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Brexit

Londra divorzia dall’Ue: catastrofe in vista

25 Giu 2016 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

E così alla fine è successo, la Brexit è realtà. Per la prima volta nella storia uno stato membro lascerà l’Unione europea. E che stato membro: il Regno Unito è la seconda economia dell’Unione, la sua principale potenza militare (insieme alla Francia), un paese dal considerevole peso geopolitico, con una politica estera di orizzonti globali e un corpo di funzionari e diplomatici esperti e capaci di iniziativa.

La variegata compagine a favore della Brexit, che include i nazionalisti xenofobi dello UK Independence Party (Ukip) e la frangia dei Tories ultra-liberista che considera l’Ue un freno all’economia britannica, festeggia un risultato impensabile qualche anno fa.

Così fanno pure i movimenti che hanno fatto dell’opposizione all’immigrazione e dell’euroscetticismo la loro bandiera: il Front National (Fn) di Marine Le Pen in Francia, il PVV di Geert Wilders nei Paesi Bassi, la Lega Nord di Matteo Salvini in Italia. Anche Donald Trump, il candidato repubblicano alla presidenza Usa, ha salutato la Brexit come una ‘grande cosa’.

Rischio contagio
Il resto del mondo (e del Regno Unito) è stordito, come titola il New York Times. Ci si domanda che effetti la Brexit avrà sull’economia britannica, su quella dell’eurozona e di conseguenza mondiale. Ci si chiede come Regno Unito e Ue potranno reimpostare le loro relazioni politiche ed economiche, quali opzioni l’Ue abbia a sua disposizione per evitare un ‘effetto contagio’ e quindi la sua frammentazione politica, cosa resti della capacità di leadership dell’Occidente nella governance globale.

Queste preoccupazioni sono più che legittime. Senza usare mezzi termini, la Brexit è un colpo durissimo al Regno Unito, all’Unione Europea, all’ordine liberale internazionale. Peggio, è un colpo durissimo che può innescare una reazione a catena verso il disastro.

Nello spazio di una notte, il Regno Unito è precipitato in una gravissima crisi costituzionale. Il crollo del cambio sterlina-dollaro – al punto più basso in 30 anni – ha fatto scivolare il Pil britannico sotto a quello francese in sole due ore. Ci vorrà tutta la potenza di fuoco della Banca d’Inghilterra (e non solo) per scongiurare il rischio di una nuova Lehman Brothers.

Può darsi che le fosche previsioni del Tesoro britannico, che prevedeva il Regno Unito in recessione già quest’anno in caso di Brexit, siano esagerate. Ma di certo il prossimo premier – David Cameron ha già annunciato che si dimetterà entro ottobre – dovrà gestire mercati volatili e un’economia più fragile.

Regno disunito
E lo dovrà fare tentando di unire non solo un Partito conservatore diviso come non mai tra euroscettici e pro-Ue, ma anche e soprattutto un paese diviso tra vecchi (in maggioranza pro-Brexit) e giovani (in larga parte contro), campagna (a favore) e città (contro), inglesi e gallesi (a favore) e nord-irlandesi e scozzesi (contro).

Quest’ultimo fronte di divisione non resterà senza conseguenze: il Partito nazionalista scozzese ha già annunciato che intende riproporre il referendum per l’indipendenza. La Scozia ha votato a larga maggioranza contro la Brexit. Destinato in ogni caso ad essere meno influente fuori dall’Ue – e probabilmente più povero – il Regno Unito rischia di subire a sua volta una secessione interna.

Per l’Ue il colpo non è meno duro. Ai leader dei 27 stati membri restanti spetta il difficile compito di gestire il divorzio con Londra e, soprattutto, la ridefinizione della relazione contrattuale Ue-Gb. L’economia britannica è integrata con quella Ue e, pertanto, ‘punire’ il Regno Unito imponendogli termini onerosi – per esempio escludendolo del tutto dal mercato unico – è controproducente. Ma allo stesso tempo i leader Ue devono prevenire l’eventualità che termini troppo blandi invitino altri stati a seguire la stessa strada. Il rischio di contagio è altissimo.

Rinazionalizzazione dell’Ue alle porte
Il ciclo elettorale non aiuta. Il prossimo autunno l’Italia potrebbe trovarsi senza governo, se gli elettori bocceranno la riforma costituzionale su cui il premier Matteo Renzi si gioca la sua carriera politica. Le incertezze sulla capacità dell’Italia di governare la sua economia si rifletteranno sui mercati, tornando a far salire lo spread e mettendo a rischio la tenuta dell’eurozona, come e forse più che nel 2011.

La prossima primavera si vota nei Paesi Bassi e in Francia, e a settembre 2017 in Germania. Wilders e Le Pen volano nei sondaggi e promettono a loro volta un referendum se restare o meno nell’Ue. Angela Merkel è stanca e indebolita e potrebbe uscire di scena, lasciando dietro di sé un cancelliere più euroscettico e più anti-immigrazione. La rinazionalizzazione dell’Europa sarebbe alle porte, e con essa la fine del progetto di integrazione.

Un’Ue frammentata e divisa cesserebbe di essere un attore internazionale di rilievo. L’influenza degli europei nella governance globale, nelle istituzioni multilaterali e nei grandi negoziati internazionali si ridurrebbe al minimo. Invece di un partner, gli Usa avrebbero nell’Europa un problema, e la solidità dell’Occidente – così come la sua capacità di esercitare una leadership – si incrinerebbe.

L’idea che le relazioni internazionali debbano essere governate da istituzioni multilaterali, alleanze, regole e pratiche condivise perderebbe vigore a vantaggio di una visione del mondo basata sulla forza militare ed economica. L’ordine liberale, già incrinato dagli eccessi unilateralisti americani e dall’emergente multipolarità, potrebbe cessare di funzionare.

Questo scenario catastrofico non è scritto. Ma come evitarlo è materia di un altro articolo. Oggi è il momento di prendere coscienza che le implicazioni della Brexit non riguardano solo i conservatori britannici, il Regno Unito o l’Ue. Riguardano, anzi minacciano, la tenuta dell’economia e l’ordine globali.

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