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Brexit

L’Ue cambi rotta per evitare la disgregazione

3 Lug 2016 - Federico Romero - Federico Romero

Il voto per Brexit è il più duro colpo inferto all’ormai traballante ordine multilaterale (occidentale) eretto negli ultimi settant’anni. Può accelerarne significativamente la disgregazione, soprattutto se lo leggiamo male (e da questo punto di vista la miopia finora mostrata dal ceto politico, mediatico e finanziario non è molto rassicurante).

Ma quel che è certo è che esso rivela in quale trappola si sia andata a cacciare l’Unione europea, Ue. Voto dopo voto – dalla Grecia all’Olanda, dalla Spagna alla Gran Bretagna e domani, probabilmente, l’Italia e forse la Francia – gli elettori si polarizzano su letture contrapposte della crisi che essi patiscono.

Le due Europe
Il fatto è che “Europa” oggi significa due cose contrastanti e antitetiche. E più si spinge su un significato e più l’altro paradossalmente si rafforza. Per le istituzioni politiche e le principali forze economiche, per le élite del denaro, della conoscenza e delle professioni, per i giovani più istruiti e cosmopoliti, “Europa” vuol dire libertà di scelta e movimento, opportunità di investimento e progetto, valori e diritti dell’individuo.

Viceversa per tutti coloro che vengono impoveriti da questo tipo di globalizzazione – i lavoratori meno istruiti e i giovani senza prospettive, chi subisce “riforme” che accrescono insicurezza e precarietà, chi può solo affidarsi a servizi pubblici tanto essenziali quanto sempre più lesinati, dalla sanità all’istruzione – “Europa” è venuta a significare impoverimento e incertezza: un’incessante perdita del controllo sulla propria esistenza.

La focalizzazione ossessiva sulle migrazioni ce lo dice con chiarezza: chiudere le porte per riacquisire un qualche grado di controllo “in casa nostra” è una pulsione tanto illusoria quanto rivelatrice. E la polemica contro le élite lontane e insensibili, o corrotte e rapaci, non è meno sintomatica della profonda alienazione da ciò che esse hanno costruito.

Quale Europa VS Più Europa
È inutile ripetere che la Ue non è la sola responsabile di questo stato di cose, che i governi nazionali l’hanno usata come capro espiatorio delle proprie manchevolezze, o che gli Stati Uniti di Donald Trump rivelano lo stesso malessere. Sono affermazioni corrette, ma a questo punto anche irrilevanti perché inservibili.

Con il mercato unico, le frontiere aperte, la libertà di movimento dei capitali e, soprattutto, la moneta unica e le sue austere regole di bilancio, l’Ue è si è assunta il ruolo di interfaccia tra i cittadini e i marosi della globalizzazione. Ragione per cui si è caricata della responsabilità dei loro effetti: di quelli positivi come di quelli dirompenti. E siccome essa appare – e in larga misura è – sottratta al controllo della deliberazione democratica, la protesta di chi subisce e patisce la globalità si indirizza proprio contro di lei.

Visto che a livello nazionale o locale gli elettori pensano di poter ancora contare, la loro domanda insoddisfatta si indirizza lì, nella speranza o l’illusione che la democrazia nazionale sia l’ambito per scelte correttive.

Per questo la risposta a Brexit che dice “più Europa” ora e subito rischia di essere controproducente. Chi come me gode più che altro vantaggi materiali e simbolici dall’Unione è istintivamente portato a una reazione ulteriormente integrativa. L’“Europa” per me è un valore, in quasi tutti i sensi, e una risposta di tipo federalista ha una sua astratta razionalità. Ma a questo punto come non vedere – dopo tutte le prove che abbiamo avuto! – che per molti elettori “più Europa” appare solo come un ulteriore schiaffo, un’ennesima umiliante marginalizzazione?

Il problema non è più o meno “Europa” ma quale. In particolare quale Unione europea? Per fare cosa?

L’Ue risponda alla marginalizzazione sociale
In fondo, è proprio la ripetitiva uniformità del discorso che ci ostiniamo a definire “populista”, la somiglianza del profilo sociologico e culturale degli elettori scontenti, a indicare la radice del problema. Se vuole invertire la dinamica ormai prorompente d’erosione del consenso elettorale, se vuole consolidare invece che disgregare il senso d’identificazione collettiva, l’“Europa” non deve essere la scelta tra questa o quella geometria istituzionale, ma una strategia efficace di risposta alla marginalizzazione economica, sociale e culturale di milioni di europei.

L’Europa può salvare sé stessa solo se inverte la rotta adottando una priorità assoluta di crescita economica, con massicci investimenti pubblici che rianimino la domanda, se necessario con controlli sui capitali come sulle migrazioni, sicuramente con sostegni efficaci (pagati da tassazioni più progressive) ai servizi essenziali, ai meno abbienti, ai disoccupati. Senza questa profonda inversione di rotta l’Ue rischia davvero di soccombere. O abbiamo bisogno di altre dimostrazioni per convincercene?

Che tale svolta accada è, purtroppo, assai improbabile. Richiederebbe una revisione culturale profonda per buona parte delle élite europee, e una disponibilità degli elettori e contribuenti tedeschi che non è dato di vedere.

L’Italia farà quindi bene a insistere per una simile strategia di crescita, ma anche a prepararsi a un diverso orizzonte. Se l’Europa insiste ad auto-disgregarsi, ogni nazione ha il diritto-dovere di salvare il proprio contratto sociale democratico, se necessario anche forzando i vincoli europei che stanno sbriciolando le fondamenta sociali dell’Europa unita.

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