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Brexit

Gb-Ue, ricetta per evitare il disastro

11 Lug 2016 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

La Brexit rischia di innescare una reazione a catena catastrofica per il futuro del Regno Unito, Ue e ordine internazionale.

Il referendum ha messo a nudo divisioni profonde nella società britannica – generazionali, di classe, tra le varie nazionalità che la compongono. Ha dato maggiore credibilità agli argomenti delle forze anti-Ue in Europa e reso plausibile la prospettiva di un’ulteriore frammentazione dell’Unione. Ha aumentato la possibilità di un’Ue ingovernabile e pertanto a rischio economicamente e incapace di contribuire alla gestione degli affari internazionali.

Benché plausibile, questo scenario a tinte fosche non è scritto. Molto dipenderà dalla capacità dei leader europei e britannici di ridefinire la relazione Gb-Ue in modo da salvaguardare il più possibile i vantaggi che la membership Ue del Regno Unito garantiva.

Sul piano economico, la soluzione migliore sarebbe l’adesione del Regno Unito allo Spazio economico europeo (See). Dal momento che il See offre pieno accesso al mercato unico, la Brexit non intralcerebbe il commercio Ue-Gb né comprometterebbe la capacità della City di Londra di continuare ad offrire servizi finanziari in tutta l’Unione.

Mercato unico e cooperazione tra autorità giudiziarie e di polizia
Di grande importanza è anche la cooperazione in materia di sicurezza e affari interni. Il Regno Unito già gode di un regime speciale in questo campo, visto che è fuori dall’accordo Schengen sulla libera circolazione dei cittadini Ue e può scegliere a piacimento se partecipare alle iniziative di cooperazione integrata in seno all’Ue.

Negoziare accordi separati che mantengano il più possibile l’attuale livello di cooperazione in materia di anti-terrorismo e lotta alla criminalità organizzata non dovrebbe essere impossibile. Europol, l’ufficio Ue di coordinamento di polizia, ha già concluso accordi con stati terzi che potrebbero funzionare da modello.

Lo stesso vale per Eurojust, l’ufficio di coordinamento delle autorità giudiziarie. Più difficile, ma non impossibile, è trovare una forma di accordo di estradizione che ricalchi da vicino il Mandato d’arresto europeo, che ha enormemente accelerato i tempi di estradizione tra i paesi Ue.

Un discorso simile vale per la politica estera e difesa. Dal momento che in quest’ambito l’Ue già decide all’unanimità, la cooperazione Ue-Gb continuerebbe a svolgersi su base intergovernativa. Londra e Bruxelles dovrebbero istituire un forum di dialogo permanente per discutere questioni di mutuo interesse, come le relazioni con la Russia o la crisi in Medio Oriente e Nord Africa. A Londra dovrebbe essere anche lasciata la possibilità di partecipare alle missioni militari e civili Ue, così come fanno altri stati.

In conclusione, un accordo che dia al Regno Unito pieno (o quasi) accesso al mercato unico, salvaguardi la cooperazione tra autorità giudiziarie e di polizia britanniche ed europee, e crei meccanismi di coordinamento strutturati in politica estera e difesa è l’opzione migliore tra quelle disponibili.

Ciò non vuol dire che sia di facile attuazione, soprattutto per quanto attiene alla sua dimensione economica. I membri del See devono infatti contribuire al bilancio Ue, consentire la libera circolazione dei lavoratori e conformarsi a regole fissate a Bruxelles. L’opposizione a queste misure, si ricordi, è precisamente ciò su cui i fautori della Brexit hanno costruito il successo della campagna referendaria.

Theresa May e la carta della pazienza
Non è il caso di disperare, tuttavia.La credibilità del campo pro-Brexit è in calo. I suoi leader sono divisi e privi di un’idea chiara su come gestire il post-referendum. I mercati restano volatili, le prospettive sull’economia negative, la City preoccupata, l’opinione pubblica più disorientata di quanto fosse prima del voto. È probabile che il prossimo leader dei conservatori – e quindi del governo – provenga dalle file moderate del partito. Il ministro degli interni Theresa May, un’euroscettica contraria alla Brexit, è la favorita.

La May predica pazienza, così come giustamente raccomanda la cancelliera tedesca Angela Merkel. Accelerare i tempi di uscita senza un governo credibile a Londra non ha senso dal punto di vista dell’Ue. Meglio dare tempo ai britannici di individuare opzioni che possano ottenere il massimo consenso nazionale possibile.

Non è escluso che la necessità di ricucire le divisioni interne, scoraggiare il separatismo scozzese, tutelare la City e salvaguardare gli interessi di sicurezza britannici spingano il governo britannico a cercare una forma di associazione all’Ue particolarmente avanzata.

Mettere da parte orgoglio e recriminazione
Di certo l’opzione See-plus non è interamente praticabile, vista l’impossibilità per il Regno Unito di restare nel mercato unico senza garantire la libera circolazione del lavoro. Ma esistono margini di compromesso, anche sul fronte dell’immigrazione, che l’Ue dovrebbe prendere in considerazione nonostante la comprensibile riluttanza nelle istituzioni e capitali europee ad accordare altre concessioni a Londra.

Del resto, l’accesso al mercato unico comporta che il governo britannico non partecipi alla definizione delle regole del mercato unico – un prezzo salatissimo per un paese orgoglioso come il Regno Unito.

Data la posta in palio, e cioè evitare il crollo delle relazioni economiche Ue-Gb e l’indebolimento reciproco che ne potrebbe derivare, Londra e Bruxelles devono mettere da parte orgoglio e recriminazioni e giocare al meglio la pessima carta che i cittadini britannici hanno passato loro la notte del 23 giugno.

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