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Politica estera

Italia nel mondo: credibilità e influenza cercansi

13 Lug 2016 - Federico Romero - Federico Romero

La politica estera dell’Italia ha sempre avuto come bussola l’ascesa del paese a potenza europea. Fin dal Risorgimento, una parte cospicua dell’identità nazionale dipendeva da quella ricerca di uno status di cui eravamo intrinsecamente insicuri.

Date le condizioni di partenza e le debolezze strutturali non c’era nulla di strano in tutto ciò, anche se troppi – da Crispi a Mussolini ed infiniti cantori – interpretarono quella ricerca in modo velleitario.

In epoca bipolare, con la Repubblica abbiamo necessariamente e saggiamente adottato un maggiore realismo. Abbiamo smesso di vagheggiare un’Italia “potenza” – misurata in braccia, cannoni e conquiste – e ridimensionato il traguardo a “media potenza”.

Eppure l’assillo per quell’ambizione di ruolo, rango e prestigio non ci ha lasciato. Il “pareggio” nell’ammissione al Consiglio di Sicurezza Onu potrebbe essere un ennesimo indicatore dello scemare della nostra influenza internazionale, anche se ancora oggi il linguaggio della politica e dei media parla di un “grande paese”, cercando di autoconvincersi che lo possiamo essere veramente. Ma cos’è oggi un grande paese? E cosa comporta? Siamo proprio sicuri di volerlo essere?

Fra missioni internazionali e cooperazione
Una volta superati i travagli della ricostruzione, lo slancio del boom e, poi, le trepidazioni degli anni Settanta, l’Italia di fine Novecento ha costruito un modello di politica estera – abbastanza bipartisan – fondato sull’uso di forze militari in missioni internazionali e, inizialmente, aiuti alla cooperazione in area mediterranea.

La prima gamba voleva procurarci autorità nei consessi che contano, a partire dalla Nato, mentre la seconda mirava alla penetrazione in nuovi mercati e a un’influenza regionale. Il tutto entro una concezione assai più cooperativa che competitiva della Unione europea (Ue), che avremmo voluto divenisse gradualmente un attore internazionale primario.

La strategia non ha fallito; anzi, nell’ultimo decennio di guerra fredda ha riportato un certo successo. Ma la sua efficacia è poi venuta meno. Innanzitutto, i suoi costi sono diventati incompatibili con un debito pubblico che soffocava la possibilità di seri investimenti in politiche pubbliche.

Gli aiuti alla cooperazione sono stati i primi a venir sacrificati. In secondo luogo, nell’ambito post-bipolare il valore aggiunto del mostrarsi alleato solerte ed efficace era minore, o fieramente controverso (vedi Iraq). In ogni caso la forza militare italiana era tale da darci ruoli di compartecipante ma non di leader: Francia e Gran Bretagna continuavano a contare assai di più.

Più deboli e meno autorevoli: le carenze del paese
Infine, la costruzione d’influenza sulla base dei classici strumenti statali della politica estera era svuotata dal parallelo prosciugarsi delle altre fonti di autorevolezza del paese.

Crescita economica anemica; vulnerabilità finanziaria; produttività asfittica e mancata ascesa tecnologica; carenza di grandi aziende multinazionali; bassi livelli di istruzione; inefficienza sistemica dell’amministrazione pubblica, della giustizia e di molte infrastrutture; assenza di istituti di ricerca di alto livello; un sistema mediatico introverso, senza una sola voce di portata internazionale; discorso pubblico autoreferenziale.

Basta un elenco sommario delle nostre carenze comparative per vedere quanto l’Italia del nuovo secolo stia palesemente divenendo una nazione meno robusta, dinamica e cosmopolita, quindi meno credibile e influente.

Nel contesto della globalizzazione che ha portato sulla scena nuovi grandi protagonisti mondiali, diminuendo il peso relativo delle medie potenze industriali come la nostra, e di una Ue allargata in cui gli interessi nazionali devono competere più che convergere, ogni indice comparativo ci comunica il profilo di un paese economicamente più piccolo, politicamente meno rilevante, culturalmente meno influente.

Invece di ascendere nella gerarchia internazionale come pensavamo ancora negli anni Ottanta (con la retorica sulla “quinta potenza industriale”) ci ritroviamo più deboli, meno autorevoli, più esposti alle nuove fonti di tensione.

Mettere gli interessi nazionali al primo posto
Continuare con il pilota automatico dei paradigmi passati ha perciò perso di senso. Più che a conquistare rango e influenza attraverso comportamenti esemplari da alleati volenterosi, dovremmo riflettere lucidamente su quali siano i nostri interessi nazionali essenziali. Ed attrezzarci a perseguirli, per quanto possibile, con strumenti di politica estera adeguati ai fini oltre che ai nostri non grandi mezzi.

Ciò richiede, in primo luogo, che ci liberiamo di schemi mentali inadeguati e fuorvianti. Nel contesto odierno non siamo un grande paese. Siamo un paese medio-piccolo che, oltretutto, usa male le sue risorse.

In secondo luogo dobbiamo smettere di affidare alla Ue una sorta di funzione catartica delle nostre debolezze. Ora che è così estesa e segmentata da divisioni e tensioni, essa è più un’arena competitiva che non l’entità cooperativa auspicata dall’europeismo. Continua a essere l’ambito principale in cui l’Italia deve far valere i suoi interessi, ma solo se li mettiamo al primo posto.

Infine, ora più che mai la politica estera comincia in casa. Senza una sistematica, coraggiosa rigenerazione del tessuto socio-economico, del sistema giuridico-amministrativo e dei suoi apparati culturali, l’Italia non potrà che subire un graduale scemare della sua influenza internazionale.

La fiducia in uno Stato discende in primo luogo dalla sua quotidiana efficacia nello svolgere bene i suoi compiti ordinari. E la sua autorevolezza internazionale si fonda sulla capacità non di compensare o mascherare le manchevolezze del paese, bensì di correggerle con un progetto di mobilitazione e trasformazione dinamica della società.

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