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Asia

Mongolia, tra Cina e Usa un ruolo per l’Italia

20 Lug 2016 - Nicola Casarini, Arianna Russano - Nicola Casarini, Arianna Russano

Si è da poco concluso a Ulaan Baatar, capitale della Mongolia, il summit dei capi di Stato e di governo dell’Asia-Europe Meeting (Asem). Negli stessi giorni, la corte arbitrale dell’Aja si è espressa a favore delle Filippine sul caso delle isole contese nel Mar Cinese Meridionale, dando torto alla Cina che rivendicava gran parte dell’area.

Tutti i paesi dell’Asia orientale sono alla ricerca di un compromesso con una Cina sempre più importante economicamente, ma la cui assertività spinge i paesi confinanti a ricorrere talvolta al sostegno di Washington, per tener testa a Pechino.

Una dinamica che si è manifestata anche durante le recenti elezioni in Mongolia per il rinnovo del Grande Hural di Stato, il parlamento unicamerale. Nelle urne mongole ha prevalso il partito filo-cinese: una circostanza che potrebbe far presagire uno scontro politico con l’attuale presidente in carica, il filo-occidentale Tsakhiagiin Elbegdorj.

Quello che accade in Mongolia merita di essere seguito con attenzione dall’Europa e dall’Italia, anche perché il nostro paese ha aperto la sua prima ambasciata a Ulaan Baatar proprio qualche settimana fa.

Le elezioni legislative
Il partito con il maggior numero di seggi nel Grande Hural mongolo è chiamato a formare il nuovo governo e nominare il primo ministro. Con un’affluenza del 72%, il Mongolian People’s Party (Mpp) ha ottenuto il 46,69% dei voti, conseguendo una inaspettata e schiacciante vittoria. Aggiudicandosi 65 seggi su 76, ha guadagnato ben 39 scranni in più rispetto alla scorsa tornata elettorale.

Il partito di ispirazione conservatrice, il Democratic Party (Dp) – che è anche la forza che esprime il presidente in carica -, con il 33,55% dei voti ha racimolato appena 9 seggi, perdendone ben 25 rispetto alle consultazioni del 2012, quando aveva ottenuto la maggioranza. L’ascesa elettorale del Dp si era confermata poi l’anno dopo, nel 2013, con la schiacciante vittoria del suo leader Elbegdorj, riconfermato alla guida del paese.

Riscossa dei filo-cinesi
Il Mpp ha governato ininterrottamente la Mongolia fino al 2009, quando Elbegdorj vinse per la prima volta le presidenziali. Filo-occidentale, il capo dello Stato ha da allora avviato la transizione democratica del paese, che si è però accompagnata a casi di corruzione di alcuni esponenti del Dp. Ciò ha permesso al Mpp di presentarsi alle elezioni di quest’anno come il partito del cambiamento, vincendo anche sulla scia di promesse per un rilancio di un’economia in fase di stallo.

Nonostante la Mongolia abbia riserve minerarie tra le più estese al mondo, rimane comunque in condizioni di estrema povertà. L’economia, basata sull’export di materie prime quali rame, carbone e oro, rende il paese profondamente suscettibile a fluttuazioni di mercato. Il recente rallentamento dell’economia cinese, principale partner commerciale di Ulaan Bataar – con cui condivide l’80% delle esportazioni ed il 30% delle importazioni -, ha negativamente influenzato l’economia mongola.

La crescita del Pil è passata dal 17.5% del 2011 al 2% prevista entro la fine del 2016 (secondo le ultime stime del Fmi). Il leader del Mpp, Miyegombyn Enkhbold, ha enfatizzato in campagna elettorale l’importanza di intervenire prontamente con riforme volte a risollevare l’economia del Paese, insistendo anche sull’importanza di sviluppare le relazioni con la Cina.

Non a caso, a margine del summit Asem di metà luglio, il nuovo governo a guida Mpp ha siglato accordi a tutto spiano – più di venti, nei settori più disparati – con Li Keqiang, il premier di Pechino al suo primo viaggio in Mongolia (e il primo di un leader del paese del Dragone a Ulaan Baatar dal 2010), in modo da sottolineare una ritrovata sintonia tra Mongolia e Cina dopo le recenti elezioni.

Tra Pechino e Washington
Con la vittoria del Mpp e il probabile riavvicinamento della Mongolia a Pechino, c’è il rischio che venga meno un baluardo occidentale a ridosso della Cina. L’attuale presidente Elbegdorj, il cui mandato scade nel luglio 2017, rimane il garante dell’apertura democratica della Mongolia, ma il suo partito è oramai minoranza nel paese.

Nel luglio 2012, pochi mesi dopo che l’amministrazione Obama aveva annunciato il suo ‘pivot asiatico’, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton fece una tappa a Ulaan Baatar, dove pronunciò un vigoroso discorso a sostegno del sistema “pluralistico e democratico” della Mongolia, con un chiaro intento polemico verso il regime del partito unico in Cina.

In quell’intervento, la Clinton rispolverò l’idea di una “comunità di democrazie” – un concetto usato in precedenza da John McCain durante la campagna presidenziale del 2008 – della quale la Mongolia del Presidente Elbegdorj faceva parte a tutti gli effetti. La vittoria schiacciante del Mpp alle ultime legislative preoccupa gli osservatori internazionali che temono che quest’oasi di democrazia possa soccombere alle pressioni dei suoi due grandi vicini: Russia e, soprattutto, Cina.

Gentiloni inaugura l’ambasciata
In un momento così delicato per il futuro del paese, è di buon auspicio l’apertura della prima ambasciata italiana in territorio mongolo, simbolo del comune desiderio di imprimere un nuovo slancio alle relazioni tra i due paesi: a inaugurarla è stato il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, insieme all’omologo di Ulan Bataar Lundeg Purevsuren. La Mongolia ha grande interesse per il made in Italy, e questo la rende un ottimo partner commerciale con cui accrescere le esportazioni dei prodotti italiani.

Roma – fedele alleato di Washington e con buone relazioni con Pechino – può sicuramente avere un ruolo politico da giocare, contribuendo ad appoggiare la transizione democratica del paese e il suo ancoraggio occidentale.

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