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Brexit

Londra sogna Hong Kong ma rischia Little England

20 Giu 2016 - Marinella Neri Gualdesi - Marinella Neri Gualdesi

Anche se David Cameron ha ottenuto dai partner un accordo che allarga ulteriormente le eccezioni alle regole comuni e rafforza lo status particolare di cui già gode il Regno Unito, l’esito del referendum del 23 giugno è quanto mai incerto.

Che cosa è realmente in gioco per l’Unione europea, Ue, e per il Regno Unito? La fiducia nel disegno di unificazione per la prima e un bene tangibile per il secondo, ovvero la sua prosperità.

Una caricatura dell’Ue sotto esame
Per l’Ue l’eventuale vittoria del “leave” rafforzerebbe ancora di più la crisi del progetto europeo, alimentando l’incertezza sulla tenuta del percorso d’integrazione. La crisi in realtà è iniziata prima del referendum britannico.

Il voto del 2005 in Francia e in Olanda contro il trattato costituzionale è stato un segnale di allarme sottovalutato dalle classi dirigenti europee. Va anche detto che, allora come oggi, i cittadini votano non tanto sul contenuto reale delle scelte oggetto di referendum, ma su temi “metapolitici”, identitari, su una caricatura dell’Ue rappresentata come il male assoluto e fonte solo di problemi.

La svalutazione del significato storico del processo di integrazione europea è particolarmente preoccupante, nel momento in cui nel dibattito pubblico riemergono dai meandri più scuri del Novecento europeo temi e pulsioni nazionaliste che hanno portato a due tragiche guerre civili europee.

Per il Regno Unito è in gioco la prosperità economica. Le valutazioni degli organismi economici internazionali e dello stesso cancelliere dello scacchiere George Osborne sono concordi nel prevedere per il periodo post-uscita la perdita della tripla A, inflazione e svalutazione della sterlina, caduta del Pil, disoccupazione, una perdita di reddito per ogni famiglia britannica.

Il premier Cameron ha parlato di Brexit come una “bomba economica”. Soprattutto, il Regno Unito perderebbe i concreti vantaggi del mercato unico e del sistema di intermediazione e di scambio su scala europea.

Cosa succederebbe in concreto nel caso prevalessero i favorevoli a abbandonare l’Ue ? L’art. 50 del trattato di Lisbona disciplina la procedura di uscita di uno stato membro. Il governo del Paese che intende uscire dall’Unione notifica al Consiglio europeo la sua decisione. A quel punto deve essere negoziato e concluso un accordo per definire le modalità del recesso.

Il Consiglio europeo autorizza l’avvio dei negoziati e designa il negoziatore o il capo della squadra negoziale dell’Unione che negozierà secondo l’art 218, par. 3. L’accordo è concluso dal Consiglio che vota a maggioranza qualificata (72% dei membri dei paesi membri, che rappresentino il 65% della popolazione), previa approvazione del Parlamento europeo.

Il Regno Unito dovrebbe rinegoziare con l’Ue 80 mila pagine di accordi, scegliendo quelli da mantenere e quelli da lasciare. Due anni dopo la notifica i trattati cessano di essere applicabili, a meno che il Consiglio europeo non conceda una proroga.

Anni di incertezza all’orizzonte
Resta da vedere se in due anni l’Ue e il Regno unito troveranno un accordo. Si aprirà comunque una fase di grande incertezza. Particolarmente difficile un’intesa sul piano commerciale. Il 44% delle esportazioni del Regno Unito vanno verso l’Europa, mentre l’ammontare delle esportazioni europee in Gran Bretagna è solo l’8%.

È Londra ad aver bisogno dell’accordo. Ancor più complessa un’intesa sui servizi finanziari, con altri Paesi (Germania, Irlanda) interessati a sottrarre il settore delle transazioni finanziarie e delle commodities alla City di Londra.

In assenza di accordo due opzioni principali si delineano. La prima potrebbe consentire a Londra di partecipare allo Spazio economico europeo, con uno statuto simile a quello della Norvegia. L’accesso al mercato unico sarebbe garantito, ma Londra dovrebbe accettare la libertà di movimento dei lavoratori, pagare un contributo all’Ue e potrebbero esservi comunque barriere non tariffarie. In ogni caso Londra dovrebbe sottoscrivere regole europee senza avere nessuna voce in capitolo nel definirle.

Nella seconda opzione, il Regno Unito dovrebbe negoziare un accordo commerciale con l’Unione e con i paesi fuori dell’Ue basato sulle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, tenendo presente che l’Ue ha circa 100 accordi commerciali con paesi esterni che andrebbero quindi rinegoziati.

Perdere un partner riluttante
Nel Regno Unito la Brexit avvierebbe una guerra interna al partito conservatore e l’uscita dall’Ue significherebbe soprattutto una perdita di status e di potere negoziale. In una fase storica di ritorno a protezionismi e chiusure Londra, costretta a rinegoziare con l’Ue e tutti i partner commerciali nuovi accordi si troverà “in coda”, come ha detto il presidente Usa Barack Obama, e in un ambiente meno favorevole alle aperture commerciali.

Il Regno Unito sembra inseguire il ruolo di una grande Hong Kong al largo dell’Europa, ma rischia di ritrovarsi a essere solo una Little England.

Per l’Ue le conseguenze possono essere meno negative. Certo si aprirà una fase di incertezza, si potrebbe innescare una reazione a catena, un effetto emulazione, con altri paesi tentati dal seguire l’esempio inglese. Cosa che spingerà i partner europei a irrigidire la loro posizione nel negoziare l’accordo post-uscita, proprio per dimostrare che lasciare l’Ue ha un costo molto elevato.

Anche se per paesi come l’Olanda o l’Ungheria la perdita dell’accesso al mercato unico europeo avrebbe conseguenze ancora più pesanti che per il Regno Unito e quindi la temuta emulazione è più teorica che reale.

Dal 1973 a oggi, in Europa Londra ha agito prevalentemente come un freno, opponendosi al rafforzamento dell’integrazione, richiedendo eccezioni, deroghe, status speciali come prezzo per avere la partecipazione britannica nell’Ue. Perdere un partner riluttante può non avere conseguenze negative.

Contemporaneamente però l’Europa deve aprire il cantiere delle riforme per correggere e aggiornare le politiche dell’Ue. Dare soluzioni ai problemi dei cittadini europei, ridurre la burocrazia, abbandonare il paradigma economico dell’austerità, sono questi i problemi che i leader europei devono affrontare. Il risultato avvelenato del referendum britannico sarà di rendere tutto questo non facile, se prevarranno le turbolenze sui mercati e non le ragioni dello stare insieme.