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Usa 2016

Trump: repubblicani uniti solo contro Hillary

22 Lug 2016 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

“Un discorso cupo e terribile: spaventoso”: non è il giudizio di un polemista ‘liberal’ sull’intervento con cui Donald Trump ha chiuso la convention repubblicana a Cleveland, accettando la nomination e offrendosi come “la vostra voce” a chi, negli Stati Uniti, “è ignorato o dimenticato”.

“Spaventoso” è la prima reazione filtrata dal clan Bush, assente alla convention: viene da Mary Cary, che scriveva i discorsi di papà George, presidente dal 1989 al 1993, e che oggi è autorevole opinionista.

Gianfranco Uber, www.gianfrancouber.eu, http://www.cartoonmovement.com

Trump si presenta come il candidato di ‘Law and Order’, s’impegna a sospendere immediatamente l’immigrazione negli Stati Uniti da tutti i Paesi coinvolti nel terrorismo e a costruire un muro al confine con il Messico, afferma che “l’americanismo e non il globalismo è il nostro credo” e mette in dubbio la solidarietà atlantica. Tutto condito con il superamento del “politicamente corretto”: “Non possiamo più permettercelo”.

La platea di Cleveland accoglie con un’ovazione, tutti in piedi, l’accettazione della nomination. Hillary Clinton, la candidata democratica, gli ribatte: “Non sei la nostra voce” e, soprattutto, “costruiremo un muro tra te e la presidenza”.

Il circo della convention
La convention repubblicana s’è svolta a Cleveland, dal 18 al 21 luglio. Quella democratica si riunirà a Filadelfia, dal 25 al 28 luglio.Sotto il tendone di ‘Barnum’ Trump, alla ‘Quicken Loans Arena’, c’era di tutto: ultra-conservatori Tea-Party e fondamentalisti cristiani, anti-gay e anti-abortisti, suprematisti e adepti del Ku Klux Klan, creazionisti e negazionisti, e pure sceriffi, guru, astronauti, dipendenti delle aziende del magnate e tutta la famiglia fino all’ultima figlia.

E fuori, a protestare, c’erano giovani, donne, ambientalisti, ispanici, neri di ‘Black livesmatter’, e pure delle rinate Pantere Nere.

Fin da prima che Trump invadesse la politica americana, le convention erano dei circhi: kermesse strapaesane, con delegati che non se ne perdono una e altri che arrivavano con lo spirito con cui i musulmani vanno alla Mecca, il viaggio della vita, una testimonianza di fede politica.

Mancavano solo i repubblicani moderati, almeno molti di essi: sono rimasti a casa, Mitt Romney, John McCain, tutta la famiglia Bush. Persino il governatore dell’Ohio John Kasich non s’è fatto vedere. E Marco Rubio ha mandato solo un video-clip. Sarah Palin, che non è certo una moderata, non c’era perché “l’Alaska è troppo lontana da Cleveland”. Ted Cruz, ultra-conservatore evangelico, ha consumato sul palco il suo strappo “Caro Donald, non ti voto”.

Fra gli ospiti stranieri, notati l’euro-scettico Nigel Farage – Trump è un fautore della Brexit – e l’olandese xenofobo e anti-Islam Geert Wilders. Non c’era Matteo Salvini: lo showman ha già dimostrato di non rimarcarne né la presenza né l’assenza.

Le estati violente, 1968/2016
In questa violenta estate americana, che assomiglia sempre più a quella tragica del 1968, quando vennero ammazzati Martin Luther King e Robert Kennedy a la convention democratica a Chicago fu teatro di ripetuti scontri, le uccisioni di neri da parte di poliziotti bianchi e le stragi di agenti compiute da reduci neri avevano gettato è benzina sul fuoco dell’appuntamento di Cleveland.

E Trump l’incendiario aveva addebitato quelle morti “alla mancanza di leadership” e “alla debolezza” del presidente Obama.

