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Usa 2016

Bernie in gara fino alla fine

4 Lug 2016 - Vittoria Franchini - Vittoria Franchini

Bernie Sanders non ce l’ha fatta. Con la conclusione delle primarie, Hillary Clinton è matematicamente il candidato democratico alle elezioni presidenziali. La corsa si è conclusa con 2.811 delegati (di cui 591 superdelegati) per l’ex first lady e 1.879 (e 49 superdelegati) per il senatore del Vermont.

Per la nomina ufficiale, la Clinton dovrà aspettare la convention democratica del 25 luglio a Philadelphia, ma si è già garantita l’appoggio del presidente Barack Obama, del vice Joe Biden, e della carismatica senatrice Elizabeth Warren.

Sanders ha interrotto le attività di lobbying per i super delegati, sospeso la raccolta fondi, drasticamente tagliato il suo staff; mentrei suoi sostenitori stanno progressivamente migrando verso il campo clintoniano. In altre parole, Sanders non è più in corsa per la Casa Bianca, ma si rifiuta ancora di dare il suo appoggio ufficiale alla Clinton e di ritirarsi prima della convention.

L’ultimo atto di Sanders
Sin dall’inizio, il senatore socialista ha dimostrato di non adeguarsi alle regole della classe politica. A 74 anni e con scarse possibilità di ricandidarsi, invece di preoccuparsi del suo futuro all’interno del partito democratico,è ora focalizzato a sfruttare la visibilità ed il capitale politico acquisiti durante la stagione delle primarie per rendere strutturale la “rivoluzione” mobilitata durante la campagna.

Ha incoraggiato i suoi sostenitori a candidarsi per tutte le cariche disponibili e, forte del supporto degli elettori che non l’hanno ancora abbandonato, sta facendo leva sull’ultima carta rimastagli (l’appoggio ufficiale alla Clinton) per spingere Hillary ad adottare una politica più progressista, prima che la campagna dell’ex first lady si sposti su posizioni più centriste (come accade solitamente dopo le primarie).

Sanders ha mobilitato e coinvolto strati della popolazione – i giovani in primis – disillusi dalla politica: è di loro che, adesso, la Clinton ha bisogno nella corsa contro Trump. Il partito democratico ne è consapevole, e non ha infatti vocalizzato forti richieste a Sanders di ritirarsi. È necessario convincere i suoi elettori a presentarsi alle urne, e la strategia del senatore è di mantenerli coinvolti nella corsa.

Continua a dar voce alla retorica anticapitalista, progressista e inclusiva che gli ha garantito il supporto di quasi 1.900 delegati e si sta spendendo affinché la Clinton stabilisca una piattaforma in cui i suoi sostenitori si possano riconoscere.

Le richieste politiche
Mezz’ora dopo la chiusura dei seggi del 14 giugno, Sanders e la Clinton hanno avuto un incontro a porte chiuse per discutere una possibile intesa sul programma clintoniano. Le richieste di Sanders si concentrano su specifiche politiche nazionali e sulla riforma del partito.

Vuole aumentare il salario minimo a 15 dollari l’ora, l’accesso gratuito alle università pubbliche, una maggiore regolamentazione di Wall Street, una riforma sull’immigrazione, il bando del fracking e, punto più dibattuto, l’adozione di un sistema sanitario universale.

Ma il senatore del Vermont intende anche eliminare per il futuro la figura dei superdelegati, che tanto hanno pesato sulla sua sconfitta, perché il loro supporto non è espressione di un voto dal basso ma delle correnti di partito.

Chiede una nuova leadership per i democratici, una riforma dei finanziamenti delle campagne elettorali, la possibilità di registrarsi e di votare lo stesso giorno, nonché la possibilità per gli indipendenti di votare per un candidato democratico.

La Clinton ha per ora solamente risposto che si concentrerà sui temi di politica economica e che il nuovo staff manager della convenzione democratica sarà della Service Employees International Union.

È difficile prevedere quali altre concessioni verranno fatte da Hillary, che per mantenersi competitiva di fronte ad un inaspettato successo di Bernie ha già dato maggiore enfasi sui temi legati a ineguaglianza economica, mobilità sociale, incremento del salario minimo ed educazione a prezzi accessibili.

Una mossa responsabile
Sanders non è imprudente e non dimentica da che parte sta. Il 24 giugno ha dichiarato che il suo voto andrà alla Clinton perché Trump va sconfitto. C’è poca evidenza che la strategia del senatore stia danneggiando l’ex first lady, non permettendole di concentrarsi su Trump o sottraendole voti di elettori che potrebbero alternativamente scegliere il candidato repubblicano o non presentarsi alle urne a novembre.

Ma molti, inclusi ex sostenitori di Bernie ora passati a Hillary, vogliono vedere evidenze più concrete di un cambiamento nella politica clintoniana. Sanders continua a dar voce all’89% dei suoi sostenitori, i quali lo vogliono in campo fino alla convention di luglio (sondaggio Ndsc); e, fino a che l’investigazione sullo scandalo delle email non si traduce in un verdetto, tanto vale rimanere in gioco.

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