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Balcani

Vite parallele di Serbia e Kosovo nell’Ue

6 Lug 2016 - Sara Bonotti - Sara Bonotti

La via europea di Serbia e Kosovo procede su binari paralleli per la scelta strategica di Bruxelles di diluire le frontiere in un percorso negoziale sincronico. Obiettivo collaterale è la normalizzazione delle relazioni tra Serbia ed ex-provincia autonoma, autoproclamatasi indipendente nel 2008. I rapporti della Commissione europea del novembre 2015 tracciano un percorso speculare d’integrazione e concessioni reciproche.

Alla Serbia, candidata dal 2012, si riconosce una politica regionale di riconciliazione e buon vicinato per stabilizzare il Kosovo e gestire la crisi migratoria.

Anche i progressi del Kosovo sono valutati in relazione al dialogo con la Serbia sul Primo Accordo del 2013 e sugli accordi di attuazione, e nella misura in cui Pristina tiene il passo con Belgrado (tra gli altri, in materia energetica, di libero scambio e regime Schengen). La Commissione ha spesso rilevato come la normalizzazione dei rapporti sia cruciale per imprimere slancio al futuro europeo di entrambi i paesi.

Belgrado, equilibrio instabile tra Bruxelles e Mosca
Incognite sul sentiero europeo s’insidiano nella mobilità del quadro politico. La conferma alle urne, lo scorso aprile, del Partito progressista serbo di Aleksandar Vučić favorirebbe una posizione equidistante tra valori europei e atlantici e tradizionali legami con la Russia. Similmente, la sopravvivenza parlamentare del Partito democratico riequilibrerebbe gli orientamenti in direzione di Europa e Nato.

Sull’altro versante, Partito radicale serbo, Partito democratico della Serbia e Partito popolare serbo – quest’ultimo parte della coalizione governativa – potrebbero far oscillare l’ago della bilancia verso Mosca. All’indomani dei risultati, le congratulazioni a Vučić del premier russo prospettavano un’alleanza “interessante e utile” in chiave strategica ed energetica. Le dinamiche, attualmente fluide, dipenderanno dalla capacità di mediazione di Vučić e dal ruolo della Russia sullo scacchiere internazionale.

Pristina, freno ai negoziati europei
A Pristina, il vuoto di potere tra le elezioni del giugno 2014 e la formazione di una debole coalizione governativa tra Partito democratico del Kosovo del presidente Hashim Thaçi e Lega democratica del Kosovo del premier Isa Mustafa nel novembre di quell’anno ha ritardato la cooperazione regionale. Il confronto ha assunto connotati etnici nell’ottobre scorso, quando l’opposizione di ‘Autodeterminazione’ e alleanza per il futuro del Kosovo ha ostruito i lavori parlamentari sui negoziati con la Serbia.

Intanto, la Corte costituzionale, interpellata dall’allora presidente Atifete Jahjaga sulla costituzionalità del Primo Accordo del 2013, ha dapprima temporaneamente congelato l’intesa, per poi dichiararla parzialmente incostituzionale nella sezione relativa all’Associazione delle municipalità serbe.

La natura dell’Associazione rimane di fatto controversa: largamente autonoma su modello altoatesino per l’esecutivo serbo; organizzazione non governativa senza poteri esecutivi secondo Pristina. L’Accordo ricorre alla formula volutamente ambigua di “full ownership” dell’Associazione per dissimulare tali discrepanze.

L’integrazione delle ’strutture parallele’ serbe del nord nella cornice istituzionale kosovara è parimenti questione interpretativa. La protezione civile su base etnica è ad esempio considerata dai serbi struttura d’intervento d’emergenza, mentre le autorità del Kosovo v’individuano un nucleo d’intelligence paramilitare finanziato da Belgrado, che evoca fantasmi di strutture analoghe anche nella Repubblica serba di Bosnia.

Zagabria, veto sulle trattative
Le relazioni altalenanti con la Croazia hanno mostrato il fianco debole di Belgrado su una questione chiave per l’accesso all’Unione europea: i crimini di guerra. Zagabria ha bloccato i negoziati con la Serbia su giustizia e diritti umani a seguito dell’assoluzione in primo grado di Vojislav Šešelj, presidente del Partito radicale serbo, da parte del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia nel marzo 2016. Šešelj, imputato di crimini di guerra e contro l’umanità per nove capi d’accusa, era stato già rilasciato temporaneamente prima della sentenza, che attendeva a Belgrado con febbre elettorale e protagonismo mediatico.

Immediate le reazioni del governo croato: l’allora premier Tihomir Orešković ha parlato di regresso della giustizia internazionale, mentre il suo vice Bozo Petrov ha ricordato i freni all’accesso croato per questioni meno rilevanti, riferendosi al sentiero accidentato e puntellato di standard che nel 2013 aveva trasformato il paese nel ventottesimo membro dell’Ue.

Il ministro degli Esteri croato Miro Kovač ha condizionato le trattative con la Serbia alla rappresentatività parlamentare della minoranza croata, al rinvio di Šešelj all’Aja e a un dietrofront di Belgrado sull’arrogata giurisdizione universale per i crimini di guerra degli anni Novanta in ex-Jugoslavia.

La Serbia ha di contro interpretato la mossa come strumentale a distogliere l’attenzione europea da presunte involuzioni democratiche in Croazia, revival fascisti e discriminazioni della minoranza serba. In questo contesto, recenti orientamenti linguistici – come la rimozione delle targhe stradali bilingui a Vukovar in Croazia, nonché la proposta di Kovač di sostituire il termine “regione”, evocativo dell’ex-Jugoslavia, con il neutrale “vicinato” – si caricano di forti valenze simboliche ed emotive.

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