Le misure di sicurezza per prevenire incidenti erano altissime, specie dopo l’annuncio che le nuove Pantere Nere avrebbero manifestato armate fuori dall’Arena: il II emendamento della Costituzione (approvato il 5 dicembre 1791) e la legge dell’Ohio (che consente di girare in pubblico con armi a vista e cariche, come in Texas) lo rendono possibile. E il governatore Kasich aveva respinto l’istanza dei sindacati dei poliziotti di sospendere la norma per alcuni giorni.

A conti fatti, ci sono state manifestazioni pro e anti-Trump, tafferugli, arresti e contusi: il bilancio, dal punto di vista dell’ordine pubblico, non è stato drammatico come si temeva.

Tra nomination e discorsi, il filo dell’unità anti-Hillary
Con 1725 voti – ne bastavano 1237 -, la convention ha ufficializzato la designazione di Trump candidato repubblicano alla Casa Bianca: dopo 16 mesi di campagna elettorale e decine di primarie, il magnate ha sbaragliato 16 concorrenti, superato l’ostracismo dell’establishment del partito e formalmente conquistato la nomination. La ‘rivolta degli irriducibili’, che promettevano ostruzionismo, s’infrange al primo voto procedurale.

Articolata su quattro temi, uno al giorno, ‘legge e ordine’, l’economia e il lavoro, il primato dell’America nel Mondo e l’unità dell’America, la convention doveva suggellare l’unità ritrovata del partito repubblicano, con l’avallo dei due leader parlamentari Paul Ryan e Mitch McConnell allo showman.

Proprio Ryan, speaker della Camera e presidente della Convention, massimo esponente politico repubblicano e non esattamente un ammiratore di Trump, ha dovuto annunciare la nomination, ufficializzando il ticket con il governatore dell’Indiana Mike Pence.

Ryan, che non ha mai formalmente ‘endorsed’ Trump, ha esortato all’unità del partito, spronandolo a “competere in ogni parte d’America per ogni singolo voto”: “Solo con Trump e Pence – ha detto – abbiamo la chance di qualcosa di meglio” di Obama; ed ha preso di mira Hillary Clinton.

L’elemento unificante della convention repubblicana è stata proprio l’incessante giaculatoria contro l’ex first lady, cui ha pure partecipato Pence: l’ha definita, con un gioco di parole, “il segretario dello status quo”, che non può essere comandante in capo dopo l’attentato di Bengasi in Libia. L’8 Novembre la scelta “è tra il cambiamento e lo status quo”: con Trump presidente, “il cambiamento sarà enorme”.

Per la stragrande maggioranza degli elettori americani, il discorso è stata l’occasione per conoscere il governatore dell’Indiana, ultra-conservatore e Tea Party, anti-gay e pro-armi.

Pence s’è presentato così: “Sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest’ordine”. E ha scherzato: “Non avrei mai immaginato di trovarmi qui … Trump è noto per la forte personalità e per il carisma: credo cercasse un po’ di equilibrio nel ticket”. Una platea di bocca buona intonava “Ci piace Mike”.

Gaffes, plagi e plotoni d’esecuzione
Non tutto è però filato liscio nella convention orchestrata come una festa di famiglia di casa Trump. Il discorso di Melania, la moglie, una modella slovena tutta di bianco vestita, ha suscitato vivaci critiche: alcuni passaggi erano copiati dal discorso tenuto da Michelle Obama alla convention di Detroit nel 2008. Donald fa spallucce: “Tutta pubblicità”.

Ma Meredith McIver, autrice del testo, ammette la colpa e offre le dimissioni, però respinte. Negli Usa, il plagio è colpa grave, dalle scuole alla politica, può lasciare il segno.

Lo showman s’è invece dissociato da un suo consigliere, Al Baldasaro, che vorrebbe Hillary “portata davanti a un plotone d’esecuzione e fucilata per alto tradimento”.

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