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Brexit

Londra ci lascia, l’Ue continua?

24 Giu 2016 - Gianni Bonvicini - Gianni Bonvicini

Tanto tuonò che piovve. L’irresponsabile azzardo di David Cameron di proporre un referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, Ue, è clamorosamente fallito. A nulla è valso il patetico tentativo di rinegoziare un nuovo accordo fra Regno Unito e Ue alla vigilia della campagna referendaria.

Ora, scontato un periodo di ovvia tempesta sui mercati finanziari e in attesa di aprire la procedura di abbandono prevista dall’art. 50 del Trattato di Lisbona, la palla torna nel campo di un’Unione a 27. Che fare?

Ue sempre meno attraente
Tutto ciò avviene in uno dei periodi più cupi della storia dell’integrazione europea. L’Unione europea è visibilmente bloccata. Non si riesce a concludere l’Unione bancaria, la riforma del regolamento Dublino 2 sull’immigrazione è di là a venire, non vi è traccia di una comune lotta contro il terrorismo.

Anche l’ordinaria attività legislativa di Bruxelles è in vistoso calo. Dopo Londra tutti guardano adesso alle elezioni di domenica nell’ingovernabile Spagna e, con lo sguardo un po’ più lungo, all’esito del referendum costituzionale in Italia, ma soprattutto agli appuntamenti elettorali del prossimo anno in Francia e Germania.

L’Ue sembra davvero non vivere più di vita propria, ma delle vicende interne dei singoli stati membri. Il che non è certo una novità, ma sottolinea ancora una volta il fatto che il progetto europeo, malgrado l’Euro, Schengen e il Trattato di Lisbona, non ha fatto altro che sopravvivere agli eventi interni ai propri partner, dalla Grecia alla Gran Bretagna, dall’Austria alla Polonia.

Il governo dell’Unione si dedica essenzialmente ad una funzione di “crisis management” ed a farlo non è in primis la Commissione, ma il Consiglio europeo con le sue regole consensuali dettate però dalla leadership, per quanto “riluttante”, di Berlino.

Per di più la vicenda inglese, ma non solo essa, ha chiaramente evidenziato la sempre minore “attractiveness” dell’Ue nei confronti non solo dei paesi esterni, ma addirittura dei membri che ne fanno già parte.

Il tempo degli allargamenti è fatalmente passato. Oggi il tema centrale è semmai quello del “restringimento” a gruppi più limitati di paesi o addirittura ad un “core group” che decida di muoversi con maggiore decisione e velocità per completare alcune delle politiche e iniziative che nella sua interezza l’Ue non è più in grado di prendere.

Questa problematica non è davvero nuova ed essa valeva sia che a Londra prevalessero i “remain” o i “leave”. Ma quella della differenziazione, a parte l’Euro e la traballante Schengen, è una strada molto complicata da perseguire: le attuali regole previste dal Trattato di fatto scoraggiano il ricorso alle cooperazioni rafforzate, anche se le differenziazioni stanno poi nei fatti come bene ci illustrano le resistenze all’accoglimento delle quote di rifugiati.

Va poi tenuto presente che una forte iniziativa verso una maggiore integrazione porterà inevitabilmente ad accrescere le differenziazioni all’interno dell’Ue. Il che porrà nuovamente il tema del “governo” di questa varietà di gruppi. Tuttavia è anche abbastanza chiaro che lo status quo istituzionale non potrà fare altro che portare alla frammentazione e al collasso dell’intero edificio.

Quindi la ripresa di un percorso dinamico verso gradi maggiori di integrazione si impone con urgenza. Non è davvero pensabile che la Germania e la stessa Francia possano starsene ferme, come hanno fatto fino ad oggi per evitare accuse di eccessiva interferenza nella campagna referendaria inglese, dopo che il risultato inglese è stato acquisito.

Chi rilancia l’integrazione Ue?
Qui nasce in effetti un altro problema. Quale potrà essere il gruppo di riferimento di un eventuale rilancio dell’integrazione. Il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha resuscitato alcuni mesi fa il gruppo dei Sei fondatori. Ma ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. A guardare bene i sei, infatti, solo Italia, Germania, Belgio e Lussemburgo sembrano tenere ancora al disegno di un’unione più stretta, mentre vi sono molti dubbi sulla stessa Francia alle prese con una drammatica crisi politica interna e l’Olanda che ormai si colloca più vicina a Londra che a Bruxelles.

Non bisogna per di più dimenticare che questi due paesi hanno respinto con referendum nel 2005 il Trattato costituzionale dell’Ue, che tante speranze aveva suscitato. Perciò bisogna forse guardare al di fuori dei confini dei paesi fondatori e individuare qualcun altro che segua una strategia di rilancio politico della ormai asfittica Ue. Ma verso chi? Più facile da dire che da fare.

Un ulteriore problema da risolvere è da dove ricominciare. E’ evidente a tutti che il primo passo da fare è quello di rilanciare le prospettive economiche, che erano state alla base del successo dell’Ue alcuni anni fa: crescita economica, competitività e impiego.

Altrimenti l’opinione pubblica non seguirà più il tragitto verso un’unione più stretta. Gli strumenti per farlo ci sono, basta avere la volontà di riavviarli, a cominciare come si diceva dal completamento dell’Unione bancaria e dalla semplificazione delle regole di convergenza che fra six pact, two pact e Fiscal compact ci impongono percorsi ambigui e confusi.

Ripartire dalla strategia globale di sicurezza
Ma il passo più grande e urgente da intraprendere riguarda la sicurezza sia interna che esterna all’Unione: immigrazione, terrorismo, conflitti alle frontiere dell’Unione sono le sfide dell’oggi e del domani. Non occorre, anche qui, modificare i Trattati: i meccanismi ci sono già tutti, ma nessuno messo fino ad oggi in pratica. Non vi è più neppure l’alibi inglese, quando si diceva che sicurezza e difesa non potevano essere avviate senza la partecipazione di Londra.

Il destino dell’Europa non passa più per la Gran Bretagna, ma è unicamente nelle mani di quei pochi paesi europei ancora coscienti che lo status quo nuoce all’Unione e che solo il dinamismo verso un traguardo comune politico può salvarla dal fallimento.

Si riparta quindi dalla nuova “strategia globale di sicurezza” dell’Ue che Federica Mogherini ha pronta sul proprio tavolo. La sicurezza dell’Europa, che è stata all’origine dell’integrazione europea, può essere il nuovo volano per il futuro e il modo migliore per assorbire il definitivo allontanamento di Londra.

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