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Relazioni Europa-Cina

Pechino, se l’Ue crede ancora nelle riforme

15 Giu 2016 - Nicola Casarini - Nicola Casarini

Per l’Europa, il bicchiere delle riforme in Cina sembra ancora essere mezzo pieno. La legge sulle organizzazioni caritatevoli e la legge sull’amministrazione delle organizzazioni non governative (Ong) finanziate dall’estero – entrambe approvate di recente – sono un indubbio segno dei cambiamenti in atto nel paese.

Due riforme che gettano luce sui tentativi da parte della dirigenza cinese di fornire un quadro normativo alle molteplici istanze provenienti da una società civile che si è sviluppata alquanto negli ultimi decenni, sulla scia della formidabile crescita economica avvenuta nel paese del Dragone dall’inizio della politica di riforme e dell’apertura attuata da Deng Xiaoping a partire dalla fine degli anni Settanta.

L’evoluzione del rapporto tra Stato e società civile in Cina è uno degli elementi cruciali per valutare gli effettivi cambiamenti in corso. Questo è particolarmente importante per l’Occidente, che ha scommesso sui riformatori cinesi fin dalla fine della guerra fredda, una volta riprese le relazioni politiche deterioratesi in seguito alla repressione degli studenti di Piazza Tiananmen del giugno 1989.

Economia, libertà e democrazia
A partire dai primi anni Novanta, Europa, Stati Uniti e Giappone hanno riformulato il loro approccio verso la Cina, nella speranza che una maggiore interdipendenza dell’economia cinese con il resto del mondo portasse con sé lo sviluppo di una società civile che avrebbe domandato maggiore libertà politica e democrazia.

Questo fu messo nero su bianco in un importante rapporto della Commissione Trilaterale del 1994: in esso si auspicava una maggiore integrazione della Cina con le nazioni sviluppate dell’Occidente e il Giappone al fine di promuovere il cambiamento interno in senso liberal-democratico, cosa che avrebbe oltretutto avuto effetti benefici per l’ordine regionale ed internazionale.

Tra i membri della Trilaterale, furono gli europei – meno preoccupati di “contenere” la Cina rispetto a statunitensi e giapponesi – ad appoggiare in maniera piena i tentativi dei riformatori cinesi dell’epoca di cambiare il Paese: un approccio iniziato ufficialmente nel 1995 con la pubblicazione del primo documento Ue sulla Cina dove compare la definizione di “impegno costruttivo”.

Questo significava, in sostanza, che le questioni delicate quali la democrazia e i diritti umani – seppur importanti per le opinioni pubbliche occidentali – non avrebbero comunque impedito lo sviluppo di relazioni a tutto campo con il gigante asiatico, in particolare in ambito economico-commerciale, con il duplice obiettivo di trarre vantaggio dal grande mercato cinese e promuovere, in tal modo, il cambiamento interno.

Un importante risultato in tal senso fu l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001, un evento fortemente sostenuto dalle élite industriali e politiche europee dell’epoca, ma poi criticato negli ultimi anni, soprattutto da esponenti politici italiani tra cuil’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che nei suoi libri ha più volte identificato l’entrata della Cina nell’Omc come una delle cause principali degli attuali problemi dell’industria italiana.

Temi questi che sono riaffiorati negli ultimi mesi riguardo alla questione se l’Ue debba riconoscere alla Cina entro la fine del 2016 lo status di economia di mercato.

I timori di Roma
L’Italia è fortemente contraria a tale riconoscimento e sostiene – a ragione – che la Cina non è ancora un’economia di mercato nel pieno senso della parola – e comunque non lo è sicuramente secondo i criteri stabiliti dalla Commissione europea.

Il resto dell’Europa, in particolare quella nordica e centro-orientale, non la pensa allo stesso modo, sostenendo – con varie sfumature – che in Cina, in ambito economico le forze del mercato e della società civile continuano a fare progressi (anche se non in maniera lineare e con frequenti marce indietro) e che sarebbe importante, pertanto, mandare un chiaro segnale di sostegno ai riformatori cinesi.

In ambito politico sta succedendo la stessa cosa. Se da una parte la legge sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero ha ricevuto numerose critiche in Occidente, d’altro canto la legge sulle organizzazioni caritatevoli è stata accolta in maniera più favorevole, grazie anche al fatto che tale provvedimento fornisce finalmente un quadro normativo a un settore no profit che, nato e sviluppatosi durante gli ultimi quattro decenni, mancava di una chiara regolamentazione.

Organizzazioni caritatevoli e Ong
L’impressione che si ricava a Bruxelles è che i policy-makers europei vedano con favore la legge sulle organizzazioni caritatevoli – seppur con qualche distinguo -, mentre voci critiche si sono levate per sottolineare alcuni aspetti delle norme sull’amministrazione delle Ong finanziate dall’estero che potrebbero nuocere alle attività delle numerose organizzazioni e fondazioni europee operanti in Cina per promuovervi lo sviluppo di un’autonoma società civile, nonché democrazia e diritti umani.

Sia il dibattito in corso sulla questione dello status di economia di mercato sia quello relativo alle recenti disposizioni legislative riguardo le Ong finanziate dall’estero e le organizzazioni caritatevoli mostrano l’esistenza di varie posizioni in seno alla Ue, all’interno delle istituzioni europee di Bruxelles, ma anche all’interno e tra i 28 paesi membri.

Una situazione che non rende facile all’Unionel’assunzione di una chiara e netta posizione su queste tematiche, al contrario degli Stati Uniti che sembrano prediligere un approccio più tranchant verso la Cina e che hanno talvolta criticato l’Europa per la sua tendenza al compromesso.

La politica dell’“impegno costruttivo” – seppur declinata in maniera diversa a seconda del momento e della questione trattata – sembra comunque ancora dominare l’approccio di Bruxelles verso il gigante asiatico, come tra l’altro si evince dalla lettura dell’ultimo documento Ue sulla Cina – l’Agenda strategica Ue-Cina 2020.

C’è da chiedersi, però, per quanto tempo ancora questo approccio possa durare, essendo sotto attacco sia da molteplici partiti politici all’interno dell’Europa – come dimostra il dibattito sullo status di economia di mercato – che dai nostri tradizionali alleati e partner asiatici.

Per ora, l’Europa vede il bicchiere delle riforme ancora mezzo pieno. C’è da sperare che ulteriori cambiamenti in senso liberal-democratico all’interno della Cina possano permettere all’Ue di continuare in un tale approccio. Se ciò non avvenisse e le chiusure aumentassero, è probabile che il Vecchio continente segua Washington e Tokyosulla via di un “contenimento costruttivo”.

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