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Europa

La partita della Merkel fra Turchia e migranti

12 Giu 2016 - Gian Enrico Rusconi - Gian Enrico Rusconi

L’inattesa crisi politico-diplomatica tra Berlino e Ankara dopo la risoluzione del Bundestag che dichiara “genocidio” lo sterminio della popolazione armena in Turchia getta dubbi sulla tenuta dell’intesa con Erdogan per arginare la pressione dei migranti verso la Germania. È in gioco, quindi, una delle iniziative più impegnative messe in campo da Angela Merkel.

Gianfranco Uber, www.gianfrancouber.eu

Per mesi, i critici della cancelliera hanno fatto del sarcasmo sul suo positivo motto, quasi ossessivo (“ce la faremo”) a proposito della capacità di accoglienza da parte della Germania della massa dei migranti, rifugiati e richiedenti asilo alle sue porte.

Poi, gli stessi critici sono rimasti spiazzati dalla decisione di coinvolgere la Turchia in funzione di contenimento dei profughi provenienti dalle aree mediorientali. Un’intesa – fatta propria dalla Commissione europea – gravosa sul piano finanziario e come legittimazione di fatto di un regime autoritario lesivo delle libertà democratiche. La nuova crisi, innescata dalla risoluzione del Bundestag, solleva nuove incognite sul senso e sui costi politici – interni ed esterni – dell’intera operazione della cancelliera.

All’interno, dopo le recenti elezioni regionali che hanno visto l’avanzata di Alternative für Deutschland, l’equilibrio politico-partitico è scosso, anche se la Merkel sembra ipotecare il prossimo futuro con una più larga e diversificata coalizione che tenga lontano le destre estreme.

Oscuro e drammatico, invece, è l’orizzonte esterno della pressione migratoria, allontanata dal centro dell’Europa con modalità tutt’altro che onorevoli da parte di Stati che si considerano discendenti della comune eredità europea. E nel Mediterraneo prosegue la tragedia dei naufragi senza che sia chiara la sua soluzione politica oltre che umanitaria.

Geopolitica ed egemonia di Berlino
Quali conseguenze avrà tutto questo sulla tenuta dell’intera Unione europea (Ue)? Ci sarà un mutamento del peso geopolitico della Germania sui confini dell’Unione? Quello delle “frontiere” interne ed esterne è sempre stato un concetto trasfigurato dalla retorica europeista. In alternativa, è stato semplicemente ignorato. Oggi è tornato d’attualità.

L’episodio più significativo è stata la messa in scena della minacciata “chiusura del Brennero” da parte di Vienna, guardata inizialmente con qualche ambivalenza da Berlino, ma da ultimo stigmatizzata espressamente dalla cancelliera. L’esito finale tuttavia non è ancora definito. Al confine europeo “interno” italo-austriaco non si innalzerà nessun “muro” (altra figura retorica entrata a far parte del lessico europeista), ma nella sostanza diventerà un invisibile confine “esterno” – con l’Italia considerata dai paesi nordici come un partner inaffidabile. È una vecchia storia che rischia di incattivirsi.

Qual è il ruolo della Germania in questa situazione? Nelle sue iniziative di fronte al fenomeno della migrazione, la Merkel continua a fare riferimento all’Europa, alle regole comuni e alle eventuali modifiche da concordare (accordi di Dublino, trattato di Schengen e la raccomandazione di un’equa distribuzione tra gli Stati membri dei migranti aventi diritto). Ma ha confessato pubblicamente: “Tutto quello che facciamo in Europa è infinitamente faticoso”. È un’affermazione molto rivelatrice sulla bocca di una cancelliera che nel novembre 2015 l’Economist, in un momento particolarmente critico per lei, aveva definito “indispensabile per l’Europa”.

L’accordo con Ankara
Di fatto, tutte le iniziative più incisive targate Ue sono state suggerite, discusse e alla fine sostenute (talvolta con qualche riserva) dalla Germania. Potenza condizionante, dunque, quella tedesca, ma vulnerabile se e quando gli altri partner sono recalcitranti alle sue sollecitazioni, creando contraccolpi negativi talora in grado di esercitare forme di ricatto o rivalsa. Tanto più quando l’azione tedesca si presenta tanto dipendente da quella europea da risultare paralizzata o smentita se si verificano ripensamenti, dissensi o contrasti.

