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Brexit

Cercasi agenda per rilanciare l’integrazione Ue

21 Lug 2016 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Uscire dall’incertezza. È questo il vero dilemma per l’Unione europea, Ue, dopo la decisione di Londra di tornare “isola” rispetto al Continente. Proprio per contrastare l’incertezza, soprattutto nei confronti dei mercati finanziari, va vista la straordinaria accelerazione che il pur divisissimo partito conservatore inglese ha dato alla crisi di governo.

Non l’inizio di settembre, come aveva dichiarato il dimissionario David Cameron, ma già dalla scorsa settimana abbiamo un nuovo governo inglese nella pienezza dei suoi poteri guidato dall’ex ministro degli interni Theresa May.

Ue, cercasi negoziatore per concludere la Brexit
Questa rapidità britannica mette paradossalmente ancora più in difficoltà l’Ue che fino ad oggi non è riuscita a dare una risposta unitaria allo shock creato da Brexit. Con la scusa di dovere attendere la richiesta formale di Londra all’uscita dall’Ue, come prevede l’ambiguo articolo 50 del Trattato, nessun piano B è realmente emerso.

Al contrario, subito dopo la proclamazione del risultato referendario, la maggiore preoccupazione europea è stata quella di decidere chi dovesse condurre il negoziato con la Gran Bretagna: la task force rapidamente messa in piedi dal Consiglio europeo e affidata all’ex capo di gabinetto di Van Rompuy, il diplomatico belga Didier Seeuws, è stata essenzialmente un messaggio rivolto alla Commissione e al suo presidente Juncker di non immischiarsi in questa vicenda.

Ci penserà il Consiglio europeo ad indicare il negoziatore, come prevede l’art. 188n, e a fissare i paletti del futuro accordo con la Gran Bretagna. Davvero un bell’inizio!

Non è tuttavia possibile continuare questi giochetti senza porsi anche la domanda di dove si vuole andare e come si possa meglio utilizzare questa crisi esistenziale dell’Ue per salvare il disegno stesso di una “evercloser Union” messo in forse da Londra.

Innanzitutto va deciso da parte dei 27 rimasti quale trattamento riservare alla Gran Bretagna. La questione non è semplice poiché è politicamente necessario dimostrare che l’abbandono dell’Ue non porta vantaggi, ma che anzi il danno di un’uscita è in qualche modo non rimediabile.

Un avvertimento, in altre parole, da indirizzare agli altri partner “tiepidi” dell’Ue, magari tentati di seguire l’esempio inglese. Ma su questo argomento si scontrano gli interessi economici e commerciali di alcuni paesi dell’Ue, a cominciare dalla Germania, che hanno enormi interessi nel mercato britannico.

La quadratura del cerchio abbandono-interessi non sarà certo semplice da raggiungere, ma è certamente il primo compito che l’Ue dovrà affrontare in attesa che Londra depositi la richiesta di abbandono. Fino ad oggi non si sono visti grandi movimenti in questa direzione, come se ci fosse del tempo prima di doverci pensare.

Il futuro dell’Ue? Ci si pensa a Bratislava
Ma la vera sfida riguarda il futuro dell’Ue. Stupisce ancora che, vista l’ondata di irrazionalità e di euroscetticismo diffusasi in Europa in questi ultimi anni, non ci si sia cautelati in caso di “leave” con l’approntamento di un vero e proprio piano B.

Ma stupisce ancora di più che la prima tappa di un ripensamento sul futuro dell’Ue sia stata fissata solamente alla fine di settembre per una riunione del Consiglio europeo a Bratislava, capitale della nazione che gestisce il semestre di presidenza ma che certo non brilla per il suo europeismo.

Ma cosa potrà rientrare nell’agenda di quella riunione? Al di là di una fissazione dei termini del negoziato, dal Consiglio europeo dovrà uscire un messaggio di unità. Il che ci porta subito a dire che sul tavolo dei 27 non potranno esserci disegni di Unione “differenziata” o a “cooperazioni rafforzate”, come in più occasioni fatto balenare alla vigila del referendum britannico.

Questo è invece il momento di erigere una barriera comune a difesa dell’unitarietà formale dell’intera area che ricade sotto l’influenza del Trattato di Lisbona. Quindi non è il caso di suggerire nel breve periodo nuove e complesse formule istituzionali all’interno dell’Ue. L’attenzione va quindi rivolta alle politiche.

Ripartire dall’economia e dalla sicurezza
La prima è certamente quella economica. O riprende la crescita nell’area o l’immagine dell’Ue non potrà fare altro che deteriorarsi sempre di più. Vi è da riconoscere che dopo Brexit, su questo terreno si registrano toni diversi rispetto ad alcune settimane fa. Ne è esempio l’atteggiamento tedesco e della Commissione sul caso delle banche italiane.

Ma non sono certo questi episodi di tamponamento di settori in crisi a bastare. Ci vuole molto di più. Ad esempio fare il punto sul piano di investimenti Juncker e se del caso rilanciarlo o completare almeno il progetto di Unione bancaria o riproporre in termini concreti la sfida tecnologica in Europa. Nata sull’economia, questa Unione deve dare il senso di crederci ancora e non basta solo dimostrare capacità di “crisis management” per riconquistare credibilità pubblica.

Il secondo grande dossier, anche alla luce della recente strage di Nizza, riguarda la sicurezza e il ruolo di copertura internazionale che l’Ue dovrebbe assicurare ai propri cittadini. Da questo punto di vista fa un po’ tristezze l’accoglienza “burocratica”, due linee in tutto nel comunicato finale, che è stato riservato nel Consiglio europeo di giugno alla presentazione della nuova “European Union Global Strategy” consegnata dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini.

Si è detto che lo shock inglese era troppo forte per fare di più. Ma in realtà agli altri dossier è stato dedicato qualche spazio e parola più convinta. Va quindi riproposta con forza questa tematica e a Bratislava vanno date indicazioni precise sulle prime iniziative da intraprendere e su “una road map” per costruire una politica di sicurezza e anche difesa comune. Ora non si potrà più sollevare l’alibi inglese per non procedere anche nel campo della difesa.

Da qui al prossimo marzo, in occasione del 60esimo anniversario della costruzione dell’Ue, si deve fissare un’agenda precisa di iniziative da varare in comune, con l’obiettivo di indicare alle nostre opinioni pubbliche che l’uscita di Londra costituisce l’opportunità che tutti aspettavamo di un rilancio del disegno di integrazione e non, come suggeriscono gli euroscettici, l’inizio della sua fine.

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