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Caso Marò

Business as usual, con l’India non basta

18 Giu 2016 - Antonio Armellini - Antonio Armellini

Ora che si è calmata l’onda di piena delle polemiche sui nostri marò, è il momento di ricostruire un po’ di ponti. Delhi insegue Pechino senza raggiungerla, ma è diventata un perno fondamentale degli equilibri geostrategici in Asia e non solo. Non ha ancora la gravitas necessaria per imporsi come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, ma le cose evolvono.

Modi ha ottenuto nei giorni scorsi un ulteriore riconoscimento dello status di potenza nucleare, da parte di quello stesso Obama che a lungo si era detto risolutamente contrario. La capacità di proiezione strategica che sta acquisendo la marina indiana, la dice lunga su quali potranno essere gli equilibri – e i punti di tensione – da qui a qualche anno.

L’altra grande potenza continentale asiatica non è solo un interlocutore sempre più cruciale, ma rappresenta un mercato dal quale ci siamo forzatamente isolati e che sarebbe un grave errore tralasciare ancora.

Mazzini, Gramsci e anche Mussolini
I rapporti fra i due paesi hanno origini antiche e la conoscenza reciproca è spesso preda di generalizzazioni e stereotipi. Pochi sanno che Giuseppe Mazzini è una figura conosciuta e studiata in India forse più che in Italia: i padri del movimento nazionalista indiano lessero i suoi scritti del periodo dell’esilio londinese e ne fecero una delle basi della loro formazione politica.

Sono ancora in meno a sapere che nel partito comunista indiano – un tempo potente soprattutto in Bengala e nel Kerala, ora ridotto a povera cosa – il nome di Gramsci compare spesso accanto a quelli di Marx ed Engels, mentre il suo ritratto continua ad adornare le pareti di più di una sezione.

Sul versante opposto Savarkar, il fondatore del movimento ultra-nazionalista Rss – quello in cui l’attuale premier Narendra Modi ha mosso i primi passi, e dal quale solo ora sta prendendo le prime, esitanti distanze – era un ammiratore di Mussolini e prese le organizzazioni giovanili fasciste a modello per le sue, ancora oggi attive con riti, gagliardetti e uniformi ispirati a quegli infausti progenitori.

Lo stesso Gandhi vide Mussolini a Roma, di ritorno da uno dei suoi viaggi a Londra: i biografi hanno steso un velo su quel colloquio, del cui contenuto si è saputo assai poco; qualcuno ha scritto che il Mahatma sembrò ricavarne un’impressione non negativa, forse influenzato dal ragionamento secondo cui “i nemici dei miei nemici sono amici”.

L’Italia fu un partner importante nella prima fase dello sviluppo del paese dopo l’indipendenza. La prima rivoluzione agricola voluta da Nehru poté contare sull’apporto delle aziende del gruppo Iri, di Snam e di altri come Montecatini, per mettere in piedi un’industria chimica moderna.

La motorizzazione fu all’inizio esclusivamente italiana: le due ruote arrivarono con Piaggio e Innocenti, mentre Fiat era per tutti sinonimo incontestato di qualità. Nomi un tempo famosi in Italia, come Bisleri o Ceat, divennero marchi indiani; ancora oggi l’espressione dialettale per dire ventilatore è marelli.

Il declino della nostra industria di Stato, alcune scelte industriali infelici, ad opera ad esempio di Fiat, infortuni come quelli che cancellarono per decenni Piaggio dal mercato, determinarono il progressivo indebolimento della nostra posizione. Ora il mercato dell’auto è diventato di massa ed è dominato dai produttori asiatici (e Rolls Royce, Bentley e Lamborghini non riescono a soddisfare le richieste).

Stimolare una conoscenza reciproca meno imperfetta
Il paese di duecento milioni di abitanti raccontato negli anni sessanta da Moravia e Pasolini è diventato un gigante da oltre un miliardo: l’Italia è un partner secondario, ma non sconosciuto. Cinema, moda e italian way of life alimentano l’immagine di un paese politicamente non molto forte, ma verso il quale la simpatia immediata è rafforzata dall’assenza di condizionamenti di tipo coloniale o post-imperiale.

Sonia Gandhi ha costituito a lungo una remora per la nostra presenza, visto che doveva tenere una distanza assoluta da tutto ciò che suonasse italiano per non venire contestata in quanto “straniera”. Con Modi il problema non si pone più.

I marò suscitano un interesse modesto nell’opinione pubblica indiana e sono stati utili strumentalmente, in una fase politica ora trascorsa; in Italia il tema continua ad alimentare reazioni giustificatamente più vive. Una strategia di rilancio dovrà tenere conto di tali implicazioni piscologiche e delle suscettibilità; dovrà essere graduale, puntando su economia e cultura.

I punti di frizione politica si sono ridotti: la nostra opposizione all’ingresso dell’India nel Nuclear Suppliers Group viene meno e, quanto al Consiglio di Sicurezza, si tratta di insistere nel chiarire che la nostra posizione non ha nulla a che vedere con il confronto indo-pakistano (come sospetta Delhi) e riguarda una filosofia di fondo, che si articola in tempi sempre più lunghi.

Il vero problema è quello di stimolare una conoscenza reciproca meno imperfetta: per gli indiani, Europa vuole dire soprattutto Gran Bretagna, con l’aggiunta ogni tanto di Francia e Germania. La visione di molti in Italia, dell’India come paese spirituale e tollerante, è altrettanto fuorviante.

Sfruttiamo molto poco il volano culturale e quello dell’italian way of life, mentre del tutto assenti sono gli strumenti di soft power, che potrebbero giocare un ruolo molto importante in un paese avvezzo a farvi ricorso.

Le due associazioni di amicizia (parlamentare e non) sono dormienti, le Camere di Commercio sono asfittiche, i centri di ricerca si occupano poco dell’India e quelli specializzati come l’isIAO sono ridotti in cenere. Eppure queste vie sono tutte utilissime per ricominciare a parlarci.

Grandi possibilità dell’economia indiana
L’economia indiana offre grandi possibilità, che il nostro sistema produttivo non ha potuto cogliere che in misura ridotta. Scontiamo un generale problema di dimensioni: un mercato vasto, ma anche molto complicato richiede spalle solide e l’idea di consorziarsi per essere più efficaci, stenta ad entrare nella cultura delle nostre imprese. Infrastrutture, meccanica, automotive sono delle evidenti priorità; come lo è il turismo.

Gli indiani hanno cominciato a viaggiare in gran numero e non abbiamo fatto nulla per indurre i grandi gruppi alberghieri indiani, presenti ormai in tutta Europa, ad investire in Italia. Senza ovviamente dimenticare la difesa – l’India è fra i massimi acquirenti mondiali di materiale militare – dove l’eco negativa del pasticcio Westland-Finmeccanica si sta spegnendo e abbiamo ottime carte da giocare, a partire da quella di Fincantieri.

Mentre noi eravamo forzatamente fermi, i nostri partner non hanno perso tempo. Se vogliamo davvero non lasciar cadere la prospettiva di rientrare in un paese chiave da ogni punto di vista, business as usual non basta. Ci vuole una strategia pubblico-privata ad hoc: le caratteristiche si vedono bene; quella che resta da definire è la volontà.

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