IAI
Onu, Consiglio di Sicurezza

Un seggio a metà per Italia e Olanda

1 Lug 2016 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Ci sono partite che sei sicuro di vincere e, poi, quando sei in campo, non riesci a sbloccare: Italia – Olanda, all’Onu, era una di queste.

Con una trovata di diplomazia creativa, le due squadre, alla fine, hanno patteggiato un pareggio: bottiglia mezza piena, all’Aja; mezza vuota, da noi, che credevamo d’avere in cassaforte i voti per passare contro gli olandesi, di questi tempi un po’ in disarmo, tanto che non sono neppure arrivati alla fase finale di Euro 2016.

Tradita da qualche amico infido, l’Italia approda comunque per la settima volta nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma il seggio, condiviso con l’Olanda, diventa uno strapuntino: ci si sta stretti.

Le alee del voto e la diplomazia creativa
La scena: mercoledì 28, Assemblea generale delle Nazioni Unite. Si eleggono cinque membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, che entreranno in carica il 1° gennaio 2017 per un biennio.

Per passare, ci vogliono due terzi dei votanti, circa 128 suffragi. Al primo turno, la Svezia conquista uno dei due seggi in palio per l’Europa occidentale, con 134 voti: l’Italia stecca, terza con 113 voti, dietro l’Olanda con 125; passano pure Etiopia – Africa – e Bolivia – Americhe. Al secondo turno, ce la fa il Kazakhstan, che fa fuori la Thailandia nell’area asiatica.

Fra Italia e Olanda, il ballottaggio è testa a testa: 99 a 92 al secondo scrutinio, lontani dal quorum; 96 a 94 al terzo, 96 a 95 al quarto, 95 pari al quinto, l’unico che non ci vede dietro. Di qui in avanti, i giochi potrebbero riaprirsi con nuove candidature.

E allora scatta la diplomazia creativa: un accordo per spartirsi il seggio un anno ciascuno, l’Italia nel 2017, l’Olanda nel 2018, raggiunto tra il Palazzo di Vetro a New York, dove ci sono i ministri degli Esteri Paolo Gentiloni e Bert Koenders, e il Justus Lipsius di Bruxelles, dove ci sono i premier Matteo Renzi e Mark Rutte, che partecipano al Vertice europeo.

La staffetta non è inedita – venne sperimentata la prima volta negli Anni Cinquanta da Jugoslavia e Filippine -, ma è rara.

Il settimo mandato: precedenti e protagonisti
Per l’Italia, è il settimo mandato, anzi il sesto e mezzo. Ma questa volta non è una marcia trionfale, come nel ’94. E neppure una passeggiata, come nel 2006. A New York, per sostenere la candidatura si sono spesi il presidente Mattarella e il premier Renzi, oltre che, più volte, il ministro Gentiloni.

Che prova a rivendersi in positivo la mezza delusione: l’intesa fra Italia e Olanda è “un messaggio d’unità all’Ue”. E Koenders vede nel testa a testa “un segnale d’apprezzamento per entrambi i Paesi”. La soluzione salomonica, inconsueta ma non inedita, viene presentata come “una dimostrazione di flessibilità all’italiana, ma anche di grande intelligenza diplomatica”.

Centrare l’obiettivo appariva, sulla carta, non impossibile perché i nostri rivali, Svezia e Olanda, sono Paesi che un po’ s’elidono a vicenda – entrambi del Nord Europa, entrambi ‘piccoli’ almeno come popolazione, entrambi attenti ai diritti dell’uomo, l’uno però neutrale e terzomondista, l’altro atlantico e spesso interventista.

L’Italia poteva contare sui suoi molteplici radicamenti – europeo, atlantico, mediterraneo, persino latino-americano – e disponeva sulla carta di qualche voto in più del quorum. L’andamento degli scrutini non è stato quello sperato e atteso.

L’ultima volta italiana fu nel 2007-’08 – ambasciatore Marcello Spatafora: fummo i più votati, pari merito con il Sud Africa. Ma nella leggenda della diplomazia è entrato il biennio 1995-’96, quando prendemmo più voti della Germania: l’ambasciatore era Francesco Paolo Fulci, mitica feluca, che portò a casa consensi persino dispensando allenatori di calcio nostrani a improbabili nazionali d’arcipelaghi polinesiani.

L’esordio fu nel 1959, quando i membri non permanenti erano ancora sei: l’Italia è da 60 anni al Palazzo di Vetro – vi entrò nel 1955.

Questa volta, la campagna elettorale è stata affidata all’ambasciatore Sebastiano Cardi e al suo vice, pure ambasciatore di rango, Inigo Lambertini: una coppia d’assi, messa insieme per centrare l’obiettivo, alla fine raggiunto a metà dopo una campagna elettorale di 24 mesi. Il problema non è la qualità della diplomazia, ma la credibilità del Paese e dei suoi leader.

Le credenziali dell’Italia
La ricerca di consensi suggeriva all’Italia atteggiamenti non urticanti nella fase pre-voto, pure verso Paesi non particolarmente virtuosi, ad esempio, sui fronti della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo. La gestione ferma d’un crimine intollerabile come la fine al Cairo di Giulio Regeni può essersi riflessa nelle urne. E possono avere lasciato qualche segno in ambito continentale i ceffoni del premier ai partner dell’Ue, sonoramente impartiti l’autunno scorso.

Ma l’Italia non puntava solo sui salamelecchi delle visite ufficiali e sulle cortesie diplomatiche: può giocarsi credenziali importanti, è l’ottavo contributore Onu – ed il primo occidentale -, quanto a truppe in missioni di pace, è in prima fila nei salvataggi dei rifugiati in mare, vuole la moratoria della pena di morte e promuove l’uguaglianza di genere e i diritti di donne e bambini.

Uno dei punti di forza della candidatura era la disponibilità italiana alla riforma – attesa da anni – dell’Onu e, in particolare, del Consiglio di Sicurezza. L’Italia chiede da tempo maggiore trasparenza e più rotazione (ben 68 Paesi non hanno mai fatto parte del Consiglio), dando maggiore attenzione ai nuovi equilibri economici e geopolitici.

Il 29 settembre, il premier Renzi aveva illustrato i temi forti della candidatura italiana davanti all’Assemblea generale: “Costruire la pace di domani” il motto, con in evidenza la cooperazione, specie in Africa, e l’impegno contro il terrorismo, ma anche a favore della cultura, con la proposta dei Caschi blu della cultura.

Per acquisire voti, l’Italia contava sulla posizione strategica al centro del Mediterraneo, sul ruolo nell’accoglienza dei migranti, sull’inclinazione al multilateralismo. Roma annoverava amici in Europa e in America latina, fra i Paesi arabi e mediterranei, un po’ pure in Asia e in Africa: una trentina non hanno mantenuto le promesse.

Ruolo e storia del Consiglio di Sicurezza
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu comprende cinque membri permanenti con diritto di veto (i Paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale e le potenze nucleari legittime: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) e 10 membri non permanenti, che ruotano ogni due anni cinque alla volta, con mandato a partire dal primo gennaio.

Che il posto sia ambito e prestigioso lo conferma, se ce ne fosse bisogno, il fatto che la Germania, che lo ha lasciato nel 2012, s’è già ricandidata per il biennio 2019-’20.

Creato nel 1945, il Consiglio di Sicurezza è l’organo dell’Onu che delibera su atti di aggressione o di minaccia alla sicurezza e alla pace: ha “la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”, decide le sanzioni e autorizza interventi armati. Le decisioni richiedono una maggioranza di almeno 9 dei 15 membri e nessuno dei cinque membri permanenti vi si deve opporre.

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