Il caso dell’intesa con la Turchia conferma esattamente quello che stiamo dicendo. Dietro all’offerta del consistente contributo finanziario ad Ankara per la sua disponibilità a gestire a casa propria la migrazione proveniente dalla Siria e dai paesi limitrofi, c’è una decisione politica assai rischiosa. È pesante infatti la contropartita che Ankara avanza: non solo chiede la liberalizzazione dei visti dei cittadini turchi per la Germania, la ripresa dei contatti per una possibile entrata nell’Ue e altre facilitazioni economiche, ma esige la non interferenza negli “affari interni” del paese in un momento di manifesta limitazione e violazione delle libertà politiche e dei diritti umani.

La cancelliera, da sempre contraria a facilitare l’ingresso della Turchia nell’Unione, perché priva dei requisiti etico-politici e istituzionali indispensabili, si dichiarata ora disposta a sacrificare i suoi convincimenti ad un obiettivo considerato di valore superiore. È segno di una Realpolitik e di una ritrovata sicurezza di sé o al contrario è una implicita ammissione della propria debolezza e vulnerabilità?

La risoluzione sul genocidio armeno
In questo contesto la questione del genocidio degli armeni assume un significato specifico. Da tempo, il Bundestag aveva intenzione di prendere posizione, preceduto del resto da analoghi pronunciamenti di altri Parlamenti (compreso quello italiano), da dichiarazioni di altissime personalità (compreso Papa Francesco) oltre che da una approfondita riflessione storica.

In più, nelle dichiarazioni dei parlamentari tedeschi, c’è la piena consapevolezza di avere sulle proprie spalle il genocidio degli ebrei. C’è la consapevolezza di essere vulnerabili su questo punto. Ripensando agli anni del genocidio armeno (1915/16) avanzano addirittura un’autocritica riferita a quel tempo, quando l’impero ottomano era stretto alleato del Reich guglielmino, assumendosi quindi una certa “corresponsabilità”, perché, sapendo cosa stava accadendo, Berlino “non provò a fermare questi crimini contro l’umanità”.

A partire da qui, i parlamentari tedeschi intendono paradossalmente trasformare la loro dichiarazione in motivo di amichevole raccomandazione ai turchi, perché diventino anch’essi capaci di autocritica e di riconciliazione. “La nostra intenzione non è mettere la Turchia sotto accusa, ma riconoscere che la riconciliazione è possibile solamente se i fatti vengono messi sul tavolo”, ha detto il capogruppo dei cristiano-democratici, il partito della Merkel. Ma forse lo stanno facendo con una qualche inconsapevole ingenuità, che può essere facilmente fraintesa. Un esponente del governo turco ha infatti ribattuto senza mezzi termini: “Il modo per chiudere pagine oscure della propria storia (tedesca) non è infangare quella di altri paesi con decisioni parlamentari irresponsabili e infondate”.

Rimane l’interrogativo sul perché il Bundestag abbia preso questa decisione proprio ora, in un momento delicatissimo del rapporto di Ankara con Berlino e Bruxelles. L’atteggiamento riservato della cancelliera Merkel, che aveva evidentemente approvato l’iniziativa del Parlamento, ma era assente in aula al momento dell’approvazione della risoluzione, ci riporta allo stile cauto e allo stesso tempo capace di rischio della cancelliera. Alla sua abilità nel combinare pragmatismo e fedeltà ai valori.

Adesso farà il possibile per ristabilire i buoni rapporti turco-tedeschi. Ma le mosse decisive le dovrà fare Erdogan. Approfittando della reazione d’orgoglio nazionale ferito, dovrà scegliere se spingersi ulteriormente sulla strada del rafforzamento del suo potere autocratico, a costo di guastare i rapporti con la Germania e l’Europa. O, viceversa, limitarsi ad alzare la voce e la posta in gioco, mantenendo aperta la porta europea.

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