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Medio Oriente

Giordania, crisi della Fratellanza in stato di sicurezza

28 Giu 2016 - Eleonora Ardemagni, Paolo Maggiolini - Eleonora Ardemagni, Paolo Maggiolini

In Giordania, le elezioni parlamentari si terranno il 20 settembre: sarà un test di valutazione sia per la monarchia che per i Fratelli Musulmani. Re Abdullah misurerà l’impatto popolare delle decisioni e delle riforme attuate per arginare le multiformi proteste del 2010-2013: riuscirà a riportare i giordani alle urne?

Gli Ikhwan di Amman si confronteranno con gli effetti della crescente frammentazione politica: le tre Fratellanze hanno molti nodi da sciogliere, come il rapporto di subalternità del partito (Islamic Action Front, Iaf) nei confronti dell’associazione caritatevole e la dicotomia fra East-Bankers (transgiordani) e palestinesi che riflette l’irrisolta questione dell’identità giordana. Tra afflusso di profughi siriani, crisi finanziaria e pressione islamista, il baricentro dello stato di sicurezza giordano è in continuo riposizionamento, tra pulsioni interne e minacce regionali.

Amman e gli altri Fratelli
La vicenda dei Fratelli Musulmani in Giordania è sempre stata una storia a parte, che non rientra né nel paradigma egiziano-saudita (esclusione-repressione), né in quello integrato del Marocco (dove il Pjd guida dal 2011 un governo di coalizione). Dal 1993, anno di nascita dello Iaf, i Fratelli Musulmani giordani hanno diviso, su richiesta della monarchia, le attività di predicazione ed educazione (dawa, tarbiyya, di competenza dell’associazione), da quelle della politica (siyyasa, delegate al partito).

Nel Congresso appena conclusosi, anche i Fratelli tunisini di Ennahda hanno sancito questa suddivisione: seppur nella specificità dei due contesti, il partito tunisino si propone dunque di percorrere la medesima strada, ma dovrà evitare di ricadere nelle contraddizioni che in Giordania hanno ingabbiato la dialettica interna allo Iaf, favorendo il boicottaggio elettorale.

Le tre Fratellanze
Oggi, la tendenza più vistosa nella Fratellanza giordana è la frammentazione politica, nel rispetto però delle ?linee rosse? del sistema monarchico, con il quale gli Ikhwan hanno un rapporto assai dialettico dalla metà degli anni Ottanta. Almeno tre soggetti si contendono il ruolo di legittimo rappresentante della Fratellanza Musulmana: il movimento originale fondato nel 1942 (ora privo di licenza), la Società dei Fratelli Musulmani (registrata nel 2015 e non affiliata alla casa madre) e l’iniziativa riformatrice Zamzam.

In questo quadro, il Consiglio dei Saggi, formato da fuoriusciti dello Iaf, ha cercato invano di ricucire lo strappo, anche generazionale, con la Società. Nel 2012, i promotori transgiordani (poi espulsi) della cosiddetta Zamzam initiative elaborarono una proposta riformatrice alternativa, a sostegno di una concezione civica e partecipativa dello stato (dawlamadaniyya), mettendo al centro sensibilità e temi ?pan-giordani?. Questa riflessione su Islam e pluralismo, pronta a cooperare con soggetti altri (sinistra, liberali), è poi sfumata al crescere delle proteste, ma si riaffaccia ora alla vigilia del voto.

I gruppi che guardano alla Fratellanza potrebbero presentarsi divisi alle elezioni, allontanando però il tradizionale spettro del boicottaggio. Zamzam e la neo-registrata Società (più dialoganti, “nazionali” e a prevalenza transgiordana) si sono subito dichiarati a favore della partecipazione; l’Islamic Action Front, il partito afferente al nucleo originario degli Ikhwan (più intransigente, “internazionalista” e a maggioranza palestinese) ha successivamente deciso, a schiacciante maggioranza interna, di presentarsi alle urne.

La monarchia auspica che il ?marchio? dei Fratelli Musulmani partecipi alle elezioni: una strategia che è insieme di legittimazione interna e internazionale. Complice il conflitto siriano, Amman ha alzato la guardia sul fenomeno jihadista: dopo gli arresti del 2014 a Maan, una cellula del sedicente Stato Islamico è stata smantellata a Irbid in marzo, portando all’arresto di nove persone.

Sicurezza prima di riforme
Secondo gli emendamenti costituzionali appena approvati dalla Camera bassa, re Abdullah sceglierà i membri della Corte Costituzionale e il capo della forza di polizia militare (per il controllo del dissenso interno) senza esame parlamentare: di fatto era già così, ma ora vengono meno i contrappesi formali. Inoltre, non è più prevista la contro-firma del primo ministro o dei ministri sui decreti reali.

Queste misure sono in apparente contrasto con quelle del 2011, quando la monarchia optò per timide aperture in senso costituzionale, conferendo maggiori poteri al Parlamento. L’intrecciarsi costante di minacce esterne e interne scandisce le regole e i tempi dello stato di sicurezza giordano: la sicurezza nazionale sembra ora prevalere sul processo di riforma politica. Tuttavia, la legge elettorale del 2015 introduce elementi di novità, come la ripartizione proporzionale a livello provinciale che potrebbe favorire l’aggregazione in liste, pur nel mantenimento del voto per appartenenza tribale.

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