione e della riforma delle forze dell’ordine e della giustizia e infine sforzarsi di far avanzare gli stagnanti negoziati di Minsk.

In tale contesto, Berlino e Parigi rimangono le uniche due grandi potenze capaci di indirizzare la politica estera europea, e potrebbero d’ora in poi spingere affinché Kiev addolcisca le sue richieste verso i separatisti, in modo da legittimare la riduzione delle sanzioni alla Russia in vista delle rispettive elezioni nazionali nel 2017.

Putin e la “schadenfreude” russa
Sin dal collasso dell’Unione sovietica, Mosca ha visto la straripante potenza economica e i progetti politici dell’Ue come un pericolo per la sua sfera di influenza nelle ex repubbliche sovietiche. I rapporti con Bruxelles si sono inoltre rapidamente degradati negli ultimi due anni con l’imposizione delle sanzioni economiche alla Russia.

All’indomani del voto britannico, l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul ha commentato con rammarico su Twitter: “Perdenti: Ue, Gran Bretagna, Stati Uniti, quelli che credono in un’Europa forte, unita e democratica. Vincitore: Putin”. Ed è vero che al Cremlino hanno vari motivi “per bere copiose quantità di vodka” come ha scherzato un ex consigliere del dipartimento di Difesa degli Stati Uniti.

L’uscita del Regno Unito indebolirà il fronte pro-sanzioni a Bruxelles. Neanche Londra era riuscita a tenere uniti i ventotto Stati membri al momento del rinnovo delle misure coercitive a fine giugno, e alcuni paesi – come l’Italia, la Grecia e l’Ungheria – avranno a fine anno una nuova opportunità per ridiscutere e indebolire le sanzioni.

Intanto si percepisce chiaramente la folata di schadenfreude che attraversa gli alti dirigenti russi. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha gongolato durante una riunione con gli ambasciatori Ue dichiarando che, “quando la Brexit sarà completata, l’Unione rimarrà con un solo voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, mentre il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha twittato: “Senza la Gran Bretagna, non ci sarà nessuno nell’Ue a difendere le sanzioni contro di noi con tanto zelo” e infine l’ombudsman dell’imprenditoria russa, Boris Titov, ha salutato il referendum britannico come un voto di rigetto del mondo anglosassone in toto: “Sembra sia successo davvero: il Regno Unito è fuori! Questa non è l’indipendenza della Gran Bretagna dall’Europa, ma l’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti”.

È invece stata pacata la reazione del presidente Vladimir Putin, che ha sottolineato dapprima come Mosca non abbia interferito negli affari interni e nel referendum della Gran Bretagna, e poi che la posizione Ue sulle sanzioni verso la Russia non muterà a causa di questo voto.

Per Putin, al di là della soddisfazione di vedere l’Unione europea indebolirsi, conta molto di più aver raggiunto il massimo traguardo della sua politica estera nel vicinato: nei prossimi anni, l’Ue dovrà fare i conti con se stessa e ampliamenti della membership non sono per ora prevedibili.

Conflitti gelati e sogni europei infranti
Anche il versante orientale, dunque, punta i fari sulla gestione dei negoziati sulla Brexit da parte di Bruxelles.

È ancora lecito sperare in un finale lieto: adottando l’idea di Jacques Delors di un’Unione che si integri attraverso una serie di cerchi concentrici, l’Ucraina partirebbe dal più esterno di essi – attraverso l’implementazione dell’Accordo di associazione – ma avrebbe una prospettiva di lungo corso, fino alla completa adesione.

La Russia, da par suo, si impegnerebbe a far rispettare ai separatisti gli accordi di Minsk, con il graduale ritiro delle sanzioni da parte europea.

Ma oggi, si delinea sempre più un finale amaro: sotto la spinta dei populismi europei e di altre priorità politiche, i governi dei Ventisette metteranno da parte i problemi di Kiev, mentre la Russia manterrà lo status quo dei negoziati di Minsk e riuscirà a fare del Donbass l’ennesimo conflitto “gelato” che, dopo Georgia e Moldavia, riuscirà a bloccare anche il sogno d’integrazione europea dell’Ucraina.

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